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Orly Noy (B’Tselem): «Anche i media ebraici corresponsabili di genocidio»

Manuela Borraccino
8 settembre 2025
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I crimini di guerra a Gaza, il presente e il futuro dello Stato ebraico, il bellicismo di Israele in Medio Oriente: l’attivista di origine iraniana traccia un’analisi a tutto campo della situazione oggi in Israele nel podcast della testata digitale israelo-palestinese +972.


Se e quando lo Stato di Israele e i suoi attuali dirigenti politici e militari verranno chiamati a rispondere per crimini di guerra davanti a tribunali internazionali, allora «su un altro banco degli imputati dovrebbero sedere anche i principali media israeliani per come hanno ignorato le informazioni e manipolato l’opinione pubblica sul genocidio in corso a Gaza». La giornalista israeliana Orly Noy non usa giri di parole nell’ultima puntata del podcast della rivista israelo-palestinese +972 dedicato all’«eterna guerra di Israele». Un’intervista a tutto campo alla direttrice Ghousoon Bisharat sui legami fra la catastrofe a Gaza, la crescente violenza in Cisgiordania e il bellicismo con cui Israele si relaziona con il resto della regione, dagli attacchi in Libano e in Siria alla guerra in Iran e ai raid contro gli houthi yemeniti.

Nata a Teheran nel 1970 ed emigrata in Israele con i genitori nei giorni della Rivoluzione khomeinista del 1979, Orly Noy scrive per la testata di sinistra Local Call e per la stessa rivista +972, traduce dal farsi, è attivista del partito Balad, espressione della minoranza araba israeliana ed è presidente del Comitato direttivo di B’Tselem, una delle principali organizzazioni israeliane per il contrasto alle violazioni dei diritti umani dei palestinesi.

La conversazione è avvenuta un mese dopo la pubblicazione del rapporto nel quale B’tselem insieme a Medici per i diritti umani denuncia apertamente (è la prima volta che due organizzazioni non governative israeliane lo fanno) che lo Stato ebraico sta commettendo un genocidio contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza. «Non è che non ce ne fossimo accorti prima – spiega Noy – ma avevamo bisogno di documentare per quali motivi siamo convinti che quello che sta avvenendo sia il tentativo di cancellare l’esistenza di un gruppo in quanto collettività, ovvero un genocidio ai sensi del diritto internazionale, e che questo non stia avvenendo solo a Gaza ma che con modalità diverse sia un obiettivo anche in Cisgiordania. Perché solo in due ong lo abbiamo fatto? Penso che molte associazioni esitino a chiamare le cose col loro nome nel tentativo di portare dalla loro parte attraverso un linguaggio più blando una quota maggioritaria del pubblico israeliano, ma dubito fortemente che questa strategia funzioni».

La reazione del pubblico al rapporto secondo la giornalista costituisce un’amara espressione della deriva della democrazia israeliana: «Alla luce degli attacchi che abbiamo ricevuto in passato, ci eravamo preparati a una reazione brutale da parte del governo e del pubblico. Negli anni scorsi siamo stati molto duramente contestati, talvolta persino indagati dalla magistratura, per quanto denunciavamo, ma almeno eravamo parte del dibattito pubblico. Stavolta siamo stati completamente ignorati dai media in ebraico: il rapporto ha avuto molta più risonanza all’estero che in Israele. E questo la dice lunga sulla fase storica che Israele sta attraversando: il silenzio assordante con il quale è stato accolto il rapporto in Israele ci dice in quale stato versino la nostra classe politica, la nostra società, i nostri media».

In un conflitto asimmetrico nel quale ai giornalisti stranieri viene impedito di entrare nella Striscia e sono stati uccisi in meno di due anni oltre 200 giornalisti e operatori dell’informazione palestinesi, per Noy i media israeliani non solo non sono stati all’altezza della situazione ma hanno tradito la loro stessa funzione sociale e morale: «Io penso che quando i responsabili di questo genocidio siederanno sul banco degli imputati dei tribunali internazionali, dovrebbero sedere su un banco laterale anche i rappresentanti dei media in ebraico, perché hanno una responsabilità enorme nell’aver normalizzato questo genocidio e nell’aver manipolato a tal punto l’opinione pubblica israeliana da aver reso possibile che durasse per così tanto tempo. È incredibile che ci siano molte più informazioni sui media internazionali su quello che sta avvenendo di quante non siano disponibili per i cittadini israeliani. I nostri media hanno deciso di nascondere al pubblico israeliano la realtà, di adottare senza battere ciglio la narrazione dell’esercito e del governo, ed è proprio questo il motivo per cui ai giornalisti stranieri viene impedito di entrare a Gaza».

Per l’attivista il consenso che ha accompagnato la guerra a Gaza è l’indicatore più doloroso del futuro che probabilmente attende lo Stato ebraico: «L’apartheid può finire – dice – all’occupazione possiamo porre fine, dal razzismo possiamo guarire, ma dal genocidio non si torna indietro: noi ci porteremo addosso questa vergogna per generazioni. La disumanizzazione dei palestinesi, l’inimmaginabile ascesa del suprematismo ebraico non sono qualcosa che è avvenuta dall’oggi al domani: non è questione di riformare il governo; c’è un’intera società che deve vivere un processo di rigenerazione. Il genocidio in corso è l’esito di trasformazioni sociali, politiche e culturali durate decenni. È come in Germania alla fine della Seconda guerra mondiale: è un intero regime che ha compiuto un genocidio che non può più stare in piedi e dal quale dobbiamo dissociarci. Questa spero sia la lezione che impareremo da questa catastrofe, o che il mondo impartirà a Israele».

Gli scritti di Orly Noy si muovono lungo le linee di intersezione delle sue identità plurime, che vanno dall’essere donna all’adesione agli ideali di sinistra alle origini mizrahi, come vengono definiti gli ebrei di origine mediorientale, fino al dialogo costante fra le due anime di «emigrante provvisoria che vive all’interno di un’immigrata permanente». «Se penso di andarmene? Personalmente spero di tornare un giorno nel mio Paese di origine, l’Iran, e di vivere in un Iran libero gli anni che mi restano da vivere. Ma la mia priorità resta il futuro delle mie due figlie: con mio marito le stiamo spingendo moltissimo ad emigrare, a costruire una vita da qualche altra parte affinché la loro vita non sia forgiata dalla vergogna per quello che come israeliani abbiamo compiuto in questi due anni, una vergogna dalla quale noi cittadini israeliani ultracinquantenni non potremo liberarci mai: l’onta del genocidio rimarrà sugli israeliani per generazioni. Non voglio che la vita delle mie figlie sia condizionata per sempre da quest’onta».

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