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La ricetta Kushner per la “prosperità” palestinese

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28 giugno 2019
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La ricetta Kushner per la “prosperità” palestinese
Jared Kushner illustra la proposta statunitense davanti a una platea internazionale durante il seminario di Manama.

La Casa Bianca ha presentato il 25 e 26 giugno a Manama, in Bahrein, un piano da 50 miliardi di dollari (in dieci anni) per i palestinesi. Che però continuano a non fidarsi di Donald Trump e del suo consigliere Jared Kushner.


(c.l./g.s.) – È una specie di piano Marshall che dovrebbe favorire in primo luogo i palestinesi quello che è stato presentato a Manama, la capitale del Bahrein, dal consigliere speciale e genero di Donald Trump, Jared Kushner, il 25 e 26 giugno scorsi. La componente esclusivamente economica del piano di pace degli Stati Uniti per risolvere il conflitto israelo-palestinese è stata al centro di un seminario (workshop), che ha visto Kushner protagonista davanti a una platea di funzionari economici del Golfo Persico, esponenti di istituzioni internazionali, come il Fondo Monetario Internazionale, e personalità politiche di secondo livello del mondo arabo. Assenti, per loro scelta, i palestinesi. Presenti con una delegazione di basso profilo gli israeliani.

Elaborato per quasi due anni e denominato Dalla pace alla prosperità, il piano statunitense è stato presentato come «l’occasione del secolo» da Kushner, che lo considera un prerequisito per un accordo di pace tra israeliani e palestinesi. Se le cose stanno così, forse sarebbe stato meglio invertire i termini: dalla prosperità alla pace.

Proviamo a parlarne andando per punti.

L’economia prima della politica

Il piano illustrato nel seminario di Manama parla di raccogliere in dieci anni 50 miliardi di dollari da distribuire in questo modo: 28 miliardi ai territori di Cisgiordania e Gaza; 7,5 miliardi alla Giordania; 9 miliardi all’Egitto; 6 miliardi al Libano.

Fondi che dovrebbero consentire – mobilitando le ricche petromonarchie del Golfo e gli europei – di raddoppiare in un decennio il prodotto interno lordo (Pil) palestinese attraverso investimenti internazionali in infrastrutture, energia, agricoltura, trasporti, turismo e istruzione nei Territori Palestinesi e nei Paesi arabi confinanti. Si ventila la creazione di un milione di posti di lavoro palestinesi e un tasso di povertà dimezzato. A tal fine sono stati presentati 179 progetti, tra cui la vecchia e famosa idea di costruire un corridoio stradale tra la Cisgiordania e Gaza.

Perché i palestinesi non erano a Manama

Né i politici né gli imprenditori palestinesi (salvo poche eccezioni) hanno voluto partecipare al seminario di Kushner. Considerano infatti il piano economico messo a punto alla Casa Bianca come un tentativo di «comprarli» prima che venga loro imposta una soluzione politica sfavorevole al conflitto da decenni in corso in Terra Santa. «Il denaro è importante, l’economia è importante, ma la politica lo è ancora di più», avrebbe chiosato Mahmoud Abbas (Abu Mazen), il presidente dell’Autorità palestinese, in una dichiarazione riportata dall’agenzia Reuters. Il movimento islamista Hamas, che controlla la Striscia di Gaza, ha definito il seminario di Manama «un atto di normalizzazione con l’occupante», ha riferito l’Agenzia France Presse.

I rapporti dei palestinesi con gli Stati Uniti sono tutt’altro che buoni da quando alla Casa Bianca c’è Trump. La dirigenza palestinese non considera più Washington come un intermediario autorevole perché troppo sbilanciato verso Israele, soprattutto dopo la decisione di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico e di trasferirvi la propria ambasciata. Altre decisioni di Trump non sono piaciute: il blocco della maggior parte dei finanziamenti Usa in favore dei palestinesi; la chiusura della rappresentanza palestinese a Washington; il riconoscimento delle Alture del Golan come territorio israeliano. I palestinesi chiedono soprattutto la fine dell’occupazione israeliana nei territori occupati nel 1967 e l’effettiva creazione di un loro Stato indipendente. L’Iraq e il Libano, a sostegno dei palestinesi, si sono rifiutati di partecipare al seminario di Manama.

Chi crede al piano americano

Il ministro degli Esteri del Bahrein, Khalid bin Ahmed al-Khalifa, ha dichiarato a The Times of Israel che da Manama potrebbe nascere un «nuovo accordo» di portata equivalente agli accordi di pace di Camp David, firmati nel 1978 tra Israele e l’Egitto, che aprirono la strada alla normalizzazione delle relazioni tra i due Stati. Il ministro ha ribadito, tuttavia, la necessità di giungere alla soluzione a due Stati, con uno Stato palestinese accanto ad Israele. Posizione classica, riaffermata alla vigilia del seminario anche dall’Arabia Saudita, ma che non sembra essere nelle corde dell’attuale amministrazione statunitense.
Il ministro saudita Mohammed al-Shaikh, una delle principali personalità in campo economico a Riyadh, ha espresso la speranza che il settore privato partecipi al successo del piano americano.
Il ministro per gli Affari finanziari degli Emirati Arabi Uniti, Obaid ben Humaid al-Tayer, pensa che le istituzioni internazionali dovrebbero sostenere il piano.

I dubbiosi e i contrari

La Giordania e l’Egitto, unici due Paesi arabi ad aver firmato accordi di pace con Israele, hanno inviato a Manama solo dei funzionari. Amman ha osservato che la conferenza non può essere il sostituto di un accordo di pace politico in regola e con tutti i crismi.
L’Unione Europea ha inviato solo una piccola delegazione, incaricata di «comprendere» i contenuti del piano, senza alcun impegno immediato a «sostenerlo o parteciparvi».
Dal Sudan al Kuwait molti commentatori considerano il progetto Kushner come «un’enorme perdita di tempo», «votato al fallimento», «nato morto».

Quando verrà la parte politica?

Jared Kushner, presentando il piano economico per la prosperità e la pace, non ha menzionato la colonizzazione israeliana dei Territori Palestinesi, né la soluzione a due Stati, né gli altri aspetti scottanti del conflitto. L’amministrazione Trump ha annunciato che la parte politica del suo piano di pace verrà rivelata «a tempo debito». Il genero del presidente ha però anticipato che si discosterà dai contenuti dell’Iniziativa di pace formalizzata nel 2002 dalla Lega araba. Quel testo proponeva ad Israele il riconoscimento formale da parte di tutti gli Stati arabi e la fine dello stato di belligeranza in cambio del ritiro entro i confini del 1967 – con restituzione alla Siria della sovranità sulle Alture del Golan –, di un’equa soluzione alla questione dei profughi palestinesi, del via libera alla nascita di uno Stato palestinese con capitale nei quartieri orientali di Gerusalemme. L’Iniziativa di pace araba non è stata veramente presa in considerazione da Israele.

È molto probabile che gli aspetti politici del piano di pace non vengano annunciati prima delle elezioni politiche israeliane, calendarizzate in settembre in seguito all’incapacità del premier Benjamin Netanyahu di creare un governo di coalizione dopo le elezioni dell’aprile scorso. Il nuovo esecutivo israeliano si insedierà probabilmente a novembre. A quel punto negli Stati Uniti saranno nel vivo della campagna elettorale per le presidenziali del 2020…

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