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Se il fantasma della “normalizzazione” paralizza

Giorgio Bernardelli
24 giugno 2019
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Una festa nuziale palestinese viene contestata sui social per la presenza di giovani invitati ebrei. Il caso è emblematico dell'aggressività della Rete contro le sfumature della vita reale, ma dice anche altro...


Alcuni ragazzi con la kippah e i payot (i riccioli degli ebrei ultra-ortodossi) che ballano insieme a tutti gli altri al matrimonio del figlio del sindaco in un villaggio palestinese in Cisgiordania. È il contenuto di un video divenuto virale sui social network e finito al centro di una polemica divampata in Palestina. L’uomo politico in questione – un esponente di Fatah, il partito del presidente Abu Mazen – è stato duramente attaccato per la presenza degli haredi alla festa di famiglia. E dopo una difesa abbastanza improbabile – ha sostenuto che i giovani ebrei si sarebbero imbucati al matrimonio, con intenzioni provocatorie (cosa in aperto contrasto con quanto mostrato dalle immagini) – è stato costretto a dimettersi.

La vicenda ha aperto uno spaccato su un aspetto poco conosciuto della vita in Cisgiordania. Siamo abituati a pensare ai rapporti tra gli insediamenti israeliani e i vicini villaggi palestinesi solo attraverso la narrativa dello scontro. Che evidentemente c’è ed è anche molto duro in tante realtà. Ma esistono anche situazioni diverse, dove la vita fianco a fianco – pur tra mille contraddizioni e difficoltà – apre spiragli inaspettati di incontro tra le persone. In Cisgiordania così può capitare che il muratore palestinese si trovi a lavorare per riparare il tetto della casa del colono o anche semplicemente che ci si incroci nello stesso posto dove si va tutti a fare shopping a buon mercato. E se nel novantanove per cento dei casi prevale la diffidenza, ci sono anche situazioni in cui da questo tipo di incontri nasce un rapporto di amicizia o comunque di rispetto reciproco. Ed è probabilmente quanto è successo tra i ragazzi israeliani e palestinesi del matrimonio in questione.

Solo che questo tipo di relazioni funzionano tra persone concrete, mentre un’immagine virale sui social network si nutre di icone stereotipate. Non sorprende, così, che la vicenda dei giovani ebrei ultraortodossi al matrimonio palestinese sia finita dritta nello scontro tutto palestinese sul tema della «normalizzazione». In pratica: ogni iniziativa che porti israeliani e palestinesi a condividere qualsiasi cosa a Ramallah finisce per sollevare letture politiche. Si punta il dito contro chi «con la scusa del dialogo fa passare come qualcosa di normale l’occupazione». Oggi è toccato al matrimonio del figlio del sindaco, ma in passato la stessa accusa è stata rivolta – per esempio – agli insegnanti che nelle scuole propongono il metodo della «duplice narrativa» per studiare la storia del conflitto anche partendo dal punto di vista dell’altro.

Il tema è delicatissimo perché la «normalizzazione» è un problema reale: in una situazione in cui non esiste più un orizzonte negoziale per poter quanto meno sperare di arrivare a una pace nella giustizia tra israeliani e palestinesi, i rapporti di forza imposti con le armi si perpetuano, gli insediamenti continuano a crescere, i muri permettono di fare finta di non vedere che cosa c’è dall’altra parte. Ma bollare ogni forma di incontro come «normalizzazione» è davvero la strada per risolvere questo tipo di problemi?

A contestarlo in queste ore è un articolo pubblicato sul sito di Rabbis Without Borders (Rabbini senza frontiere) da Hanan Schlesinger, ebreo religioso, tra i fondatori di Roots (Radici), la più importante realtà che in Cisgiordania promuove il dialogo apparentemente impossibile tra i coloni e i palestinesi. Lo stesso Hanan è un colono la cui vita è cambiata cinque anni fa quando un giorno ha scelto di dare un passaggio a un autostoppista palestinese; violando il dogma della separazione, ha scoperto l’umanità di chi sta dall’altra parte. E insieme all’amico palestinese Ali Abud Awwad ha cominciato a promuovere questo tipo di incontri. Insieme hanno maturato un’idea: proprio l’amore per questa stessa terra anziché dividere forse potrebbe diventare una strada più concreta delle soluzioni studiate a tavolino dai politici per far vivere insieme arabi ed ebrei.

Ora commentando l’episodio del matrimonio Schlesinger confessa le difficoltà di questo tipo di percorso: il clima – spiega – si sta facendo più pesante intorno ai palestinesi che vi aderiscono, accusati anche loro di normalizzazione». Ma questo – sostiene Schlesinger – è irragionevole perché alla fine non fa altro che accentuare la separazione, che è poi l’alleato migliore dell’occupazione. «Se utilizzata bene – argomenta – l’interazione tra le persone potrebbe essere l’ “arma segreta” di voi palestinesi. L’ho imparato dalla mia esperienza personale: gli arabi che mi hanno lasciato entrare nelle loro vite mi hanno trasformato in un difensore dei loro diritti».

«Cari palestinesi – è la conclusione della sua riflessione – non abbiamo intenzione di venire a rovinare le vostre feste, ma se ci inviterete verremo. Trovate il coraggio. Certo, non sarà facile. La resistenza non violenta all’ingiustizia non lo è mai. Dovrete andare sia contro i tabù della vostra società sia contro le soffocanti restrizioni israeliane che spesso rendono le interazioni tra noi estremamente difficili. Ribellatevi facendo partire delle forme massicce di incontro tra israeliani e palestinesi; presentatele come una resistenza non violenta allo status quo, portatele avanti come un atto di ribellione. Tre o anche più giovani ebrei in abiti religiosi a ogni matrimonio palestinese in Cisgiordania e – alla fine – una seria discussione sulle sofferenze e le ingiustizie dell’occupazione: non potrebbe diventare il modo per cambiare le cose?».

Clicca qui per leggere l’articolo di The Times of Israel

Clicca qui per leggere il commento di Hanan Schlesinger sul sito di Rabbis Without Borders


 

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