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Yemen, sei anni di conflitto e due vergogne

Laura Silvia Battaglia
25 marzo 2021
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Yemen, sei anni di conflitto e due vergogne
Un soldato yemenita su un autoveicolo munito di mitragliatore pesante. (foto Shutterstock.com)

Riavvampa di nuovo il conflitto in Yemen, campo di battaglia di interessi regionali contrastanti. Le milizie Houthi, filo-iraniane, guadagnano terreno. Effetto collaterale della politica di Joe Biden. Intanto la popolazione si misura con la dura vita di tutti i giorni.


Sei anni di guerra e non vederli. Si potrebbe riassumere così la parabola del conflitto yemenita, altrimenti detto – con una certa enfasi retorica – la «guerra dimenticata» per il poco spazio che ha avuto e continua a (non) avere sui media internazionali, soprattutto se comparata all’ormai decennale guerra in Siria.

Due fenomeni pari e contrari dei conflitti più complessi e affollati del decennio e che sono generati da identici fattori: il formale distanziamento degli Stati Uniti dall’ingerenza in Medio Oriente; la crescita di importanza strategica degli attori regionali (Arabia Saudita, Iran ed Emirati Arabi Uniti su tutti); la caduta dei regimi precedenti al 2011; la crescita demografica; l’incertezza economica per i Paesi meno sviluppati della regione; la richiesta di dignità, libertà, uguali diritti civili; la protesta per la corruzione delle classi dirigenti; l’ascesa (e poi il declino) delle varie sigle dei partiti dei Fratelli Musulmani nell’agone politico regionale di questi anni.

Sullo sfondo un Medio Oriente turbolento

Il caso Yemen s’inserisce nel quadro dei cambiamenti dell’ultimo decennio, ma quella che avrebbe dovuto essere una guerra-lampo, per ripristinare il controllo del Nord del Paese, caduto in mano alle milizie dei ribelli sciiti Houthi, da parte del governo centrale guidato dal presidente ad interim Abbo Mansour Hadi, si è rivelata una ferita purulenta, lunga da rimarginare.

Dopo sei anni, il governo centrale a maggioranza Islah (il partito dei Fratelli musulmani yemeniti) controlla formalmente solo la zona Sud del Paese, dalla città di Taiz in giù, ma con un seguito effettivo solo nel governatorato di Mahra, confinante con l’Oman. Inoltre, ha dovuto cedere parte del controllo della punta Sud del Paese, nei governatorati di Aden e Lahji, al vecchio partito separatista del Sud al-Hirak, che ha creato un cartello con gli Emirati Arabi Uniti e si è costituito in Governo di transizione del Sud (Stc). Dopo avere occupato anche militarmente le zone menzionate, l’Stc si è accreditato politicamente a Riyadh e ha costretto il governo del presidente Hadi a un rimpasto consistente. Così Hadi amministra senza governare e senza avere un controllo sostanziale del Sud.

A Nord restano i ribelli Houthi, milizia sciita che prende le mosse dalla fondazione del partito di Dio (Ansarullah) da parte di Abdulmalik al-Houthi, ispiratosi al modello di sciismo duodecimano iraniano e all’azione di Hezbollah in Libano. Già nel 2014 gli Houthi avevano occupato la capitale Sana’a, scendendo dall’area montagnosa di Saada, il loro quartier generale, al confine con l’Arabia Saudita. Le loro forze sono state in grado – complici l’inettitudine del governo Hadi, l’aiuto dell’ex presidente Ali Abdullah Saleh e l’appoggio logistico e strategico dell’Iran – di creare un para-Stato funzionale, securitario e impenetrabile dai nemici, quantomeno via terra.

Biden cambia rotta

Da Washington l’amministrazione Trump li aveva inseriti nella lista delle organizzazioni terroristiche lo scorso autunno, con molte buone ragioni e nella convinzione che l’alleato più affidabile degli Stati Uniti nella regione – ossia l’Arabia Saudita – andasse tutelato ai suoi confini e che l’Iran e i suoi satelliti non meritassero alcuna possibilità di mediazione diplomatica. Il passo indietro del nuovo presidente statunitense, Joe Biden – con la cancellazione delle sanzioni e la rimozione degli Houthi dalla lista dei terroristi – ha servito loro sul piatto la possibilità di sferrare l’attacco di terra pianificato da anni contro il governo centrale yemenita per prendersi l’ultimo pezzo di Nord sul quale non erano mai riusciti a mettere le mani, ossia il governatorato del Ma’rib, ricco di petrolio e di giacimenti attivi.

Ormai i combattimenti infuriano da più di un mese e il governo centrale e i sauditi non riescono ad arginarli: per questo la coalizione araba a guida saudita ha proposto di siglare la pace due giorni fa. Gli Houthi dicono no e chiedono l’apertura dell’aeroporto di Sana’a e del porto di Hodeida. Intanto inviano droni sulle città, gli aeroporti e le raffinerie saudite al confine Nord, soprattutto ad Abha, per indebolire il vicino invasore. I sauditi, a loro volta, bombardano Sana’a con 21 raid aerei.

Le due vergogne

Questo è lo stato dell’opera ad oggi, a sei anni dall’inizio del conflitto. In mezzo a questi tira e molla, in una realtà in cui l’economia di guerra sembra ancora più redditizia di una economia di pace, albergano due vergogne.

La prima è la catastrofe umanitaria peggiore del nuovo secolo, con milioni di persone senza accesso all’acqua e ai beni fondamentali, vittime non solo di ferite di guerra ma anche di carestia, malnutrizione, colera, difterite, febbre gialla e Covid-19. La seconda vergogna è la vendita di armi più redditizia degli ultimi anni, dove le società produttrici americane ed europee da dieci anni hanno aumentato il loro fatturato per esaudire la richiesta dei Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Emirati, Kuwait, Qatar), armamenti e munizioni in larga parte già impiegati nel Nord dello Yemen.

>>> Leggi anche: Armi per il Medio Oriente, un made in Italy letale

L’Italia ha fatto la sua parte con un volume di vendita di armi a questi Paesi, dal 2015 al 2018, pari a 36,81 miliardi di euro, più che raddoppiato rispetto agli anni 2011-2014 (14,23 miliardi di euro). Solo lo scorso gennaio, dopo una intensa attività di pressione della Rete Italiana Disarmo, partita nel 2015, il governo italiano ha revocato le autorizzazioni per l’esportazione di missili e bombe verso l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

L’iniziativa dell’Italia è stata seguita da altri Paesi europei e dall’amministrazione Biden negli Usa. Ma questa decisione equivale anche un cospargersi il capo di cenere in ritardo, a giochi e vendite già fatte. Non cambia la sostanza: ossia, se la prima vergogna (la catastrofe umanitaria), rispetto all’Europa, è un danno collaterale, la seconda (la vendita di armi) è una materia di pesante e inequivocabile responsabilità.

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