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La soluzione Uno Stato e mezzo + mezzo

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31 gennaio 2020
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La soluzione Uno Stato e mezzo + mezzo
Le mappe di Israele e Palestina secondo il "piano del secolo" di Donald Trump.

Abbiamo sfogliato il «piano del secolo» dell'amministrazione Trump per la Terra Santa. Riassumiamo alcuni dei passaggi salienti e delle «soluzioni» immaginate. Comprensibili le resistenze palestinesi.


(g.s.) – Si intitola Peace to prosperity. A vision to improve the lives of the Palestinian and Israeli People («Dalla pace la prosperità. Una visione per migliorare le vite dei palestinesi e degli israeliani») il piano ideato dall’amministrazione Trump e reso pubblico, nella sua interezza, il 28 gennaio scorso alla Casa Bianca. Si articola in due parti: il Quadro politico (parte A) e il Quadro economico (parte B). La parte economica era già stata anticipata e illustrata dal consigliere speciale, e genero, del presidente degli Stati Uniti, Jared Kushner, nel giugno 2019 in Bahrein.

Qui ci soffermeremo sulla prima parte, la più contestata e controversa, resa nota solo negli ultimi giorni. Occupa le prime 49 pagine del piano e si conclude con alcune appendici, tra le quali anche le due mappe di Israele e dello Stato di Palestina come li immaginano gli estensori del «piano del secolo», per dirla alla Donald Trump (clicca qui per visualizzare le mappe a grandi dimensioni in formato pdf).

Consideriamo le soluzioni proposte nel piano, senza scendere nelle minuzie. A pagina 3, uno dei paragrafi dell’Introduzione si intitola Una realistica soluzione a due Stati. Ma è veramente realistico, da qualunque prospettiva lo si guardi, il disegno che emerge dalla visione statunitense?

Andiamo per temi.

Insediamenti

Premessa: «Lo Stato di Israele e gli Stati Uniti non credono che lo Stato di Israele sia legalmente obbligato a consegnare ai palestinesi il 100 per cento del territorio pre-1967», cioè quelli che oggi chiamiamo Territori palestinesi (occupati) e che furono sottratti al controllo della Giordania, uscita sconfitta dalla seconda guerra arabo-israeliana nel 1967.

Principio: non bisogna sradicare altre persone dai luoghi in cui vivono. In altri termini: gli israeliani che popolano gli insediamenti, creati negli ultimi decenni in Cisgiordania (o Giudea e Samaria, come preferiscono dire molti ebrei rifacendosi alla geografia biblica) resteranno dove sono. Le loro abitazioni e quartieri verranno incorporati e annessi al territorio di Israele. Sottoposti alle leggi dello Stato ebraico, usufruiranno della protezione e degli standard di sicurezza di cui godono i cittadini israeliani (cfr pp. 11-12).

Il piano include un altro dettaglio non da poco: analogo trattamento verrebbe posto in essere per i palestinesi che risiedono in enclave circondate dal territorio israeliano. In tal caso Israele sarebbe ben disposto a riconoscerli come cittadini dell’eventuale e futuro Stato di Palestina, al quale li collegherebbero strade appositamente create (e rispondenti alle esigenze di sicurezza israeliane). Uno dei vantaggi per Israele sarebbe la riduzione del numero di elettori arabi (p. 12).

Gerusalemme

Non si discute: Gerusalemme resta la capitale, una e indivisibile, di Israele (pp. 14ss.).

Il muro di separazione costruito nel primo decennio di questo secolo nei quartieri orientali resta dov’è e funge da «spartiacque» (cfr p. 17). Lo Stato di Palestina non potrà valicarlo. La sua capitale (Al Quds o qualsiasi altro nome i palestinesi vorranno assegnarle) resterebbe al di là del muro e ben distinta da Gerusalemme.

Israele protegge e tutela tutti i luoghi santi (ebraici, cristiani e musulmani della Città Santa) sin dal 1967 osserva il piano Trump, che dedica un passaggio al punto forse più sensibile della geografia gerosolimitana: «Persone di ogni fede dovrebbero poter pregare sul Monte del Tempio / Haram al-Sharif (la Spianata delle Moschee – ndr), con modalità pienamente rispettose della loro religione, tenendo conto dei tempi di preghiera e delle festività, come pure di altri fattori di natura religiosa» (p. 16). Si infrangerebbe così il «tabù» che fino ad oggi impedisce la preghiera pubblica sulla Spianata ai non musulmani.

I palestinesi che da generazioni vivono nei quartieri orientali della città oggi hanno una speciale carta d’identità rilasciata da Israele che certifica il loro status di residenti permanenti. Il piano Trump prevede che possano mantenere tale status oppure scegliere tra altre due opzioni: acquistare la cittadinanza palestinese o ottenere (senza difficoltà?) quella israeliana (cfr p. 17).

Nell’attuale area industriale di Atarot, in Cisgiordania una trentina di chilometri a nord di Gerusalemme, i palestinesi potrebbero sviluppare un centro turistico di prim’ordine destinato ad accogliere soprattutto i turisti musulmani diretti ai luoghi santi di Gerusalemme (cfr p. 18). Questione da sottoporre a futuri negoziati.

Si potrebbero studiare misure amministrative per consentire alle guide turistiche palestinesi di esercitare anche nella città vecchia di Gerusalemme. Israeliani e palestinesi potrebbero dar vita a un Ufficio del turismo di Gerusalemme/Al Quds per dar vita ad iniziative promozionali comuni (cfr p. 18). Questioni da sottoporre a futuri negoziati.

I profughi

Tutte le guerre creano masse di profughi, dice il piano Trump. «All’incirca lo stesso numero di ebrei ed arabi furono sfollati dal conflitto arabo/israeliano» scoppiato nel 1948 con la dichiarazione di indipendenza dello Stato ebraico. Il riferimento agli ebrei costretti alla fuga considera coloro che furono più o meno volontariamente indotti a lasciare i Paesi arabi o a maggioranza musulmana in cui vivevano da generazioni. «Quasi tutti gli ebrei hanno accettato di reinsediarsi stabilmente in Israele o in altri Paesi del mondo. I profughi arabi sono stati, in gran numero, tenuti isolati, impedendo loro di vivere da cittadini, in molti Paesi arabi della regione. (…) I palestinesi sono stati collettivamente, e in modo crudele e cinico, tenuti in un limbo per mantenere vivo il conflitto» (p. 31).

Dunque, no al diritto al ritorno dei profughi alle loro antiche case e terre – ora israeliane – e no al versamento di ingenti indennizzi da parte di Israele (cfr pp. 31-32).

Ai profughi palestinesi il piano della Casa Bianca riconosce tre alternative (cfr p. 32):

  1. L’assorbimento nello Stato di Palestina;
  2. l’integrazione nel Paese in cui attualmente vivono;
  3. l’accoglienza di 5 mila profughi ogni anno (per dieci anni) da parte di Paesi membri dell’Organizzazione per la cooperazione islamica disposti a riceverli.

Qualche forma di simbolico indennizzo potrebbe essere elargita da una Fondazione per i profughi palestinesi, appositamente istituita e finanziata con fondi internazionali.

La sicurezza

Permea l’intero piano il criterio della sicurezza dello Stato di Israele e del diritto al più ampio riconoscimento internazionale della sua specificità di Stato ebraico.

In nome della sicurezza, Washington riconosce a Israele la facoltà di annettersi la Valle del Giordano (cfr p. 13). In tal modo tutto il suo confine orientale, da nord a sud, aderirà alla frontiera con la Giordania (oggi non è così: la Giordania confina in parte – ad esempio nella zona di Gerico – con i Territori palestinesi).

A margine si noti che la Giordania non minaccia Israele, con il quale ha concluso un trattato di pace nel 1994, partecipa (come l’Egitto) al coordinamento regionale antiterrorismo, è tra i più saldi alleati regionali degli Stati Uniti, dai quali riceve sostanziosi finanziamenti.

Sempre in tema di acquisizioni territoriali va ricordato che nel marzo 2019 il governo Trump ha già riconosciuto la piena sovranità israeliana sulle alture del Golan, strappate alla Siria con la guerra del 1967.

Il principio della sicurezza di Israele impone ai palestinesi molte limitazioni, come andiamo a vedere.

Lo «Stato» di Palestina

Che Stato immagina per i palestinesi la visione del governo Trump, nel momento in cui sembra abbracciare la soluzione dei «due Stati per due popoli» sostenuta dalla comunità internazionale per una pace giusta e duratura in Terra Santa?

Nel piano del governo americano la legittimità della Palestina è subordinata al riconoscimento di Israele come Stato ebraico, al disarmo di Hamas, alla smilitarizzazione della Striscia di Gaza, al ripudio del terrorismo e dell’apologia dell’odio anti-israeliano. La Palestina avrebbe forze di polizia – pronte a collaborare e coordinarsi con gli apparati di sicurezza israeliani, giordani ed egiziani in chiave antiterrorismo – ma non un esercito (cfr p. 22).

Alcuni degli scambi territoriali con gli israeliani prefigurati dal piano saranno oggetto di futuri negoziati (per i quali è previsto un quadriennio di tempo, se i palestinesi accetteranno di scendere a patti). Qua e là l’attuale tracciato del muro di separazione israeliano potrebbe subire aggiustamenti, alla luce degli esiti negoziali (ma non a Gerusalemme, come abbiamo già visto).

Come si può constatare guardando le uniche due mappe geografiche che il piano propone, quello palestinese sarebbe uno Stato completamente circondato da Israele e senza alcun accesso diretto al Mar Morto. Israele è disposto a «compensarlo» cedendo porzioni di terrritorio a sud della Striscia di Gaza, in pieno deserto del Neghev.

In nome della propria sicurezza, Israele si riserva di vigilare su tutti i valichi d’accesso alla Palestina, incluso quello di Rafah tra la Striscia di Gaza e l’Egitto. È prevista la creazione di due strade di collegamento tra il territorio palestinese e quello giordano attraverso i due valichi di frontiera di Allenby e di Damya (cfr pp. 24s.). Tra Giordania è Palestina si istituirebbe un’area di libero scambio (sempre e comunque Israele si riserva di inibire l’importazione in Palestina di beni o materiali che potrebbero configurare una minaccia alla sua sicurezza).

Una via di comunicazione rapida – sotterranea o sopraelevata e riservata al traffico palestinese – verrebbe realizzata per creare continuità territoriale tra Cisgiordania e Striscia di Gaza (idea già ventilata negli anni Novanta del secolo scorso).

Il piano Trump (cfr p. 27) prevede che solo in un imprecisato futuro la Palestina potrebbe dotarsi di un proprio porto, creando un’isola artificiale al largo della Striscia di Gaza. Sull’isola dovrebbe esserci pure una pista d’atterraggio per piccoli aerei (perché non prevedere invece, da subito, il ripristino del vecchio aeroporto, la cui pista esiste ancora nei pressi di Rafah?). Israele si riserva i controlli di sicurezza anche sul braccio di mare antistante la Striscia.

Fino a quando non sarà creato il nuovo porto di Gaza, lo Stato di Palestina potrebbe avvalersi di moli e magazzini dedicati nei porti israeliani di Ashdod e Haifa (Mar Mediterraneo), ed eventualmente in quello giordano di Aqaba (Mar Rosso).

Lo spazio aereo sovrastante il suolo palestinese sarebbe controllato esclusivamente da Israele avvalendosi di droni, dirigibili e altri mezzi tecnologici (cfr p. 23).

Nelle aree palestinesi a ridosso dei confini l’amministrazione del territorio e le politiche urbanistiche subirebbero limitazioni determinate dalle esigenze di sicurezza di Israele (cfr p. 24).

Ora, per definizione, in condizioni di pace, uno Stato ha il controllo esclusivo e totale del suo territorio ed esercita la sovranità in senso orizzontale (anche sulle acque territoriali nei bracci di mare prospicenti le sue coste) e verticale, cioè nel sottosuolo e nei cieli che sovrastano il territorio. Condizioni che, come abbiamo visto, non si riscontrano nell’entità offerta ai palestinesi dal «piano del secolo» una volta che avranno riconosciuto Israele come Stato ebraico, deposto le armi, cessato ogni resistenza, firmato un trattato di pace e rinunciato ad ogni futura rivendicazione.

La nuova patria palestinese immaginata dalla Casa Bianca è assai meno di uno Stato vero e proprio.

Clicca qui per la versione originale del piano statunitense in formato pdf

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