
Al Meeting di Rimini il politologo Olivier Roy e il giurista Joseph Weiler si sono confrontati sulle prospettive di pace in Terra Santa: pessimismo condiviso sul breve periodo, ma anche l’indicazione di dove può annidarsi una speranza.
(g.s.) – Tra Israele e Palestina c’è un’alternativa al conflitto? Attorno a questa domanda si è svolto, il 24 agosto, uno degli incontri di riflessione geopolitica della 47^ edizione del Meeting per l’Amicizia fra i popoli. Introdotti da Bernhard Scholz, presidente della Fondazione Meeting, hanno dialogato due studiosi di livello: Olivier Roy, politologo dell’Istituto universitario europeo di Firenze e studioso dell’islam politico, e Joseph Weiler, giurista della New York University e di Harvard.
Per Weiler – che ha esordito invitando ad osservare i molti toni grigi che la realtà offre, superando la logica del «o bianco o nero» – la risposta di fondo resta una sola: «Non vedo altra soluzione al riconoscimento del popolo palestinese a un proprio Paese, in qualche forma, accanto a Israele». Una prospettiva, ammette, oggi meno praticabile che in passato, ostacolata dall’estremismo crescente e dagli insediamenti in Cisgiordania, ma senza reali alternative: «L’alternativa a un sogno è un incubo». Il giurista guarda al precedente europeo, alla ricostruzione seguita alla seconda guerra mondiale e alla voluta interdipendenza economica che, pochi anni dopo, avvicinò Francia e Germania: «Mettere il pane in tavola è più forte di ogni ideologia». Consapevole della platea, ha ricordato l’ispirazione cattolica del progetto comunitario, da Robert Schuman a Konrad Adenauer, così come la costante posizione del Vaticano in favore dei due Stati in Terra Santa. La speranza, per lui, dipende dalla volontà politica delle parti e potrebbe venire soprattutto dagli Stati Uniti, «l’unica potenza del mondo» in grado di imporre un accordo.
Più cauto Roy, che legge il conflitto sullo sfondo di un mondo arabo mai così frammentato. Dalla sconfitta del 1967 il fronte arabo si è progressivamente diviso; oggi, sostiene Roy, sta crollando anche il «fronte del rifiuto» costruito attorno all’Iran, dopo un passaggio che lo studioso considera cruciale: la caduta del regime di Assad in Siria. Gli Stati Uniti non sono più arbitri riconosciuti, gli Accordi di Abramo non hanno generato una nuova coalizione, e ogni Stato si muove ormai in base ai propri interessi nazionali. Sul piano religioso Roy segnala l’emergere, dagli anni Ottanta, di «due millenarismi», uno ebraico (il sionismo religioso) e uno palestinese (Hamas), che rendono i negoziati più difficili.
Entrambi i relatori si sono soffermati sul vuoto di leadership da una parte e dall’altra, richiamato nel dibattito da un’osservazione del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, citato da Scholz. Sul versante palestinese, osserva Roy, manca una guida «riconosciuta, efficiente e legittima», anche per la precisa responsabilità di Israele nell’isolare Gaza dalla Cisgiordania; su quello israeliano, nota Weiler, la storia potrebbe riservare sorprese dopo le imminenti elezioni di ottobre. Basti ricordare che a fare la pace con l’Egitto e a riconoscere, in definitiva, gli accordi di Oslo furono leader della destra come Menachem Begin e Ariel Sharon.
D’altronde, chiosa Weiler, non tutti gli ebrei israeliani sono Itamar Ben-Gvir (politico estremista di destra e attuale ministro per la Sicurezza nazionale – ndr), così come non tutti i palestinesi sono Hamas.
Nessuno dei due accademici si attende una svolta imminente. Una tregua, avverte Roy, «non significa mai pace»: è «per definizione l’attesa di una nuova guerra». L’unico motivo di ottimismo, per lo studioso francese, è la resilienza della popolazione civile, a Gaza come nel sud del Libano. Come accadde in Europa all’indomani della Seconda guerra mondiale, la spinta a ricostruire potrà nascere non dall’idealismo ma dalla stanchezza e dalla paura di nuove guerre, «quando il peso del conflitto sarà eccessivo per tutti», sostiene lo studioso francese.
Fin qui i relatori. Alle loro riflessioni ci permettiamo di soggiungere una considerazione. Tanto Roy quanto Weiler dubitano che l’Europa abbia oggi la forza di imporre quel «compromesso doloroso» evocato da Amos Oz in uno dei suoi scritti citato da Scholz in apertura dell’incontro. Gli Stati Uniti hanno la sola leva capace di smuovere le parti, se solo vorranno chiarire a sé stessi i propri obiettivi. Eppure, se è vero – come concordano i due accademici – che ogni giorno di guerra allontana la soluzione e che senza iniziativa politica non se ne esce, allora proprio da qui dovrebbe nascere un senso di urgenza. La ragione più concreta è anche la più semplice: ogni giorno trascorso nella spirale di violenza costa vite umane che potrebbero essere risparmiate. Un’urgenza che non ignora le ferite e i traumi collettivi di questi anni, ma prova a non lasciarsene incatenare, e che può far leva proprio su quella stanchezza e su quella paura di nuove guerre che gli stessi relatori indicano come possibili motori di pace, ben più decisivi di ogni spinta idealistica.
Ultimo aggiornamento: 25/08/2026 12:29



























