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Yemen, l’Onu non riesce più a mandare aiuti

Elisa Pinna
18 marzo 2022
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Entrata nell’ottavo anno di conflitto, in Yemen la popolazione vittima della guerra assiste al crollo dei contributi internazionali per l’aiuto umanitario, il blocco dei porti e lo stallo nei colloqui diplomatici per fermare le violenze.


La guerra in Yemen, definita in questi giorni dalle Nazioni Unite come il «peggiore disastro umanitario al mondo», entra nel suo ottavo anno, con combattimenti e bombardamenti sempre più violenti e un blocco dei porti sul Mar Rosso imposto dalla coalizione a guida saudita, che intrappola e affama un Paese di trenta milioni di persone. Basta guardare una carta geografica per capire il perché.

A dramma si aggiunge dramma, perché le agenzie internazionali dell’Onu non riescono più a trovare Paesi donatori per aiutare oltre 17 milioni di yemeniti (soprattutto donne e bambini) a rischio sopravvivenza nel 2022. Servono almeno 4,3 miliardi di dollari per i prossimi mesi, per garantire minime razioni di cibo e acqua potabile a chi non ha più nulla.

Nella conferenza ad hoc organizzata il 16 marzo a Ginevra, le Nazioni Unite hanno però raccolto impegni e promesse da parte di 36 Paesi solo per 1,3 miliardi di dollari, nemmeno un terzo del necessario. Molti dei tradizionali donatori non hanno versato questa volta alcun fondo per lo Yemen, tanto che lo stesso segretario generale dell’Onu, António Guterres, ha esplicitamente chiesto alle capitali occidentali di non concentrarsi solo sull’Ucraina.

«Speravamo in molto di più ed è stata una delusione non ricevere aiuto da nazioni su cui contavamo», ha dichiarato al termine della conferenza il responsabile per gli aiuti umanitari dell’Onu, Martin Griffiths. Per mancanze di risorse, sia la Fao (l’organizzazione dell’Onu per l’alimentazione e l’agricoltura) sia il Wfp (Programma alimentare mondiale) hanno già dovuto chiudere sedi e avamposti in Yemen e ridurre le razioni di cibo.

Le cifre sulla situazione umanitaria fornite dalle Nazioni Unite parlano da sole: la guerra, secondo stime risalenti alla fine del 2021, ha provocato la morte di quasi 400 mila persone, di cui il 70 per cento bambini, vittime, oltre che dei bombardamenti, anche della mancanza di cibo, acqua potabile, farmaci di prima necessità. Incalcolabile il numero dei feriti e dei mutilati. Sempre secondo le fonti dell’Onu, 20 milioni di persone, ovvero i due terzi della popolazione, hanno bisogno di aiuto umanitario, tra loro 17 milioni non hanno cibo a sufficienza, mentre sono 4 milioni gli sfollati interni, una realtà particolarmente fragile.

In tutto ciò la guerra non accenna a fermarsi e si è anzi infuocata di nuovo con la riapertura di un fronte di scontri (rimasto a lungo dormiente) tra houthi ed emiratini. Il gennaio 2022 è considerato il mese più sanguinoso dell’intero conflitto, cominciato, a livello regionale, il 26 marzo del 2015. Fu quel giorno che i sauditi, alla guida di una coalizione araba, cominciarono a bombardare e invasero lo Yemen per bloccare l’avanzata dei ribelli houthi considerati, per la loro fede sciita, la longa manus dell’Iran nel Paese. Gli houthi hanno sempre dichiarato di seguire una propria agenda e di non ricevere ordini da Teheran, ma, forse proprio a causa della regionalizzazione del conflitto, l’Iran è diventato il principale protettore, fornitore di armi e tecnologia militare per gli sciiti yemeniti.

In questi anni, gli houthi hanno sostanzialmente allargato e difeso il dominio sul Nord del Paese, Sanaa compresa – la parte che dipende dai porti del Mar Rosso – mentre i sunniti sono attestati nel Sud e ad Aden. La guerra, nel suo sviluppo, si è intrecciata ad altre dinamiche sanguinose, come l’entrata in azione di al-Qaeda e dell’Isis e persino scontri armati interalleati tra sauditi ed emiratini per il controllo di aree strategiche o ricche di minerali e gas nel meridione del Paese.

La ripresa, lo scorso anno, di colloqui diretti tra sauditi e iraniani aveva riacceso le speranze su un possibile armistizio in Yemen. Quel filo è stato però bruscamente strappato nei giorni scorsi con l’annullamento, da parte iraniana, di un incontro con i sauditi già in programma a Baghdad, e con la morte per decapitazione, decisa da Riyadh, di 81 oppositori politici, in gran parte sciiti. Al momento la guerra dello Yemen non offre spiragli di uscita, mentre la fuga dei Paesi donatori pone una nuova pesante ipoteca su cosa ne sarà, già nella prossima estate, della popolazione civile yemenita.

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