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Yemen, la tregua alla prova dei fatti

Laura Silvia Battaglia
25 febbraio 2019
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Yemen, la tregua alla prova dei fatti

Gli accordi raggiunti in Svezia nel dicembre scorso, grazie alla mediazione dell'Onu, dovrebbero produrre i primi effetti nello Yemen. Dall'impegno delle parti dipendono il successo della tregua e i passi successivi.


Capiremo solo adesso, a distanza di due mesi dall’evento, se la conferenza di pace sullo Yemen – convocata dall’Onu a Rimbo, in Svezia, dal 6 al 13 dicembre scorso – sia effettivamente in grado di produrre esiti positivi e se entrambe le parti in conflitto nel Paese mediorientale vorranno davvero onorare la parola data e gli impegni assunti con l’accordo di Stoccolma.

Il testo prevede il concreto ritiro di truppe e milizie dalla città nord yemenita di Hodeida, il cui porto rappresenta l’unica via d’accesso e distribuzione degli aiuti alimentari e sanitari nella regione. Se Hodeida dovesse diventare teatro di battaglia, come si paventava, il conflitto precipiterebbe irrimediabilmente verso una catastrofe umanitaria di proporzioni immani.

Un passo verso la pace?

L’accordo, siglato dai rappresentanti del governo yemenita, sostenuto dai Paesi della Coalizione a guida saudita, e dai rappresentanti dei ribelli houthi, è stato reso noto da una dichiarazione ufficiale delle Nazioni Unite che hanno promosso complessi incontri bilaterali tra le fazioni, culminati in due giorni di consultazioni, fino al raggiungimento dell’obiettivo primario. Per l’Onu l’accordo è «un progresso importante», ma resta da capire quando inizierà il ritiro. Non è stata resa nota alcuna data di inizio e, soprattutto, non si sa ancora se poi arriveremo a un disarmo completo della regione, a una tregua reale – che le Nazioni Unite considerano la seconda fase dell’accordo – oppure se, semplicemente, ogni azione militare verrà spostata qualche chilometro più a sud di Hodeida.

Gli aiuti umanitari via Hodeida

Sta di fatto che tre delle località costiere del governatorato di Hodeida dotate di porti – Hodeida, Saleef e Ras Isa – dovrebbero essere interessate per prime a questa fase del ritiro, perché i loro porti sarebbero cruciali per la consegna di aiuti umanitari (cibo e medicine) per più di 18 milioni di persone, tante sono quelle che vivono nell’area. Gli aiuti dovrebbero finalmente arrivare dai silos Red Sea Mills, posizionati nei porti di Hodeida e di Saleef, probabilmente sufficienti a coprire tutto il fabbisogno attuale di grano. I silos sono capaci di sfamare 3,7 milioni di persone al mese ma i blocchi imposti dai ribelli Houthi alle organizzazioni internazionali non hanno permesso di accedervi per ben cinque mesi e il rischio, confermato dalla Fao, è quello di dover buttare quintali e quintali di granaglie ormai non più commestibili. Per scongiurare questa eventualità bisogna agire al più presto e questo è l’obiettivo primario delle organizzazioni internazionali, considerato che l’80 per cento della popolazione, pari a 24 milioni di yemeniti, secondo l’Ufficio dell’Onu per gli affari umanitari (Ocha), ha bisogno di una qualche forma di protezione o assistenza e che 85 mila bambini – secondo Save the Children – sarebbero già morti negli scorsi quattro anni di guerra, per malnutrizione e mancanza di accesso al cibo.

La soluzione è politica

Se questo è il primo buon risultato, è importante comprendere che la soluzione al conflitto è tutta politica e, per questo, estremamente incerta. Se da un lato i ribelli houthi firmano un anticipo di tregua, dall’altro continuano a diffondere informazioni – in parte propagandistiche, in parte confermate – secondo le quali sono riusciti più volte a sconfinare in territorio saudita e non solo lanciando missili sulle città al confine: le incursioni degli houthi nelle aree di Jazan, Najran e Asir hanno tra l’altro causato molte perdite umane e feriti gravi. I ribelli yemeniti sono riusciti ad impossessarsi di cingolati e veicoli nemici, esibendo le loro conquiste sui propri media ufficiali. D’altro canto, è semplicemente irrealistico pensare che i sauditi possano accettare di avere ai confini meridionali un pericolo costante e che giungano a riconoscere uno Stato satellite degli iraniani, del tutto interessato non solo a mantenere e difendere la propria tipicità – instaurando magari un imamato simile a quello vigente prima della trasformazione dello Yemen in repubblica – ma anche a superarne i confini e raggiungere le città sante della Mecca e di Medina.

Infine, non va dimenticato che il governo yemenita di Rabbo Mansur Hadi ha scelto di allogarsi al Sud, ad Aden, per motivi di sicurezza e perché qui ha il maggiore consenso regionale, ma difficilmente rinuncerà ad elaborare una strategia per riunificare il Paese, anche solo in una forma federata, e che potrà fare questo solo venendo a patti con gli Emirati Arabi Uniti che stanno finanziando diverse milizie operanti da Taiz in giù. Gli emiratini, nella partecipazione a questa guerra, hanno tre obiettivi primari: assicurarsi uno sbocco strategico sul Golfo di Aden e la costruzione di una base militare (operazione già in corso, a Socotra); eliminare in Yemen la concorrenza politica e l’influenza dei Fratelli musulmani yemeniti (il partito Islah), maggioritario durante la rivoluzione del 2011 e preminente nella città di Taiz, in continuità con la politica estera degli Emirati totalmente contraria all’asse Qatar/Turchia; siglare una grande quantità di accordi commerciali con lo stato yemenita per guidare la ricostruzione di infrastrutture al Sud e per avere uno Stato satellite in posizione strategica su cui esercitare un’influenza economica, politica e culturale.

Il ruolo degli Emirati

In questo quadro, nonostante il Paese più citato in questo conflitto sia l’Arabia Saudita, non va assolutamente sottovalutato il ruolo degli Emirati, anche rispetto all’alleato saudita. Non c’è da stupirsi che gli Emirati abbiano siglato contratti per 5,5 miliardi di dollari in armi e dotazioni elettroniche per l’industria militare nell’ultima fiera di Abu Dhabi del settore. Gli Emirati sono diventati in Yemen il maggiore distributore di veicoli armati, mortai, fucili, RPG, pistole e razzi verso milizie non statuali, accusate di crimini di guerra contro la popolazione e di consistenti violazioni dei diritti umani. Tra queste milizie, operanti soprattutto al Sud e nell’area della frontline della città di Taiz, ci sono i gruppi salafiti Abu Abbas e le Giants al Amaliqa, a cui si è recentemente aggiunta una nuova milizia, la Mekhlafi, nota per essere guidata da un comandante appena diciottenne, crudelissimo, vendicativo, e già tristemente famoso, Ghazwan al Mekhlafi.

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