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Il pane, il Medio Oriente e la guerra russo-ucraina

Elisa Pinna
4 marzo 2022
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Le conseguenze della guerra scatenata dalla Russia contro l'Ucraina preoccupano i governi del Medio Oriente e del Nord Africa, che dipendono dai granai dei due Paesi per sfamare le loro popolazioni.


La guerra voluta dal presidente russo Vladimir Putin in Ucraina fa tremare il Medio Oriente e le nazioni del Nord Africa. Il motivo si riassume in poche parole: grano, pane, milioni di bocche da sfamare. La regione è infatti tradizionalmente dipendente dalle importazioni russe e ucraine di cereali, dati i loro costi inferiori rispetto a quelli di altri esportatori internazionali. Basti pensare che l’Egitto, con una popolazione di 103 milioni di persone, è il principale acquirente di grano di tutto il mondo e i suoi approvvigionamenti esteri per l’anno in corso – oltre 13 milioni di tonnellate – sono arrivati per l’85 per cento da Mosca e da Kiev. La produzione interna egiziana riuscirebbe infatti a sfamare a malapena la metà degli abitanti. Il pane è talmente importante per la stabilità del Paese che il governo egiziano spende ogni anno miliardi di dollari per mantenerne calmierato il prezzo al dettaglio.

La Tunisia compra il 50 per cento dei suoi rifornimenti di grano dall’Ucraina; l’Algeria riesce a produrre, nelle stagioni buone, ovvero quando piove a sufficienza, circa 4 milioni di tonnellate di grano e ne importa altre sette, in gran parte dai cartelli ucraini e russi. Sono ancora la Russia e l’Ucraina a integrare, per un buon 50 per cento, il fabbisogno nazionale di grano di un Libano in piena bancarotta. Nei Paesi della regione l’autosufficienza nella produzione di grano e altri cereali è insomma un ricordo lontano: la crescita demografica, l’inurbamento, i cambiamenti climatici e lo scarso sostegno ai contadini hanno portato al dissesto attuale. Persino Israele, la nazione che è riuscita a far fiorire il deserto, non se la passa bene. Il ministro delle Finanze, Avigdor Lieberman, ha raccomandato ai suoi connazionali di tenere «un profilo basso» nel conflitto russo-ucraino, dato che lo Stato israeliano importa il 50 per cento del suo grano dalla Russia e il 30 per cento dall’Ucraina.

Se le cose oggi vanno male, domani andranno peggio, dice il Gro’s Climate Risk Navigator, una piattaforma che monitora le condizioni dell’ambiente, le possibilità di sviluppo di prodotti agricoli e il clima, in ogni parte del mondo: i cicli di siccità si stanno infatti allargando inesorabilmente nell’area Mena (Medio Oriente e Nord Africa). A conferma di ciò arrivano i dati del Dipartimento dell’Agricoltura statunitense: dicono che il Medio Oriente ha importato nel 2021 più di 36 milioni di tonnellate di grano, in gran parte proprio dalla Russia e dall’Ucraina. Nel 2022, sempre il Dipartimento statunitense prevede che la dipendenza dal grano estero raddoppierà in Paesi come la Siria, l’Iraq e l’Iran, dove la prolungata aridità e la mancanza di piogge hanno reso sterili ampie regioni.

Dal Cairo a Teheran, si teme ora che l’invasione russa dell’Ucraina possa far schizzare alle stelle i prezzi del grano e, di conseguenza, innalzare il costo della vita per centinaia di milioni di persone in tutta la regione. Le scorte in magazzino possono durare qualche mese – nel caso egiziano fino all’estate – e poi? Nei ministeri competenti delle varie capitali si susseguono continue riunioni per affrontare l’emergenza grano e studiare una diversificazione delle importazioni che garantisca volumi sufficienti di approvvigionamenti e, soprattutto, mitighi l’aumento dei prezzi.

Nessuno da queste parti ha dimenticato le cosiddette Primavere arabe del 2011, né tantomeno le successive rivolte contro il carovita scoppiate in Giordania e in Iraq. O le proteste delle classi meno abbienti che scoppiano ormai con regolarità in Iran. Il pane non è solo un elemento fondamentale nell’alimentazione; è condizione per la tenuta sociale. Non a caso, al Cairo, le tipiche pagnottelle tonde, vendute ad ogni angolo, sono chiamate popolarmente aish, ovvero vita.

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