
Il 24 agosto 2026 la Terra Santa è stata al centro di tre distinti momenti al Meeting di Rimini. Concentriamoci qui sulle testimonianze del padre custode Francesco Ielpo e del parroco cattolico di Gaza, Gabriel Romanelli.
(g.s.) – Non sono solo le cronache tristi degli ultimi anni ad imporre la Terra Santa all’attenzione del Meeting di Rimini. Più a monte, sono le radici della fede cristiana a motivare il trasporto verso i luoghi della vita terrena del Signore Gesù e dei discepoli che furono il primo nucleo dell’esperienza cristiana nella Chiesa.
Così, è emblematico che uno dei primi palpiti di questa 47^ edizione sia stato, la sera del 21 agosto, un concerto del coro Yasmeen, l’ensemble vocale che ha preso forma in seno all’istituto Magnificat, la scuola di musica creata trent’anni fa a Gerusalemme dai francescani della Custodia di Terra Santa.
Quest’oggi, 24 agosto, di quelle terre e dei loro popoli s’è parlato in tre momenti distinti, nel corso del pomeriggio.
Alle 12, per circa un’ora, padre Gabriel Romanelli, missionario di nazionalità argentina dell’Istituto del Verbo incarnato e parroco latino di Gaza e padre Francesco Ielpo, custode di Terra Santa, hanno reso la loro testimonianza, rispondendo alle sollecitazioni della giornalista Alessandra Buzzetti, corrispondente da Gerusalemme di TV2000, l’emittente della Conferenza episcopale italiana (fra Ielpo si era già intrattenuto la mattina prima con una più ridotta assemblea di ascoltatori presso lo stand della Fondazione Terra Santa al Meeting).

Il custode di Terra Santa dialoga con un piccolo pubblico di persone davanti allo stand della Fondazione Terra Santa, domenica 23 agosto. (foto GPO)
Padre Romanelli, impossibilitato a uscire dalla Striscia, era in collegamento video da Gaza ed è stato il primo a prendere la parola, davanti a un’assemblea partecipe.
Anche se la Striscia e i suoi due milioni di abitanti sono entrati in una sorta di cono d’ombra e i grandi media internazionali sembrano più distratti, la situazione resta drammatica, dice il parroco.
Nella Striscia di Gaza è ancora catastrofe
«Non è neppure uno scenario da post-catastrofe – osserva –, perché siamo ancora nella catastrofe, benché la situazione sia un poco migliorata. Dall’ottobre 2025 sono cessati i bombardamenti a tappeto ma qua e là le bombe continuano a cadere. La popolazione ha bisogno di tutto ed è concentrata in un’area ancora più ristretta di prima tra la linea gialla (dietro la quale sono attestate le forze armate israeliane – ndr) e il mare. Gaza è tritata. È come se dopo uno tsunami come quello che vedemmo nel 2004 in Asia nessuno fosse andato a prestare soccorsi. (…) Gran parte della popolazione vive in tenda, se possiamo chiamare così quei ripari di fortuna ai margini delle strade, su terreni dove la sabbia si mescola agli scoli fognari. Si lotta per l’acqua per pulire e per l’acqua potabile da bere. Si ringrazia il Cielo per le batterie che restano ancora cariche».
Nel complesso della parrocchia della Sacra Famiglia sono rimaste 541 persone tutte cristiane (60 sono morte in questi ormai tre anni: uccise dalle armi o per cure mediche insufficienti, o perché molto anziane e incapaci di reggere alle condizioni difficili).
Nel sottosuolo della parrocchia c’è una fonte o forse un ampio giacimento d’acqua. Ogni giorno viene pompata in superficie e distribuita anche a 400 famiglie vicine e alla vicina clinica San Giuseppe creata di recente dal Patriarcato latino di Gerusalemme e dall’Ordine di Malta, racconta il parroco. Un’impresa costosa (un litro di gasolio costa 10 euro) che continua grazie all’unico generatore elettrico superstite dei tre che erano a disposizione.
Perché restare, da cristiani
Interrogato da Alessandra Buzzetti, padre Gabriel spiega che la decisione dei sacerdoti e delle suore missionarie di Gaza di restare con la loro gente «non è stata e non è una sfida o una resistenza di natura politica». «Ci è sembrato che il pastore debba stare con il suo gregge. Non potevamo abbandonare le persone, le famiglie, i portatori di handicap, i bambini. Siamo qui anche per preservare la presenza eucaristica. L’altare della nostra chiesa è un altare di pace, per tutte le persone rette che cercano la pace».
Si resta anche per i più piccoli, per i bambini. Confessa il missionario argentino: «Il Signore è fedele: permette la croce e ci dà la forza per portarla. I bambini sono piccoli ma non stupidi. Hanno bisogno della fortezza dei grandi. Noi ci occupiamo anche dei bambini musulmani. Nella scuola che abbiamo rimesso in piedi, per l’anno scolastico che sta per iniziare abbiamo accettato 1.000 alunni, anche se non sarà facile, per dare loro un ambiente di serenità e di pace. Tra la mia gente non ho mai ho visto desideri di vendetta. Chiediamo al Signore perdono e pace. Coi bambini facciamo attività spirituali, psicoterapeutiche e ludiche. Contribuisce a sanare le loro ferite psicologiche e quelle dei loro genitori. A volte facciamo giochi con l’acqua per i bambini, per divertirli e distrarli. Sembra una cosa da pazzi considerato che abbiamo poca acqua… Usiamo acqua non depurata, che a volte puzza. Non importa… sono momenti gioiosi anche per noi preti e suore».
C’è un rammarico, confessa padre Romanelli: non potere fare molto per tante altre persone. D’altronde anche Gesù in croce non poteva fare molto, non era in grado di muoversi come quando predicava in Galilea, eppure… Le croci sono croci, spesso non programmabili. La nostra partecipazione ai dolori di Cristo è veramente redentrice».
Fra Ielpo: Prima delle opere, il cuore
Amare senza ritirarsi, cosa significa chiede Buzzetti a fra Ielpo. Lui confessa: «Tempo fa avrei esordito elencando le opere di noi francescani in Terra Santa. Oggi faccio più fatica. C’è prima di tutto un’opera che continuamente va costruita nel mio cuore. Dobbiamo coltivare un cuore capace di donarsi completamente, di stare sulla croce con lo stesso amore di Cristo Gesù. Allora è possibile che anche le opere che faccio diventino riverbero di quello che accade in me».
La gente nelle parrocchie, osserva il padre custode, ha bisogno di fare esperienza di comunità. Ciò può anche aiutarla a comprendere il senso della sua vocazione a restare lì dove il Signore l’ha posta, ad avere una ragione forte per restare, senza costrizioni o pressioni altrui.
Comunità e vocazione
Un discorso che vale anche per i cristiani in Siria e in Libano. Stare loro accanto come frati, fedelmente, è una testimonianza essenziale.
«Nei Luoghi Santi – soggiunge fra Ielpo – c’è bisogno della presenza della comunità locale, ma anche dei pellegrini di tutto il mondo. Il pellegrinaggio è un’iniezione dal punto di vista economico, ma genera anche speranza. Ti fa prendere consapevolezza che il tuo scopo nel mondo è anche di accogliere, di sorridere ai pellegrini. Arrivano nella tua terra non solo alla ricerca di solo pietre, ma di volti concreti di quella risurrezione che si incarna in un popolo locale».
Le domande di quattro giovani
Nel pomeriggio si svolge un incontro – per certi versi dai toni più intimi e personali – tra fra Ielpo e quattro universitari che lo interrogano sulla sua esperienza di uomo credente e di frate in Terra Santa. Sono Francesco Ambrosio, studente di Ingegneria biomedica; Rachele Cucco, studentessa di Lettere Moderne; Maddalena Maggiani, studentessa di Lettere Moderne, introdotti da Filippo Mauri, studente di Fisica.

L’incontro pomeridiano di fra Ielpo con alcuni giovani universitari, il 24 agosto 2026 al Meeting di Rimini. (foto GPO)
Gli chiedono degli inizi del suo nuovo ministero a Gerusalemme. Risponde: «È stato un passaggio importante, un trasferimento di missione, non solo geografico. Un nuovo sì da dire. Ho scoperto in maniera evidente la sproporzione tra quello che ti viene chiesto e la tua misera persona. La sproporzione è diventata una sorta di vertigine via via che appariva chiaro che papa Leone avrebbe approvato il mio nome. Una vertigine entro cui un Altro opera. Non siamo noi ad essere capaci. «La gravosità dell’impegno la capirai solo nel tempo, ma ricorda che godrai della grazia dei luoghi Santi», mi scrisse in quei giorni il cardinale Pizzaballa. È proprio così».
Essere minoranza
Interrogato su cosa significhi vivere in un contesto in cui i cristiani sono minoranza, fra Ielpo confessa che non avrebbe mai immaginato di trovarsi un giorno a Gerusalemme. «Lì ho imparato che non basta dire sì. Non basta dire accetto di servire questo popolo, questa Chiesa, questa minoranza. Ho imparato, e lo chiedo come grazia, che bisogna passare dal servire all’amare quella terra, quei cristiani, con tutte le loro contraddizioni». Lo stesso discorso di apertura vale nei confronti degli ebrei e dei musulmani che si incontrano e con i quali si ha modo di collaborare.

Il Coro Yasmeen in concerto al Teatro Galli di Rimini la sera del 21 agosto 2026. (foto Francesco Guaraldi)
Custodire il cuore è un tema sul quale fra Ielpo torna spesso. Lo fa anche oggi, sollecitato da questi ragazzi: «Uno dei rischi in un conflitto – dice – è di lasciarsi contagiare dal rancore, dall’odio, dal desiderio di vendetta. È un virus che può colpire anche il custode di Terra Santa, ma il cuore non deve lasciarsi guastare dalla logica della spirale. A volte mi sento dentro un frullatore, tra impegni, messaggi, telefono… È fondamentale ritagliare sempre uno spazio del proprio tempo, come Gesù, per giudicare quello che vivi alla luce del Vangelo. Altrimenti, anche in tempo molto breve, il tuo cuore comincerà a ragionare come tutti gli altri, in modo molto polarizzato».
La fraternità è questione di sguardo
Un ultimo passaggio riguarda la fraternità e la sua importanza. «Sin dal primo giorno del mio mandato, e fino ad oggi – confessa con commozione il padre custode – io non mi sono mai sentito solo. Mi sento abbracciato da fratelli. Nel convento in cui vivo siamo 78 frati, ma uno potrebbe anche sentirsi solo, perché la solitudine non è questione di presenza fisica. Sei solo quando ti accorgi che l’altro non ti guarda. La fraternità è questa cosa. Una grazia che non si può inventare a tavolino. Arrivi in un posto e senti che c’è gente che ti guarda volendoti bene. Ognuno di noi deve cominciare a guardare così».
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Del terzo momento di riflessione in calendario oggi al Meeting sulle prospettive di Israele e Palestina, riferiamo altrove.


























