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Tahrir Al Araj (Miftah): «Per la pace serve la fine dell’occupazione»

Manuela Borraccino
21 novembre 2025
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Tahrir Al Araj (Miftah): «Per la pace serve la fine dell’occupazione»
Tahrir Al Araj nel corso di un incontro pubblico. (foto Miftah)

Nulla può tornare a com’era prima del 7 ottobre 2023, dice la direttrice esecutiva della principale organizzazione della società civile palestinese. Occorre un orizzonte politico che porti alla nascita dello Stato di Palestina.


«Non ci può essere una pace giusta e duratura senza l’autodeterminazione dei palestinesi. E tanto meno senza mettere sotto processo chi ha compiuto crimini contro l’umanità nella Striscia di Gaza e chi ha perpetrato l’occupazione e l’apartheid in Cisgiordania». Tahrir Al Araj, direttrice esecutiva di Miftah (Iniziativa palestinese per la promozione del dialogo globale e della democrazia), una delle più importanti organizzazioni della società civile palestinese, commentava così nei giorni scorsi il piano in 20 punti del presidente Usa Donald Trump per la pace a Gaza, approvato poi da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu.

«Più che il Piano di Trump – rimarca Al-Araj – noi palestinesi lo consideriamo “la trappola di Trump”. Perché mentre viene presentato come piano finalizzato alla stabilità e alla ricostruzione, in realtà neppure menziona la separazione che subiamo da anni fra Gerusalemme, la Cisgiordania occupata e la Striscia di Gaza. Qualsiasi proposta che ignora i diritti collettivi del popolo palestinese, frammenta il nostro territorio o rinforza il sistema coloniale di insediamento improntato all’apartheid sulla nostra terra, non può costituire una proposta genuina per la pace e la giustizia. Al contrario, non farà che riaffermare le condizioni di oppressione che hanno portato all’attacco di Hamas. Solo con la fine dell’occupazione noi saremo in grado di ricostruire la nazione e le nostre comunità: il dominio sulle nostre vite, lo strangolamento dell’economia e la stessa impunità di Israele verso le violazioni dei diritti umani dei palestinesi non fanno che acuire il conflitto».

Classe 1971, originaria di Gaza, a 18 anni Tahrir Al-Araj si è trasferita in Cisgiordania per laurearsi in Scienze politiche all’università di Bir Zeit dove si è anche specializzata in Studi di genere, prima di conseguire un dottorato negli Stati Uniti in scienze dell’Educazione e Sviluppo di comunità. Per anni ha ricoperto ruoli apicali nelle organizzazioni di base femminili e ha insegnato nelle università del Cairo e di Bir Zeit prima di essere nominata nel 2020 direttrice esecutiva di Miftah. Fondata – con il sostegno dell’Unione europea – nel 1998 dalla portavoce dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina Hanan Ashrawi, che è anche una delle tre donne che parteciparono ai negoziati di Oslo (le altre furono Zahira Kamal e Souad Amiry), l’Iniziativa per il dialogo e la democrazia ha tra i suoi compiti istituzionali quello di formare donne e giovani alla cittadinanza attiva e a saper presentare e diffondere la conoscenza della narrazione palestinese sul conflitto, influenzare le politiche e l’elaborazione delle leggi e creare le condizioni per un ambiente favorevole all’approvazione di riforme e alla democratizzazione della Palestina.

• Negli ultimi due anni avete discusso con altre organizzazioni della società civile il vostro ruolo « nello sviluppo di un discorso unificante sulla forma e il carattere di uno Stato palestinese». A quali conclusioni siete arrivati?

Un punto sul quale siamo tutti d’accordo è che non possiamo tornare alla situazione precedente al 7 ottobre 2023. Alla luce della portata senza precedenti dei massacri perpetrati contro i palestinesi, ci siamo chiesti quali siano i nostri doveri nei confronti dei sacrifici compiuti, quale direzione dovremmo prendere e quali obiettivi fissare degni dei sacrifici e dell’eroismo palestinesi non solo nella Striscia di Gaza ma anche in Cisgiordania, dove la guerra è perpetrata dai coloni, dall’espansione degli insediamenti e dal regime di apartheid. Due anni di aggressioni hanno messo in evidenza la necessità di dare priorità alla fine dell’occupazione. Siamo consapevoli che questo obiettivo non può esser raggiunto dall’oggi al domani, ma richiederà diversi anni. È emersa inoltre la necessità di reintrodurre l’obiettivo di uno Stato di Palestina indipendente nel programma di azione civile. In altre parole la priorità per le associazioni di base in questa fase è quella di ripristinare una visione politica, piuttosto che orientata ai servizi: non basta più assicurare servizi e diritti sociali ed economici.

• Come si concilia tutto questo con l’assenza di elezioni politiche dal 2006?

Anche il sistema politico palestinese ha preso atto che la causa palestinese è tornata alla ribalta sulla scena mondiale e che c’è una pressione internazionale per la sicurezza e la stabilità in Medio Oriente. È ovvio che è necessario indire quanto prima elezioni legislative e presidenziali. Non si può tuttavia ignorare l’impatto dell’occupazione sulla vita politica e civile palestinese: è un dato di fatto che gli ostacoli continui posti da Israele all’esercizio dei nostri diritti politici e sociali riguarda anche gli impedimenti allo svolgimento delle elezioni, come si è visto nel 2022 a Gerusalemme. Sia l’Autorità nazionale palestinese [Anp] sia le organizzazioni della società civile operano sotto il sistema del colonialismo israeliano d’insediamento, e questo mina alla base qualsiasi nostro tentativo di avanzamento dei diritti politici, civili e sociali per la costruzione della democrazia palestinese e crea una situazione sul terreno estremamente critica e difficile per entrambi.

• Quali azioni ritiene comunque possibili?

In primo luogo abbiamo intensificato gli interventi a livello internazionale per la causa palestinese e per fornire aiuti urgenti ai palestinesi nella Striscia di Gaza, compresi aiuti alimentari, sanitari e servizi essenziali. Stiamo poi lavorando alla formazione di un Consiglio nazionale di esperti composto da attivisti e personalità politiche, sociali e giuridiche di fiducia, comprese donne e giovani, e ad un programma nazionale per una strategia di uscita dalla crisi, compreso un piano di ripresa politica, economica e sociale per la società palestinese. Stiamo tentando di rafforzare il più possibile il dialogo comunitario a livello di base soprattutto per alleviare le sofferenze nelle zone rurali e urbane anche per accelerare il processo di ripresa, dato che diverse aree sono state esposte a violenza, oppressione e maltrattamenti di varia natura.

• Tra i vostri compiti istituzionali c’è anche quello di esercitare il controllo sull’azione di governo dell’Anp. Con quali esiti?

L’occupazione ha un impatto devastante anche in questo ambito, perché in assenza di un’assunzione di responsabilità e di giustizia per gli effetti dell’occupazione sulla vita politica e sociale palestinese, di fatto le ricadute del nostro lavoro sono molto limitate: come possiamo esercitare la nostra funzione di controllo sulle politiche palestinesi, sui decreti presidenziali, sulla democratizzazione del sistema politico, sullo stato dei conti pubblici se l’azione di governo è sottoposta al dominio di Israele? È chiaro che cerchiamo come possiamo di portare avanti la nostra agenda e di contribuire all’elaborazione delle riforme necessarie alla costruzione dello Stato palestinese, ma tutto questo non potrà vedere la luce se non viene posta fine all’occupazione.

• Lei è spesso all’estero. Che tipo di feedback riceve dagli organismi internazionali?

Siamo attivi in tutte le sedi internazionali per portare le prove e le testimonianze di quello che persino due organizzazioni per i diritti umani israeliane hanno definito come genocidio a Gaza, della fame in cui è stata spinta la popolazione in due anni di assedio, degli attacchi dei coloni che [in Cisgiordania] incendiano le case e sradicano i nostri ulivi per spingerci a lasciare la terra. E anche per ribadire che noi palestinesi non vogliamo essere dei meri destinatari dei donatori: affermiamo che non ci può essere nessuna soluzione a questo conflitto senza processare i vertici politici e militari di Israele per i crimini a Gaza ma anche per i quotidiani attacchi da parte dei coloni in Cisgiordania, in quello che diverse personalità pubbliche israeliane definiscono «terrorismo dei coloni».

• Che cosa ne pensa della collaborazione con associazioni femminili israeliane?

Io non credo che donne sotto occupazione possano avere alcun rapporto o legame o forme di collaborazione con donne che partecipano al regime coloniale di apartheid. Siamo pronte ovviamente a portare avanti iniziative congiunte con tutte le israeliane che si battono pubblicamente contro l’occupazione e che si sforzano di cambiare il discorso pubblico all’interno di Israele: ciascuno di noi, me compresa, ha rapporti con gli israeliani che rifiutano e combattono questo regime.

• Che cosa le dà speranza per il futuro?

Abbiamo portato avanti la resistenza con ogni mezzo possibile ben prima del 7 ottobre: non abbandoneremo la nostra terra, nessuno ci sradicherà da qui. Continueremo a resistere e a combattere l’oppressione; la mobilitazione internazionale mi dà fiducia che tutto ciò un giorno finirà e potremo vivere in pace. Questo è un momento storico, la nostra causa oggi ha un sostegno globale come mai era avvenuto prima: non abbiamo altra scelta che continuare a lottare per la nostra autodeterminazione nel lavoro, a scuola, nel sostegno delle nostre donne.

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