Terrasanta.net - Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia.
Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

A Teheran va alla sbarra la triste maschera di Sahar

Laura Silvia Battaglia
23 ottobre 2019
email whatsapp whatsapp facebook twitter versione stampabile

Dopo essersi fatta deturpare dai chirurghi estetici (sic!) per guadagnare popolarità sui social in Iran, Sahar Tabar è finita dentro con pesanti accuse. La sua storia fa discutere.


Su Instagram, appare come una maschera, un incrocio tra uno scheletro e una bambola gonfiabile troppo magra. Ma ora la star dei social media conosciuta in Iran come Sahar Tabar è stata arrestata. La notizia arriva dall’agenzia ufficiale Tasnim e l’accusa mossa dalle autorità di Teheran è di «crimini culturali e corruzione sociale e morale».

Non si tratta di accuse da poco, considerato che comprendono alcune violazioni della legge locale punite con la più grande severità in Iran: blasfemia, incitamento alla violenza, guadagno con mezzi inappropriati e incoraggiamento dei giovani alla corruzione. E da queste accuse, la donna, famosa per aver modificato drasticamente il suo aspetto attraverso la chirurgia estetica, dovrà – se possibile – difendersi.

La questione è che la Tabar è diventata in un solo anno sempre più famosa: da quando, sul suo profilo Instagram, dallo scorso anno, aveva pubblicato una serie di immagini del suo viso alterate dalla chirurgia plastica. La maggior parte delle foto e dei video condivisi con i suoi 26mila e 800 follower sono state anche pesantemente modificate in modo che Tabar potesse assomigliare apparentemente alla star di Hollywood Angelina Jolie.

In realtà, questa ragazza – di cui si è anche arrivati a dubitare della sua identità e della attendibilità dei suoi ritratti, alterati digitalmente – ne sarebbe solo la “mostruosa” copia: quasi sempre la donna si è fatta ritrarre con le labbra imbronciate, e a capo scoperto. Evidentissimi i ritocchi ripetuti e progressivi sul naso, affinché fosse sempre più piccolo e arricciato; sulle labbra, sempre più larghe e gonfie; sugli zigomi e sul viso, gli uni sempre più alti, l’altro sempre più scarno. Utilizzerebbe anche delle lentine colorate azzurre, per alterare il colore naturale dei suoi occhi nocciola.

Solo in alcuni video Sahar indossa un hijab vagamente appoggiato sui capelli e una benda bianca sul naso, segno dell’intervento di chirurgia estetica appena subito, comunissima tra donne e uomini a Teheran che la sfoggiano anche come status symbol, come segno della propria appartenenza sociale che permette l’accesso a queste forme di trattamento medico.

In effetti, la chirurgia estetica è estremamente popolare nella Repubblica Islamica dell’Iran: sono decine di migliaia le operazioni che si svolgono ogni anno e le spese sono anche rimborsabili dallo Stato. La chirurgia è peraltro permessa e praticata da transessuali che vogliano definitivamente procedere al cambio di sesso e fattezze. Questa pratica è considerata perfettamente legale ed è ritenuta preferibile all’esercizio dell’omosessualità.

Ora per la Tabar si apre però un processo per blasfemia, la peggiore accusa possibile in Iran. Molti suoi fan ritengono anche che questa decisione del governo coincida con la volontà di infliggere una stretta censoria alla comunicazione sui social media, frequentata soprattutto dai giovani. Instagram è l’unico importante servizio di social media accessibile in Iran, mentre Facebook e Twitter non sono utilizzabili. Così come il servizio di messaggistica Telegram, che da poco è ufficialmente vietato.


 

Perché Diwan

La parola araba, di origine probabilmente persiana, diwan significa di tutto un po’. Ma si tratta di concetti solo apparentemente lontani, in quanto tutti legati dalla comune etimologia del “radunare”, del “mettere insieme”. Così, diwan può voler dire “registro” che in poesia equivale al “canzoniere”. Dove registro significa anche l’ambiente in cui si conserva e si raduna l’insieme dei documenti utili, ad esempio, per il passaggio delle merci e per l’imposizione dei dazi, nelle dogane. Diwan, per estensione, significa anche amministrazione della cosa pubblica e, per ulteriore analogia, ministero. Diwan è anche il luogo fisico dove ci si raduna, si discute, si controllano i registri (o i canzonieri) seduti (per meglio dire, quasi distesi) comodamente per sfogliarli. Questo spiega perché diwan sia anche il divano, il luogo perfetto per rilassarsi, concentrarsi, leggere.

Questo blog vuole essere appunto un diwan: un luogo comodo dove leggere libri e canzonieri, letteratura e poesia, ma dove anche discutere di cose scomode e/o urticanti: leggi imposte, confini e blocchi fisici per uomini e merci, amministrazione e politica nel Vicino Oriente. Cominciando, conformemente all’origine della parola diwan, dall’area del Golfo, vero cuore degli appetiti regionali, che alcuni vorrebbero tutto arabo e altri continuano a chiamare “persico”.

Laura Silvia Battaglia, giornalista professionista freelance e documentarista specializzata in Medio Oriente e zone di conflitto, è nata a Catania e vive tra Milano e Sana’a (Yemen). È corrispondente da Sana’a per varie testate straniere.

Tra i media italiani, collabora con quotidiani (Avvenire, La Stampa, Il Fatto Quotidiano), reti radiofoniche (Radio Tre Mondo, Radio Popolare, Radio In Blu), televisione (TG3 – Agenda del mondo, RAI News 24), magazine (D – Repubblica delle Donne, Panorama, Donna Moderna, Jesus), testate digitali e siti web (Il Reportage, Il Caffè dei giornalisti, The Post Internazionale, Eastmagazine.eu). Cura il programma Cous Cous Tv, sulle televisioni nel mondo arabo, per TV2000.

Ha girato, autoprodotto e venduto otto video documentari. Ha vinto i premi Luchetta, Siani, Cutuli, Anello debole, Giornalisti del Mediterraneo. Insegna come docente a contratto all’Università Cattolica di Milano, alla Nicolò Cusano di Roma, al Vesalius College di Bruxelles e al Reuters Institute di Oxford. Ha scritto l’e-book Lettere da Guantanamo (Il Reportage, dicembre 2016) e, insieme a Paola Cannatella, il graphic novel La sposa yemenita (BeccoGiallo, aprile 2017).