«C’è tanto lavoro da fare alla base dei popoli palestinese e israeliano prima di arrivare a sedersi a un tavolo negoziale», spiega Siham Fayyad, capo progetto per il ramo palestinese dell’organizzazione internazionale Search for a Common Ground.
«Proprio perché la situazione a Gaza e in Cisgiordania è così drammatica dobbiamo lavorare alla base per cambiare la mentalità dei palestinesi, sperando che cambi anche quella degli israeliani. Del resto che alternativa abbiamo? Non abbiamo altra scelta che cercare di costruire un futuro diverso dall’attuale» dice a Terrasanta.net Siham Fayyad, 50 anni, discendente da una tribù beduina di Beer Sheva sfollata a Gaza dopo la Nakba del 1948. Dopo la Guerra dei sei giorni del 1967 suo padre riparò a Gerico, dove attraverso la Arab Development Society fondò una fattoria: è lì che ancora oggi Siham vive con la famiglia allargata.
La sua esperienza è emblematica del multiculturalismo della società palestinese poiché, come i suoi fratelli e sorelle, Siham ha frequentato le scuole francescane di Gerico; dopo la laurea triennale in Marketing e gestione aziendale, ha conseguito un master in Cooperazione internazionale. L’attivista ha lavorato per anni per varie organizzazioni di base palestinesi, fra le quali il Jerusalem Center for Women, prima di accettare un anno fa l’incarico di project manager per il ramo palestinese di Search for a Common Ground, un’organizzazione per la costruzione dal basso dei processi di pace fondata negli Stati Uniti nel 1982 con sede a Washington (Usa) e a Bruxelles, oggi presente con le proprie sedi in 35 Paesi del mondo dilaniati da conflitti.
«Con il sostegno del governo olandese – spiega – lavoriamo con comunità locali di base per la creazione di una rete di donne e giovani che definiscano ed elaborino dal basso un’identità nazionale palestinese e una visione palestinese per il futuro: collaboriamo con centri giovanili, radio locali femministe, associazioni dei campi profughi che non avrebbero le strutture e le risorse per la stesura di documenti politici programmatici che siano espressione delle più emarginate e svantaggiate fasce sociali palestinesi. Ad esempio, collaboriamo con l’associazione giovanile palestinese Zimam presente in tutti i governatorati della Cisgiordania, con cicli di incontri di cittadinanza attiva e alfabetizzazione politica che preparino cittadini globali pronti a prendere le redini di una Palestina libera dall’occupazione e libera dagli estremismi. È cruciale lavorare con associazioni locali che sono a loro volta collegate con comitati più piccoli, talvolta di quartiere: solo così si riesce ad ascoltare le voci dal basso, soprattutto dei più giovani».
L’occupazione israeliana della Cisgiordania pone enormi ostacoli alla costruzione di reti associative ma, rimarca Siham, proprio perché i municipi locali sono i principali interlocutori delle organizzazioni internazionali «la nostra credibilità viene proprio dall’avere come priorità i bisogni autentici dei cittadini comuni». «Lavorare per costruire la pace dal basso – rimarca – costituiva una dura sfida anche prima del 7 ottobre: anche noi veniamo bollati nel migliore dei casi come degli ingenui. Gran parte della famiglia di origine di mio padre si trova a Gaza in condizioni indescrivibili… eppure mi ripeto sempre: “se non questo, che cosa?”.
Quel che cerchiamo di fare non è “nonostante” le circostanze, ma proprio “a causa” delle circostanze. Siamo nati e cresciuti all’ombra di questo lunghissimo conflitto. Il fallimento del processo di pace ci ha insegnato quali grandi divari esistessero fra i rappresentanti politici e i due popoli. È chiaro che la maggior parte dell’attivismo civico in Palestina è per la fine dell’occupazione: già solo su questo aspetto, senza contare Gerusalemme o i rifugiati, gli aspetti e le implicazioni e le diverse percezioni e opinioni sono talmente tante che è evidente che c’è un grandissimo lavoro che deve essere compiuto all’interno delle nostre società prima di arrivare a sedersi a un eventuale tavolo dei negoziati».
La sfida principale «è amplificare le voci delle basi di entrambe le società: siamo convinte che anche dentro gli enormi limiti poste dall’occupazione possiamo contrastare l’individualismo e la tendenza all’isolamento e trasmettere la rilevanza del lavoro per le comunità, per i nostri figli e con i nostri figli. La vita in Palestina è molto difficile – chiosa Siham – ma non è certo stando con le mani in mano ad aspettare che qualcuno faccia qualcosa per noi che la nostra condizione cambierà».
E forse non è un caso che per dirigere i due rami palestinesi e israeliano di questa associazione siano state chiamate un anno fa due donne di formazione internazionale, che rappresentano due pezzi da novanta nel condominio israelo-palestinese. La direttrice del ramo palestinese è Huda Abuarqoub, politologa con una grande esperienza di processi trasformativi dei conflitti, formazione alla leadership e al cambiamento sociale, insignita nel 2017 del Premio Laudato si’ per la sua dedizione alla giustizia e alla pace e nel 2019 di un riconoscimento speciale da parte del Dalai Lama.
La sua omologa per il ramo israeliano è la scrittrice e attivista per i diritti umani Maya Savir, cresciuta fra Tel Aviv, Ottawa e New York. Figlia del compianto negoziatore di Oslo Uri Savir e della psicoterapeuta Aliza Savir, 52 anni, prima di arrivare a «Search for a common ground» ha diretto per dieci anni un’organizzazione umanitaria per il contrasto alla malnutrizione in Africa dal quale è scaturito il saggio in ebraico del 2017 Sulla riconciliazione, in cui racconta che cosa ha imparato dai processi di pace in Africa. «La riconciliazione – ha detto in un recente seminario promosso dall’associazione Hand in Hand – è un lavoro duro, che richiede tenacia e disciplina. In tutti i conflitti duraturi che sembrano irrisolvibili uno dei principali ostacoli alla pace è la convinzione diffusa che le persone non cambino. Invece è un fatto storico che cambiano: come individui e come società. Basta guardare gli hutu e i tutsi in Ruanda, i bianchi e i neri in Sudafrica, Israele ed Egitto, Francia e Germania, e persino Israele e la Germania del dopoguerra. Anche gli ebrei israeliani possono farlo».





















