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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Anche Riyadh fa i conti con Halloween

Laura Silvia Battaglia
5 novembre 2019
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Nella capitale dell'Arabia Saudita il 31 ottobre scorso s'è svolta una sfilata di figure grottesche e mostruose che richiamavano tanto le tinte di Halloween. Vivaci le proteste sui social.


Quest’anno, per la prima volta, Halloween è sbarcato anche a Riyadh, in Arabia Saudita, e a questo segnale s’è scatenato l’inferno sui social. In verità, non c’è nulla di ufficiale e ci mancherebbe che il Paese culla dell’Islam introducesse una celebrazione «pagana», ma la madre delle polemiche sgorga dalle giornate finali della cosiddetta Riyadh Season, una kermesse di tre mesi articolata in vari eventi che hanno animato la capitale saudita. Rivolta soprattutto ai turisti a cui adesso l’Arabia Saudita si è aperta, l’iniziativa ha visto – tra le attrazioni principali – la presenza delle più famose giocatrici e giocatori di wrestling, per l’occasione vestiti «modestamente»: le donne in calzoncini e maglietta lunga, gli uomini che hanno sfilato anche in gallabia bianca, prima di competere. Fin qui nessun problema.

Quando il 31 ottobre è comparso l’Horror Festival (suscitando l’interesse del pubblico) nelle strade della capitale ha sfilato una serie di statue di demoni giganti, verdi, non molto dissimili dall’Incredibile Hulk, accompagnate da musica techno e luci stroboscopiche. È a questo punto che molti utenti dei social, soprattutto su Twitter, si sono detti sconcertati e «senza parole», davanti ad una sfilata del genere in coincidenza con la notte di Halloween.

C’è chi si chiede come il principe ereditario Mohammed bin Salman e il re suo padre possano aver avallato una simile manifestazione, tanto contraria ai principi dell’Islam. Qualcun altro ipotizza che dopo le statue giganti dei mostri, a Riyadh sbarcherà il Natale, sotto forma di albero con decorazioni e si domanda quale ipocrita definizione potrebbe avere un’iniziativa simile. Forse per mettere a tacere le polemiche – ma non è chiaro se fosse già stato previsto – l’1 novembre le statue sono state distrutte.

Su Twitter gli utenti hanno festeggiato l’iconoclastia degli «idoli» e un profilo in particolare (fzmhm12121) ne attribuisce l’azione «al principe ereditario salafita Mohammed bin Salman, che Dio lo benedica». Si attende la prossima Riyadh Season del 2020 per capire come la Casa Reale saudita si comporterà nella notte dei morti viventi: intanto il Festival fa già parte della serie di riforme ordinate dal principe per la strategia Vision 2030 che punta, oltre che a rendere l’Arabia Saudita meno dipendente dalla vendita di petrolio, a mostrare un Paese più moderno. E, per accrescere l’approvazione internazionale, ha aperto le porte all’industria del divertimento non sempre ottenendo il plauso dei suoi cittadini.


 

Perché Diwan

La parola araba, di origine probabilmente persiana, diwan significa di tutto un po’. Ma si tratta di concetti solo apparentemente lontani, in quanto tutti legati dalla comune etimologia del “radunare”, del “mettere insieme”. Così, diwan può voler dire “registro” che in poesia equivale al “canzoniere”. Dove registro significa anche l’ambiente in cui si conserva e si raduna l’insieme dei documenti utili, ad esempio, per il passaggio delle merci e per l’imposizione dei dazi, nelle dogane. Diwan, per estensione, significa anche amministrazione della cosa pubblica e, per ulteriore analogia, ministero. Diwan è anche il luogo fisico dove ci si raduna, si discute, si controllano i registri (o i canzonieri) seduti (per meglio dire, quasi distesi) comodamente per sfogliarli. Questo spiega perché diwan sia anche il divano, il luogo perfetto per rilassarsi, concentrarsi, leggere.

Questo blog vuole essere appunto un diwan: un luogo comodo dove leggere libri e canzonieri, letteratura e poesia, ma dove anche discutere di cose scomode e/o urticanti: leggi imposte, confini e blocchi fisici per uomini e merci, amministrazione e politica nel Vicino Oriente. Cominciando, conformemente all’origine della parola diwan, dall’area del Golfo, vero cuore degli appetiti regionali, che alcuni vorrebbero tutto arabo e altri continuano a chiamare “persico”.

Laura Silvia Battaglia, giornalista professionista freelance e documentarista specializzata in Medio Oriente e zone di conflitto, è nata a Catania e vive tra Milano e Sana’a (Yemen). È corrispondente da Sana’a per varie testate straniere.

Tra i media italiani, collabora con quotidiani (Avvenire, La Stampa, Il Fatto Quotidiano), reti radiofoniche (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 – Agenda del mondo, RAI News 24), magazine (D – Repubblica delle Donne, Panorama, Donna Moderna, Jesus), testate digitali e siti web (Il Reportage, Il Caffè dei giornalisti, The Post Internazionale, Eastmagazine.eu). Cura il programma Cous Cous Tv, sulle televisioni nel mondo arabo, per TV2000.

Ha girato, autoprodotto e venduto otto video documentari. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello debole, Giornalisti del Mediterraneo. Insegna come docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, alla Nicolò Cusano di Roma, al Vesalius College di Bruxelles e al Reuters Institute di Oxford. Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (BeccoGiallo, aprile 2017).

 

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