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Il no palestinese al Piano Trump

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29 gennaio 2020
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Il no palestinese al Piano Trump
Il presidente palestinese Mahmoud Abbas prende le distanze dal piano di pace americano a Ramallah il 28 gennaio 2020. (foto Flash90)

Sì, no, forse. Le reazioni internazionali al Piano di pace per la Terra Santa reso pubblico dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Confermata la contrarietà palestinese.


(c.l.) Forte dell’appoggio dell’amministrazione Trump, il premier israeliano Benjamin Netanyahu già ieri ha dichiarato che avrebbe messo al voto l’annessione della Valle del Giordano e di tutti gli insediamenti in Cisgiordania nella settimanale riunione del governo in agenda domenica 2 febbraio.

Da parte sua, Benny Gantz, il leader del partito Blu e bianco che si contrapporrà a Netanyahu anche nella tornata elettorale del 2 marzo, ha dichiarato di sostenere il nuovo piano di pace americano. Ha però affermato che per applicarlo, Israele avrà bisogno di «un governo forte e stabile, guidato da un individuo in grado di dedicare tutto il suo tempo e le sue energie a garantire la sicurezza del Paese e il suo futuro». Cosa che implicitamente non sarebbe in grado di fare il premier uscente, che dovrà andare a giudizio per corruzione ed altri reati.

Nella pattumiera della Storia

Non sorprende il rifiuto categorico del piano americano, opposto dai dirigenti politici palestinesi, molto critici per le numerose concessioni fatte agli israeliani. «No, no e ancora no al “Piano del secolo”», ha reagito ieri sera il presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, che preferisce parlare di «schiaffo del secolo». «Getteremo il piano americano nella pattumiera della Storia – ha tagliato corto il presidente –. I nostri diritti non sono in vendita».

Abbas, che negli ultimi mesi ha rifiutato ogni dialogo con l’amministrazione Trump considerandola troppo sbilanciata verso Israele, ha anche osservato che non si può pensare a uno Stato palestinese che non abbia per capitale Gerusalemme.

Mahmoud Abbas ha reso pubbliche le sue osservazioni a Ramallah dopo un’alquanto rara riunione d’emergenza tra i rappresentanti delle varie fazioni politiche palestinesi: dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), a Hamas (che controlla la Striscia di Gaza), fino al Jihad islamico.

Da parte sua, Hamas ha affermato che i palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza devono «unirsi per combattere l’occupazione», sia sul campo, sia legalmente e diplomaticamente. Il capo di Hamas, Ismail Haniyeh, ha anche annunciato una «nuova fase» nella lotta palestinese contro l’occupazione israeliana.

Che ne pensano gli altri arabi?

Per i palestinesi il prossimo grande evento è in programma sabato 1 febbraio. Il presidente Abbas ha infatti chiesto una «riunione straordinaria» della Lega araba. Il segretario generale della Lega, Ahmed Abuel-Gheit, ha già fatto capire che la reazione palestinese al piano di pace americano determina la risposta araba.

Eppure, le reazioni del mondo arabo non sono univoche. Gli Emirati Arabi Uniti hanno affermato che la proposta di pace degli Stati Uniti offre «un importante punto di partenza per il ritorno ai negoziati in un quadro internazionale guidato dagli Stati Uniti». Anche l’Arabia Saudita apoggia un ritorno al tavolo negoziale sotto l’egida degli Stati Uniti.

Con un cauto comunicato del suo ministero degli Esteri, l’Egitto esorta israeliani e palestinesi «a intraprendere un attento e approfondito esame della visione americana per raggiungere la pace ed aprire canali di dialogo».

Da parte sua, il ministro degli Esteri della Giordania, Ayman Safadi, mette in guardia contro le «pericolose conseguenze di misure unilaterali di Israele, che minacciano di creare una nuova realtà sul campo». Il ministro ha anche aggiunto che uno Stato palestinese con Gerusalemme Est come capitale, basato sulla soluzione dei due Stati, resta «l’unica strada per una pace duratura e complessiva».

Per la Turchia il piano di Donald Trump è «nato morto». L’Iran, nemico giurato di Israele, l’ha definito il «tradimento del secolo» e lo considera «condannato al fallimento».

Dal Cairo il grande imam della moschea di al-Azhar, massima istituzione accademica dell’islam sunnita, ha criticato il piano americano nel corso di una conferenza internazionale. «La nostra identità di arabi e musulmani si è eclissata – ha osservato lo sceicco Ahmed al-Tayeb –. Provavo vergogna nel vedere Trump con il leader israeliano: progettano, discutono, controllano e risolvono problemi che toccano anche noi, senza avere accanto una personalità araba o musulmano».

Echi in Occidente

Qualche governo occidentale ha scelto di prendersi tempo per studiare le carte. Il portavoce Onu ha ricordato che «la posizione delle Nazioni Unite sulla soluzione dei due stati è stata definita, nel corso degli anni, dalle pertinenti risoluzioni del Consiglio di sicurezza e dell’Assemblea generale». Risoluzioni che dichiarano illegali tutti gli insediamenti israeliani in Cisgiordania e auspicano una soluzione che si basi sulle frontiere anteriori alla guerra arabo-israeliana del 1967, con scambi di terre concordati. Posizione che è ufficialmente condivisa dalla maggior parte degli Stati e dalla Santa Sede.

L’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea, Josep Borrell, ha dichiarato che la proposta di pace americana è «un’opportunità per rilanciare gli sforzi urgenti necessari a una soluzione negoziata e praticabile al conflitto israelo-palestinese». Ha però chiarito che il piano sarà valutato alla luce di «una soluzione negoziata e praticabile a due Stati, che tenga conto delle legittime aspirazioni dei palestinesi e degli israeliani».

Per il governo britannico il piano del presidente degli Stati Uniti «potrebbe rappresentare un passo avanti». Lo ha chiarito un portavoce del primo ministro, aggiungendo che Boris Johnson ne ha parlato con Trump prima del suo annuncio.

La Russia, da parte sua, invita israeliani e i palestinesi ad avviare «negoziati diretti» per giungere a un «compromesso reciprocamente accettabile».

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