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Elezioni in Israele, due blocchi e un nuovo rompicapo

Terrasanta.net
24 marzo 2021
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Elezioni in Israele, due blocchi e un nuovo rompicapo
Un manifesto elettorale del partito Likud nelle strade di Gerusalemme. (foto Yonatan Sindel/Flash90)

Il premier uscente Netanyahu, con il suo partito Likud, è stato il più votato alle elezioni di ieri, 23 marzo. Non ha però voti sufficienti per formare una maggioranza. Impresa ardua anche per i suoi oppositori. Sarà deciviso il sostegno di due partiti minori.


(c.l./g.s.) – Israele potrebbe ritrovarsi di nuovo in una situazione di stallo politico dopo le quarte elezioni legislative nell’arco di due anni, svoltesi ieri, 23 marzo. Il tasso di partecipazione degli elettori è stato del 67 per cento, inferiore a quello delle precedenti tre tornate. Oggi, dopo lo scrutinio del 90 per cento dei voti, si conferma al primo posto il Likud, il partito nazionalista e liberale di destra che ha per leader il primo ministro in carica Benjamin Netanyahu. Se gli esiti ancora provvisori (i risultati finali giungeranno probabilmente venerdì) verranno confermati avrebbe vinto 30 seggi sui 120 della Knesset, il parlamento monocamerale. Il principale rivale, il centrista Yair Lapid, leader di Yesh Atid  (C’è un futuro), arriva secondo. Al suo partito sono accreditati tra i 17 ei 18 seggi.

In Israele il compito di formare una coalizione di governo viene affidato al blocco che riesce a mettere insieme una maggioranza di almeno 61 deputati. Ciascuno dei due principali sfidanti dovrà convincere il capo dello Stato, Reuven Rivlin, al quale spetta valutare chi è nella posizione migliore per dar vita a un’alleanza di governo.

>>> Leggi anche: Elezioni israeliane: che cosa distingue le prossime dalle tre precedenti

In base alla legge elettorale i partiti devono ottenere almeno il 3,25 per cento dei voti per entrare in parlamento, aggiudicandosi un minimo di quattro seggi. In base agli esiti del voto di ieri dovrebbero essere 13 partiti che si spartiranno i 120 seggi disponibili. I due leader principali fanno affidamento sui loro alleati naturali, ma ciò non consente a nessuno di loro di ottenere la maggioranza. Il blocco di Netanyahu (con i partiti religiosi e di estrema destra) otterrebbe 52 seggi. Il premier uscente deve quindi dare la caccia ai micropartiti che sono riusciti a superare la soglia del 3,25 per cento o guadagnarsi, uno ad uno, quei singoli deputati che saranno disposti a sostenerlo. Operazione «disastrosa quasi quanto perdere», osserva il quotidiano The Times of Israel: «Si ritroverà improvvisamente con una coalizione di destra in cui ogni parlamentare membro della coalizione sarà in grado di fare pressione sul primo ministro su questioni politiche fondamentali, dal bilancio dello Stato agli insediamenti in Cisgiordania passando per le relazioni con gli Stati Uniti e le comunità della diaspora, ogni volta che il primo ministro ha bisogno dei loro voti per approvare una legge finanziaria o sopravvivere a un voto di sfiducia».

La scelta di Bennett

Il partito Yamina di Naftali Bennett, un ex alleato diventato avversario e leader della destra radicale, accreditato di sette voti, deve ancora dire se si unirà o meno alla coalizione che sostiene Benjamin Netanyahu. «Farò solo ciò che è nel migliore interesse di Israele», ha detto martedì sera Bennett. Gli toccherà assumersi la responsabilità di entrare nella fazione pro Netanyahu, che condivide i suoi stessi valori politici, o di partecipare al blocco anti-Netanyahu, per scalzare il premier, indebolito dalle accuse di corruzione, dopo quasi 12 anni al potere senza interruzioni.

Tuttavia, per Naftali Bennett «sarebbe difficile spiegare ai suoi elettori perché non si unisce a un governo di destra  per allearsi con i partiti di sinistra e di centro», osserva l’analista politico israeliano Yaron Deckel su The Times of Israel. «Andrà da Netanyahu con grandi richieste e Netanyahu dovrà pagare il prezzo».

Il primo ministro uscente potrebbe raggranellare qualche voto dai delusi del partito di centrodestra Kahol Lavan  (Blu e Bianco) di Benny Gantz o da Tikva Hadasha (Nuova speranza) accreditato di sei voti. Questo neonato partitoì di destra è guidato dall’ex ministro, ed ex aderente al Likud, Gideon Saar. Il quale ha criticato pesantemente il primo ministro per aver condotto Israele alle urne per la quarta volta in due anni. In campagna elettorale ha più volte ribadito che non si sarebbe mai unito a una coalizione guidata da Netanyahu. Il suo è un serbatoio di voti complicato da conquistare.

Arabi decisivi?

Netanyahu potrebbe beneficiare anche dell’appoggio parlamentare del partito arabo-israeliano Ra’am, che otterrebbe tra i 4 e i 5 seggi alla Knesset. Il partito ha guadagnato molta attenzione dopo essersi separato, in queste elezioni, dalla Lista Unitaria (che riunisce il partito di estrema sinistra Hadash e altri tre partiti arabi). Esprimendo il suo desiderio di entrare a far parte di una coalizione guidata da Netanyahu, spera di ottenere concessioni per gli arabi israeliani. Una strategia che gli altri tre partiti arabi non hanno approvato. Tuttavia, Mansour Abbas, il suo leader, per ora non scopre le carte e dichiara di non essere ancora «in tasca» di nessuno: né del blocco pro-Netanyahu né del blocco anti-Netanyahu.

>>> Leggi anche: Perché ora Netanyahu corteggia gli elettori arabi

Tuttavia, è molto difficile immaginare Ra’am collaborare con una coalizione che dovrebbe includere «fanatici di estrema destra e seguaci del rabbino Meir Kahane», come sottolinea Haaretz. Il movimento kahanista, reputato razzista e omofobo, dovrebbe effettivamente vedere alcuni dei suoi sostenitori entrare nella Knesset dopo essersi uniti al Partito Sionista Religioso, accreditato di 6 seggi. Questo partito è il risultato del riavvicinamento di tre fazioni di estrema destra, più o meno sospinte da Benjamin Netanyahu.

Detto questo, nulla è garantito da parte del Likud per quanto riguarda una collaborazione con Ra’am. Il vice ministro della Salute Yoav Kisch ha dichiarato all’emittente radiofonica pubblica Kan che il leader del partito Ra’am «non sarà affatto al governo», soggiungendo che se il blocco pro-Netanyahu non dovesse riuscire a mettere insieme i 61 voti parlamentari necessari «si andrà verso una quinta elezione». Per contro, in un’altra intervista con Channel 12, il deputato del Likud Tzachi Hanegbi ha affermato che «per come stanno le cose ora, vediamo Mansour Abbas come un possibile [partner di coalizione]». Si noti che Naftali Bennett (Yamina ), nel frattempo, si è impegnato a non sedere in un governo sostenuto da Ra’am… Il che complica piuttosto le cose per Netanyahu.

Gli anti-Netanyahu troppo eterogenei per farcela?

Un portavoce del partitoYesh Atid – alla testa del blocco anti-Netanyahu, che mescola fazioni di centro e di sinistra e partiti di destra delusi dal primo ministro uscente – ha fatto sapere a The Times of Israel, che il suo leader Yair Lapid e Mansour Abbas hanno già deciso di incontrarsi nei prossimi giorni…

>>> Leggi anche: Quel che resta della sinistra israeliana

Il deputato Yair Golan, membro del partito di sinistra Meretz, da parte sua, si è detto disponibile a partecipare a una coalizione con i partiti di destra di Naftali Bennett (Yamina, destra radicale) o Gideon Sa’ar (Tikva Hadasha, a destra del Likud). L’idea è che una tale alleanza possa servire a mettere fine al capitolo Netanyahu.

In ogni caso, con una sinistra ancora piuttosto pallida, benché non annientata, Yair Lapid avrà bisogno del sostegno di almeno due dei seguenti tre partiti: Yamina di Naftali Bennett, Ra’am di Mansour Abbas e la Lista unitaria guidata dall’arabo israeliano Ayman Odeh.

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