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A Manama il piano B di Trump

Giorgio Bernardelli
22 maggio 2019
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Per il 25 e 26 giugno la Casa Bianca ha convocato a Manama, in Bahrein, un vertice internazionale in favore della Palestina. Ma i palestinesi non ci andranno. E il tanto atteso piano di pace statunitense assume sempre più il sapore di un bluff.


Non è certo l’ambizioso «affare della vita» di cui aveva parlato. Però alla fine Donald Trump almeno una mossa sulla Palestina ha deciso di farla. Per il 25 e 26 giugno ha convocato a Manama in Bahrein un vertice internazionale che ha chiamato Peace to prosperity. L’intento è quello di concentrarsi «su una visione raggiungibile per un futuro prospero per il popolo palestinese e per la regione». Appare abbastanza evidente che si tratta di un piano B: non tirando decisamente un’aria favorevole alla fantomatica proposta, per il momento resta nel cassetto l’accordo di pace complessivo a cui avrebbe lavorato nei suoi viaggi nel Golfo Jared Kushner, il genero del presidente. Nel frattempo, però, si riparte da un grande classico: la promessa di un sacco di soldi come strada efficace per creare un contesto nel quale la pace poi arriverà da sola.

Il vertice di giugno è stato annunciato da Washington insieme al Bahrein, l’emirato del Golfo Persico che lo ospiterà. Ma che qualcosa non quadri lo si capisce subito dal fatto che l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) – che ha interrotto tutti i rapporti con Washington dal trasferimento a Gerusalemme dell’ambasciata Usa in Israele – non è stato nemmeno invitata. Del resto nei suoi confronti l’amministrazione Trump nell’ultimo anno ha seguito una politica esattamente opposta: un taglio secco a tutti i contributi di UsAid, l’organismo americano per la cooperazione, andando a colpire persino gli ospedali.

Donald Trump pensava così di indurre Ramallah a più miti consigli, ma finora ha ottenuto scarsi risultati. Pare chiaro, quindi, l’intento di scavalcarla giocando la carta dei Paesi del Golfo. Non a caso i primi ad annunciare che al vertice di Manama saranno presenti sono stati i governi degli Emirati Arabi Uniti e dell’Arabia Saudita. Sia loro sia il Bahrein, peraltro, ripetendo (almeno a parole) il mantra secondo cui l’adesione a questa iniziativa non significa un arretramento rispetto alla prospettiva di uno Stato palestinese con Gerusalemme est come sua capitale.

C’è però anche chi ha già detto che all’evento voluto da Trump non ci andrà. E sono non solo i vertici politici dell’Anp, ma anche i nomi più importanti dell’imprenditoria palestinese. Uno pesa in maniera particolare: quello di Bashar Masri, anche lui immobiliarista come Trump e perno del progetto di Rawabi, la nuova moderna città palestinese in costruzione che Washington ha sempre indicato come la grande opportunità per la pace, senza però mai sciogliere i nodi politici con Israele che ne ostacolano lo sviluppo. Va poi aggiunto che in Bahrein con Trump difficilmente ci sarà anche la Giordania, l’alleato storicamente più fedele per gli Stati Uniti nel mondo arabo, che ora però ha tutto da perdere in uno scenario in cui il suo ruolo su Gerusalemme sarebbe scalzato dal Golfo.

Senza i vertici politici dell’Anp e senza i soggetti imprenditoriali locali non si capisce come si possa oggi immaginare un percorso per iniziative economiche che portino la Palestina fuori dall’attuale contesto di crisi. È molto probabile, quindi, che il vertice di Manama finisca semplicemente per sancire un maggiore intervento finanziario dei Paesi del Golfo, per andare a ridare ossigeno alle realtà messe in ginocchio dal taglio dei fondi della cooperazione americana. Decisamente poco per chiamarla «peace to prosperity».

La verità è che ancora una volta il piano di pace di Trump ha tutta l’aria di essere un bluff. Una formula senza contenuti utile per raggiungere altro: cementare l’asse anti-iraniano tra Israele e i Paesi del Golfo. Perché anche Israele ha già detto che al vertice di Manama ci sarà: lo ha annunciato il ministro delle Finanze uscente Moshe Kahlon, che dovrebbe essere riconfermato nel nuovo governo Netanyahu (ammesso che il premier riesca a presentarlo entro lunedì 27 maggio, ultimo giorno utile per i termini imposti dalla legge israeliana, mettendo d’accordo le richieste apparentemente incompatibili di Lieberman e dei partiti religiosi). Perché la vera notizia in Bahrein alla fine sarà proprio questa: rappresentanti dei governi di Israele, Bahrein, Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita seduti allo stesso tavolo in un vertice ufficiale. A parlare di chi e di che cosa è un fatto del tutto secondario nel Medio Oriente di oggi.

Leggi qui la notizia sulla partecipazione di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita al vertice

Leggi qui l’articolo del New York Times sugli imprenditori palestinesi che non andranno a Manama


 

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A dare il nome a questo blog è una delle più celebri tra le porte della città vecchia di Gerusalemme. Quella che, forse, esprime meglio il carattere singolare di questo luogo unico al mondo. Perché la Porta di Jaffa è la più vicina al cuore della moderna metropoli ebraica (i quartieri occidentali). Ma è anche una delle porte preferite dai pellegrini cristiani che si recano alla basilica del Santo Sepolcro. Ecco, allora, il senso di questo crocevia virtuale: provare a far passare attraverso questa porta alcune voci che in Medio Oriente esistono ma non sentiamo mai o molto raramente.

 

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