Pasqua a Gerusalemme, per molti copti non è più tabù

Crescono di anno in anno, in questo periodo, i pellegrini egiziani copti in Terra Santa. Stavolta sono quasi 6 mila. Raggiungono Gerusalemme nonostante il divieto del patriarcato di Alessandria.

Pia, donna del Concilio innamorata della Terra Santa

Si sono svolti questa mattina a Milano i funerali di Pia Compagnoni, che fu guida di Terra Santa molto nota e apprezzata. Ci ha lasciato, a 86 anni d'età, domenica 24 aprile. Un ricordo grato.

Alla Fiera del libro di Abu Dhabi riflettori sull'Italia

S’è aperta oggi ad Abu Dhabi la Fiera internazionale del libro che vede l’Italia come ospite d’onore. L’evento, che chiuderà i battenti il 3 maggio, è giunto alla 26.ma edizione.

Il tesoro della Natività a Betlemme

Concerto meditazione per la Terra Santa

Viaggio e Archeologia

Nel sogno di Mohammed il tripudio di Gaza

Il film The Idol è la storia vera di Mohammed Assaf, il palestinese vincitore nel 2013 del talent show Arab Idol. Racconta come i sogni possano diventare realtà e contribuire a cambiare il mondo.

Europa, 14 secoli di incontro e scontro con l'Islam

In questo saggio Massimo Campanini offre uno studio comparato fra cristianesimo e Islam, oggi assai necessario e utile a chiunque non si accontenti dei luoghi comuni sul presunto “scontro di civiltà”.

L'Ultima Cena, prima di una lunga serie

Il libro del biblista Romano Penna prende le mosse dall’Ultima Cena di Gesù di Nazaret con i dodici apostoli, esaminandone i risvolti storici e quelli ideali. L’Ultima Cena fu in realtà la prima di una serie interminabile.

A due film israeliani il premio del pubblico della Berlinale 2016

Il cinema israeliano si congeda dalla 66.ma edizione del Festival internazionale del cinema di Berlino, che si è appena conclusa, con due prestigiosi riconoscimenti, ottenuti entrambi nella sezione Panorama.

In questo numero

Eccovi il sommario dei temi toccati nel numero di marzo-aprile 2016 di Terrasanta su carta. Tutti i contenuti dalla prima all’ultima pagina ordinati per sezioni. Buona lettura!


PRIMO PIANO
L’appello della Chiesa per i cristiani mediorientali

SGUARDI
Turchia – Israele

IN COPERTINA
Egitto, le due facce di una rivoluzione
Elisa Ferrero

ORIZZONTI
I pastori? Non lasciano mai il loro gregge
David M. Jaeger ofm

JUDAICA
Una casa serena per una nuova vita
Elena L. Bartolini De Angeli

I GIORNI
Iran, ancora confusa la battaglia tra riformisti e conservatori
Elisa Pinna

Dopo il cessate il fuoco, spiragli di pace in Siria?
Carlo Giorgi

ROSE NEL DESERTO
Khaleda Jarrar, nuova icona della questione palestinese
Manuela Borraccino

PERSONAGGI
Il Pimpa. Far ridere? È cosa seria
Giampiero Sandionigi

IN DIALOGO
Gregorio di Narek santo ecumenico
padre Frans Bouwen

DOSSIER
Sport in Medio Oriente
Carlo Giorgi

TACCUINO EGIZIANO
L’obolo della vedova in salsa egiziana
fra Mamdouh Chéhab Bassilios ofm

ITINERARI
Asti, con il cuore a Gerusalemme
Manuela Borraccino

VISTA GALATA
Segnali d’accoglienza tra Mosca e il Fanar
padre Claudio Monge op

COLLOQUI
Mary Melone. Sui passi del Risorto
Cristina Uguccioni

ATLANTE
Il tesoro del Califfo
Gianantonio Urbani

ARCHEOLOGIA
Resti romani alla Flagellazione
fra Eugenio Alliata ofm

CULTURA
I Luoghi Santi per i cristiani
fra Pierbattista Pizzaballa ofm

PROFILI BIBLICI
Amos di Tekòa pastore e profeta
Vincenzo Lopasso

BLOCK NOTES

ARRIVEDERCI
Profughi, Turchia e sconfitte politiche
Giuseppe Caffulli

Profughi, Turchia e sconfitte politiche

Che in Turchia ci fosse una bomba pronta ad esplodere, lo si sapeva da tempo. Mentre l’opinione pubblica italiana era tutta presa dagli sbarchi sulle coste nostrane, e quella internazionale viveva annichilita lo spettro del terrorismo di stampo fondamentalista (basta evocare la strage del Bataclan a Parigi del novembre scorso per capire di cosa stiamo parlando), in Turchia e sulla cosiddetta rotta balcanica si consumava il tragico destino di decine di migliaia di profughi in fuga da un conflitto, quello siriano, che ridotto il Paese ad un cumulo di macerie, mietendo 270 mila morti e milioni di profughi e sfollati.

Ogni giorno in Europa arrivano circa 2 mila profughi da Siria, Iraq e Afghanistan. Si era tentato di trovare una soluzione con un regime di quote (rigettate da gran parte dei Paesi). Nell’ottobre scorso l’Europa aveva stabilito che 160 mila rifugiati sarebbero stati ricollocati secondo un piano condiviso; ad oggi solo 700 hanno trovato accoglienza (lo 0,4 per cento del totale): le resistenze in seno ai Paesi non hanno permesso di fare di più. La mancanza di fondi (o la mancanza di volontà nel reperirli) ha poi gettato decine di migliaia di persone nell’indigenza più assoluta. Tutti abbiamo negli occhi le immagini di Idomeni, in Grecia, dove bambini, donne e uomini vivono sotto tende di fortuna, al freddo e nel fango. In attesa di poter partire verso una vita nuova che è diventata un vero e proprio miraggio.

E mentre il blocco orientale dell’Unione ha innalzato nuovi muri per impedire gli ingressi di queste orde di disperati – e perfino Svezia e Danimarca chiudono i confini – all’Europa non è restato che guardare nuovamente a Istanbul, rimettendo nelle mani del presidente Erdogan una qualche possibile soluzione ad una situazione divenuta insostenibile.

Al «sultano» di Istanbul (città di cui è stato a lungo sindaco) non sarà sembrato vero di poter dare nuovamente le carte in una partita che lo ha visto spesso protagonista. Non possono essere dimenticate le responsabilità di Ankara nel contesto della crisi siriana, fiancheggiando gli oppositori di Bashar al Assad e favorendo l’ingresso nel territorio siriano delle milizie fondamentaliste sunnite prima; lucrando infine sui traffici petroliferi dello Stato Islamico.

Ma di fronte all’impotenza europea, ecco allora il compromesso, perfezionato il 18 marzo scorso: in cambio di uno stop al flusso di profughi, l’Europa ha accettato di raddoppiare la cifra destinata al governo turco (6 miliardi di euro invece di 3). È previsto inoltre un programma più snello di visti d’ingresso per i cittadini turchi nei Paesi Ue e l‘introduzione di un sistema di scambio di rifugiati. In pratica: per ogni migrante respinto oltre l’Egeo, potrà essere ammesso un siriano richiedente asilo. Ma, soprattutto, l’Europa ha promesso di garantire ad Ankara un’accelerazione del processo di valutazione relativo all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea. Un risultato che, per la gran parte dell’opinione pubblica europea, non sarebbe affatto da perseguire.

Insomma, i profughi in fuga da povertà e guerre vengono strumentalizzati e usati da Ankara come arma politica, merce di scambio per ottenere vantaggi. Una sconfitta politica per l’Unione Europea, più divisa che mai, dove, per tacitare l’opinione pubblica interna sempre più tentata da derive xenofobe e identitarie, diritti umani e dignità dell’uomo sembrano ormai valori da mandare in soffitta.

Il tesoro del Califfo

Un anno fa, nel febbraio 2015, un gruppo di subacquei, mentre era in immersione nei dintorni dell’antico porto di Cesarea Marittima sulla costa di Israele, vide sul fondale alcuni luccichii. I sommozzatori si fermarono e spostarono alcune conchiglie superficiali. In quel momento scoprirono quello sarebbe diventato di lì a poco uno dei più grandi tesori di monete d’oro trovati presso le coste della Terra Santa. Subito riemersi, avvisarono il Diving Centre di Cesarea (che come mascotte porta l’immagine di Re Erode il Grande) che a sua volta informò il prof. Kobi Sharvit, direttore dell’Unità di archeologia marina dell’Autorità per le antichità di Israele. Gli archeologi si misero subito al lavoro per organizzare uno scavo di emergenza nel luogo dove furono rinvenute le prime monete. L’esito, dopo alcuni giorni di ricognizioni e scavi subacquei fu stupefacente! Il ricercatore di metalli subacqueo rilevò una presenza diffusa sul fondale di monete di varie dimensioni di oro massiccio a 24 carati. Il recupero fu alquanto straordinario: 2.580 monete d’oro per un peso totale di 7,5 chilogrammi. Vi erano dinari di circa 4 grammi e quarti di dinaro di 1 grammo.

Le monete sono datate da metà del IX secolo agli inizi dell'XI secolo d.C. e furono coniate dai Califfi Fatimiti dell’Egitto, i quali governarono su un vasto impero dal nord dell’Africa fino alla Siria e verso est fino allo Yemen. I Fatimidi o Fatimiti (in lingua araba Fāṭimiyyūn) furono una dinastia sciita-ismaelita tra le più importanti della storia dell’Islam. Il loro nome proviene da Fātima bt. Muhammad, figlia del profeta Maometto, che tramite il suo matrimonio con ‛Alī b. Abī Tālib garantì una discendenza al Profeta. Il primo fulcro di questo movimento ebbe come base la Siria nel IX sec. nella città di Salamiyya, tra Hama e Homs.

Le monete trovate si riferiscono al periodo intermedio di questo Califfato quando già si era espanso, annientando la dinastia abbasside, e arrivando sino all’Egitto. Le monete in gran parte attestano il regno di due Califfi: Al-Hākim bi-amri Ilāh che governò dal 996 al 1021 e di suo figlio ‛Alī al-Zāhir che prese il testimone dal padre fino al 1036. Di particolare interesse è una moneta da un quarto di dinaro coniata a Palermo con l’effige di un esagono che sviluppa dodici punti con il nome e i titoli del Califfo Fatimita Al-Hākim bi-amri Ilāh. Gli abitanti della Sicilia chiamavano questa moneta tarì che significa nuovo mentre i sudditi del califfato le definivano ruba’i, per indicare il quarto di dinaro. Oltre gli elementi che indicano il Califfo in carica e i suoi titoli, le monete riportano anche un versetto del Corano: «Egli è Colui che ha inviato il Suo Messaggero con la guida e la Religione della verità, onde farla prevalere su ogni altra religione, anche se ciò dispiace agli associatori» (Sura IX, v. 33).

Quali sono le ipotesi avanzate circa l’obiettivo di questo carico di monete d’oro? Il team di archeologi dell’Autorità per le Antichità di Israele ne propone due. Il tesoro può essere stato l’ammontare della raccolta delle tasse che un funzionario ha raccolto per portarlo al Cairo, la capitale del Califfato Fatimita. Appena partiti probabilmente vi fu cattivo tempo e la nave subì un violento urto contro gli scogli o i frangionde, affondando. Altra ipotesi, che tiene conto della prossimità al porto di Cesarea, è che i dinari fossero destinati ai dipendenti ed alla guarnigione del Califfato in città e nei dintorni.

Secondo Robert Cole, esperto di numismatica dell’Autorità israeliana per le Antichità, «le monete sono in eccellente stato di conservazione. Nonostante siano state sul fondo del mare per un migliaio di anni, non hanno bisogno di alcuna pulitura o intervento di conservazione». Questi tipi di monete rimasero in circolazione anche dopo la conquista dei crociati, in particolare nelle città portuali, luoghi di commercio internazionale.

Da un confronto con alcuni documenti dell’XI secolo contenuti nella Genizah (luogo dove vengono raccolti i manoscritti ebraici di una sinagoga) del Cairo si può ricavare che un salario di un artigiano approssimativamente fosse di 2 dinari d’oro al mese. In riferimento al numero di conii ritrovati, risulta un valore di circa 1.200 salari mensili per oltre un secolo di buste paga; un controvalore che oggi può essere stimato in Israele in circa cinque milioni e mezzo di sheqel (circa un milione e 350 mila euro). Il tesoro trovato è significativo anche per l’importanza che ebbe Cesarea Marittima come porto di collegamento al tempo della sovranità Fatimita. Le monete sono state esposte in occasione dei 50 anni di vita del Museo d’Israele di Gerusalemme, città per molti anni parte del Califfato Fatimita. Un grande ritrovamento che permette di capire meglio ciò che accadeva nella Terra Santa di quel periodo.

(* docente presso lo Studium Biblicum Franciscanum di Gerusalemme)

Insieme per difendere il Creato «casa comune»

Anche in Terra Santa prosegue l’opera di ricezione dell’enciclica di Papa Francesco Laudato si’. In Giordania, ad Amman, che è parte integrante del patriarcato latino di Gerusalemme, si è svolto il 30 gennaio scorso un incontro organizzato dal Centro cattolico di studi e dei media in collaborazione con la Konrad-Adenauer-Stiftung (fondazione tedesca che si occupa di promuovere scienze e cultura in un contesto di dialogo interreligioso). Il seminario ha avuto come titolo «L’ambiente: casa comune dell’umanità».

All’evento hanno partecipato, oltre al clero locale e ad esponenti del laicato cattolico e delle associazioni ambientaliste, anche rappresentanti del mondo islamico e della casa reale giordana. Il tema della salvaguardia del Creato, dell’uso consapevole delle risorse e di una economia basata non sull’esclusione ma sulla giustizia, appare molto sentito in un Paese come la Giordania, alle prese con i fragilissimi equilibri sociali determinati dal vicino confitto siriano.

Accanto a un’ampia riflessione sui temi dell’energia pulita e rinnovabile, dell’accesso all’acqua, della lotta agli sprechi e al cambiamento climatico, nel contesto del seminario (a cui ha partecipato in rappresentanza del ministero degli Affari islamici di Giordania Hassan Karirah) è emersa la necessità di tutelare anche l’ambiente culturale del Medio Oriente, oggi devastato dalle guerre e da una violenza che mira a cancellare la memoria.

Da questo impegno comune, che riguarda tutti gli uomini, siano essi cristiani, ebrei, musulmani, passa il destino dell’unica famiglia umana e della Terra che Dio ha affidato agli uomini.

Riconfermato l'impegno dei frati della Custodia in Siria

Il 23 dicembre scorso al convento di San Salvatore a Gerusalemme, sede centrale della Custodia di Terra Santa, giungeva la notizia del probabile rapimento di fra Dhiya Azziz, un frate quarantenne di nazionalità irachena parroco nel villaggio siriano di Yacoubieh (provincia di Idlib, distretto di Jisr al-Chougour). I suoi confratelli avevano perso i contatti con lui la mattina di quello stesso giorno, mentre il religioso stava rientrando in parrocchia dopo essersi recato in Turchia per incontrare i suoi familiari, profughi dall’Iraq. Fra Azziz era già stato vittima di un rapimento nel luglio del 2015, ma in breve era riuscito a sfuggire ai sequestratori. Stavolta è stato trattenuto più a lungo (12 giorni) e la notizia dell’avvenuta liberazione è stata diffusa da Gerusalemme, senza molti dettagli, la mattina del 4 gennaio 2016. Poche settimane più tardi il frate è giunto a Roma per un periodo di riposo lontano dalle tensioni della guerra. La sua vicenda ha riproposto ancora una volta a tutti i suoi confratelli un interrogativo cruciale: è bene ed opportuno restare nelle parrocchie dei villaggi siriani sotto il controllo delle forze islamiste avversarie del governo di Damasco anche se il numero dei cristiani locali continua a scemare perché molti se ne vanno? O è meglio ripiegare in attesa di tempi migliori?

Il Custode di Terra Santa, fra Pierbattista Pizzaballa, ha invitato tutti i frati a pregare e riflettere insieme, per aiutare lui e il suo consiglio a decidere se restare a Knayeh, Yacoubieh e Jdeideh, tre paesini della Valle dell’Oronte.

Molti frati hanno risposto al Custode per iscritto o a voce. Fra Pizzaballa ha voluto ringraziarli coralmente a fine gennaio con un messaggio che recita tra l’altro: «Ho letto con attenzione e meditato su tutte le vostre osservazioni, riflessioni e preoccupazioni. Le vostre opinioni sono state di grande aiuto e hanno reso meno faticosa la decisione da prendere. Di nuovo, grazie! Nella quasi totalità avete espresso con chiarezza il parere che sia doveroso restare nei villaggi, senza considerazione per il numero dei parrocchiani (circa 400 complessivamente nei tre villaggi) e nonostante il pericolo».

«La Custodia – soggiunge il padre Custode – non ha mai abbandonato i luoghi e la popolazione che la Chiesa le ha affidato, anche a rischio di pericolo. Non pochi tra i nostri martiri, anche nel periodo recente, sono morti in circostanze non troppo dissimili dalla situazione attuale. Un pastore non abbandona il suo gregge e non si chiede se le sue pecore valgano molto o poco, se siano numerose o giovani. Per un pastore tutte le pecore sono importanti e le ama tutte allo stesso modo».

A prendere il posto di fra Dhiya a Yacoubieh andrà, da Betlemme, un religioso ancora più giovane, fra Louay Bhsarat, che fin dall’inizio della guerra aveva dato la sua disponibilità ai responsabili della Custodia.

Vita quotidiana al Santo Sepolcro

Sono dieci. Dieci frati provenienti da Corea, Polonia, Malta, Brasile, Italia, Ghana e Israele. Hanno tra i 32 e i 60 anni e fanno parte della fraternità del Santo Sepolcro. Il loro convento, nascosto agli occhi dei pellegrini, funziona come qualsiasi altro: alla sua testa c’è un superiore, fra Noël Muscat; ad affiancarlo, un vicario e un economo. Come in un qualunque altro convento, la preghiera si alterna alle attività pratiche, che qui sono intimamente legate alla basilica del Santo Sepolcro.

Fra Kazimierz Frankiewicz, che è qui da 14 anni, spiega: «La nostra prima missione qui è in qualità di religiosi. Dobbiamo essere presenti a tutte le preghiere, tutti i giorni. E più volte nel corso della settimana siamo di servizio: dalle 8.30 alle 12, e dalle 14.30 alle 19 circa rimaniamo alla porta della sacrestia, per rispondere alle richieste di pellegrini e turisti». Il sacramento della riconciliazione è disponibile tutto il giorno, tutti i giorni. Appena possibile, vengono anche sacerdoti dall’esterno a dare una mano ai francescani.

Vicino ai confessionali, nella loro sacrestia, i tre sagrestani sono al lavoro, talvolta insieme, talvolta a turno. A loro spetta l’organizzazione delle liturgie negli spazi comuni, ma anche nelle cappelle francescane dove i pellegrini celebrano la messa. Al normale bagaglio di conoscenze, devono aggiungere la perfetta padronanza delle regole dello Status Quo, il regolamento di comproprietà della basilica risalente al 1852: chi può passare dove e quando, come posizionare i tappeti, chi deve sostituire quali lampade… Il primo sagrestano, fra Andrew Ako-Hayford, se ne occupa da 15 anni, fra John Savage da 9. Ogni diritto previsto dallo Status Quo deve essere esercitato, pena la sua perdita. Ad esempio, i latini hanno il diritto di celebrare tutti i giorni cinque messe alla Tomba e cinque al Calvario, tra le 5 e le 8 del mattino: se non ci sono pellegrini, i frati devono comunque celebrare per conservare questo diritto. Abitualmente, i sacerdoti e i pellegrini celebrano le loro messe nelle cappelle del Santissimo Sacramento e dei Crociati.

In occasione della processione quotidiana, i sagrestani devono precedere i frati nei diversi luoghi e far loro spazio. «Chiedere alla gente di allontanarsi dal Calvario o di interrompere la visita alla Tomba non è molto piacevole. Di solito i pellegrini sono comprensivi, ma a volte qualcuno si lamenta e non vuole spostarsi. Dobbiamo fare i vigili, e non è semplice», si rammarica fra John. Soprattutto perché, a forza di gestire questa folla di turisti, quasi ci si dimentica di dove ci si trova. La quotidianità prende il sopravvento: nel convento ci sono dei lavori in corso, quindi gli operai passano con tutti i loro attrezzi, i calcinacci… e poi c’è solo una porta di ingresso, perciò quando i frati entrano ed escono con le loro valigie, o con le borse della spesa, passano in mezzo ai pellegrini. Anche se oggi la corrente elettrica ha sostituito le candele di una volta, il convento resta buio e umido. Le camere, spesso senza finestre, non hanno riscaldamento centrale. Per compensare queste condizioni di vita, i frati, ogni cinque settimane, hanno diritto a una settimana di «licenza», generalmente in altri conventi della Custodia.

Benché i ritmi imposti dallo Status Quo spezzino le giornate in maniera piuttosto singolare, è tuttavia possibile conciliarli con altre attività. Così fra Andrew segue un corso di teologia, fra Junio Marques (giunto qui da poco) di italiano e fra Kazimierz si prende cura dei fiori per la cappella. Per mantenersi in forma, escono e fanno passeggiate in giro per la città oppure, i più giovani, giocano a calcio. Come in qualsiasi comunità, i momenti di svago e condivisione rendono la vita piacevole.

Quanto ai rapporti con i religiosi delle altre confessioni cristiane al Santo Sepolcro, i punti di vista dei frati variano a seconda dell’età. «In generale sono molto impegnati nei loro compiti, e noi nei nostri», sintetizza fra John. «Dipende dai periodi, dai superiori e dai singoli individui. I rapporti possono essere più o meno calorosi, ma sono comunque sempre cordiali».

«Non bisogna dimenticare che non parliamo la stessa lingua – sottolinea fra Kazimierz – quindi sono i piccoli gesti a dimostrare la bontà dei rapporti. Per esempio, uno dei monaci ortodossi mi ha regalato una piccola icona, mentre un altro ha chiesto a un gruppo di turisti di fare silenzio durante la nostra messa al Calvario».

Dati i numerosi compiti, i frati ricevono anche aiuti dall’esterno. Oltre ai sacerdoti che vengono a dare una mano per le confessioni, anche gli altri francescani si mobilitano. Per la processione quotidiana, gli studenti del seminario si danno regolarmente il cambio. Ogni giorno, per la messa solenne e la processione, due frati, uno organista e l’altro cantore, si liberano dai loro impegni per abbellire la liturgia.

Che abbiano scelto di essere qui o che vi siano stati mandati in missione dalla Custodia, i frati sono consapevoli dell’unicità del Santo Sepolcro: «È il luogo più santo della cristianità. Qui il Cristo è stato crocifisso e sepolto, e poi è risorto. Abitare qui, venire qui in pellegrinaggio, sono grazie che ci ricordano che dobbiamo ripartirne colmi di gioia», conclude fra Junio.

(traduzione dal francese di Roberto Orlandi)