Il cardinale Pizzaballa al Meeting di Rimini: La guerra abbruttisce, restiamo umani!
Si è chiusa con un intervento del cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini, la 47^ edizione del Meeting di Rimini per l'amicizia dei popoli. Filo conduttore le sue riflessioni sulla situazione attuale in Terra Santa espresse nella recente lettera pastorale.
(g.s.) – L’edizione del 2026 del Meeting di Rimini si chiude nella serata del 26 agosto con l’intervento del cardinal Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei Latini. Introduce Alessandra Buzzetti, corrispondente dalla Terra Santa di TV2000, l’emittente dei vescovi italiani, ma le domande le pongono tre liceali: Lucia Salerno, milanese; Grant Eberle, statunitense del Kansas; Kirill Stash, riminese con radici in Ucraina, dove vivono i suoi nonni (che lui non può andare a trovare per non rischiare di finire arruolato).
Scrutando il cielo di Gerusalemme è il titolo scelto per quest’ultimo, atteso, appuntamento. A fare da filo conduttore sono i temi che il cardinal Pizzaballa ha toccato nella sua recente lettera pastorale Tornarono a Gerusalemme con grande gioia. Alle domande dei tre giovani il patriarca risponde pacato, con la franchezza priva di fronzoli che lo contraddistingue.
Su sollecitazione di Lucia si comincia col parlare di pace e del ruolo della politica. «Non dobbiamo ridurre la pace a slogan e bisogna evitare approcci ingenui», osserva il patriarca. Va riconosciuto, dice, che la politica è fatta di equilibri, di interessi e di rapporti di forza, e non può liberarsi di queste dinamiche. Il problema nasce quando l’azione politica si esaurisce lì. In Medio Oriente, osserva, «si è perso il senso del bene comune»: pare che nelle istituzioni si lavori soltanto per il tornaconto della propria, senza guardare all’interesse generale. «La pace è un lavoro complesso» che «richiede azione politica secondo le sue dinamiche», ma «serve sempre che qualcuno alzi la voce e ricordi alla politica per chi deve lavorare». Un compito, quello di alzare la voce, che riguarda anche i responsabili religiosi. Un’altra considerazione del cardinale: la politica non procede solo dall’alto verso il basso, ma anche in senso contrario: nella società civile c’è una vivacità e una capacità di impegno «che mi fanno ben sperare».
Alla domanda di Grant su come non lasciarsi sopraffare dagli eventi e tenere viva la speranza, la risposta è tutt’altro che consolatoria. Parlare di speranza, in un quadro tanto fragile come quello israelo-palestinese, può suonare come «battere l’aria». «La speranza non ha la soluzione ai problemi», ha spiegato, e non è neppure l’attesa che qualcosa arrivi da fuori: «è figlia della fede, è la coscienza di non essere soli». E la si incontra dentro la stessa popolazione, in attività, gruppi e persone «molto attive e presenti»: «Fa molto chiasso la violenza», ha detto, «ma c’è anche tanto bene».
E qui il patriarca latino racconta dell’ultima sua visita a Gaza nel giugno scorso. Sollecitato con insistenza a recarsi all’università Al-Azhar, l’ateneo pubblico della Striscia (distinto dall’omonima istituzione islamica del Cairo), il patriarca inizialmente era esitante. Lasciatosi convincere dall’insistenza del rettore si è trovato davanti 600 studenti giovanissimi che in qualche modo si stavano impegnando a rimettere in piedi la vita universitaria. Al cardinale hanno posto molte domande, ma nessuna sulla guerra. Volevano conoscere la sua esperienza personale, la vocazione, aspetti del cristianesimo. Uno di loro, musulmano, aveva perfino preparato la propria domanda in latino. «Nei nostri seminari pontifici non so quanti lo saprebbero fare», commenta divertito il porporato, che soggiunge: «Quando ho affermato che il cristiano non vuole la violenza, tutti, di scatto, si sono alzati in piedi ad applaudire, quasi a voler dire che anche loro la pensano così, che sono stanchi di tanta violenza». Per non lasciarsi travolgere, il cristiano deve anche ricorrere alla preghiera, sottolinea Pizzaballa: «Essa non cambierà le sorti della geopolitica, ma certamente il mio sguardo. Mi aiuta a mettere ordine dentro me stesso e mi ricorda che non sono io a condurre la storia».

Da sin. Kirill Stash, Grant Eberle, Lucia Salerno, il card. Pierbattista Pizzaballa e Alessandra Buzzetti. (foto © Meetiing Rimini)
Kirill pone il tema della bruttura della guerra che genera decadimento fisico e morale. Il cardinale concorda: un conflitto «distrugge, ma ruba anche ai giovani gli anni più belli, i sogni, le prospettive»; e innesca dinamiche che imbruttiscono, in cui l’altro «viene esorcizzato, per rendere più facile colpirlo». «La guerra deumanizza a poco a poco», ha detto. La sua logica va rifiutata, anche da chi è costretto a combattere in armi. Bisogna che la logica della guerra non prenda piede dentro la coscienza personale, non trasformi e plasmi l’identità della persona. «Occorre restare umani», dice.
Uno dei passaggi più intensi della serata nasce dalla domanda su come non vedere l’altro come nemico, quando ci si sente vittima. «In Terra Santa ciascuno si considera vittima, la sola vittima», ribadisce una volta ancora il patriarca latino di Gerusalemme. Si finisce così, dice, per dar spazio alla violenza nel cuore e nelle parole. La via d’uscita sta nel rovesciare la logica della categorizzazione – israeliani, palestinesi, ebrei, musulmani, credenti, non credenti – comoda e semplificatoria ma cieca. Bisogna liberarsi dalle categorie e incontrare le persone nella loro unicità. «Una persona, un volto, un nome» significa incontrare «una storia», e questo cambia la prospettiva. Servono testimoni capaci di attraversare i confini, di aprire «brecce»: «L’unico modo per uscire dai circoli viziosi è incontrare».
Non è mancata una domanda più personale, sull’esperienza del dolore che Pizzaballa stesso sta facendo in questi anni. Senza scendere in dettagli troppo intimi, il cardinale evoca il dolore provocato dalle relazioni che si spezzano «per avere detto qualcosa che non piaceva»; il dolore per le persone che non ci sono più; il dolore per il senso di impotenza, per il sentirsi «a volte inadatti, non all’altezza delle situazioni». È lì, confida, che la preghiera diventa importante, perché permette di «consegnare la propria impotenza». Lo sguardo si volge alla croce, «dove Gesù umanamente fallisce. Eppure, da lì scaturisce la nostra salvezza».
Tra i temi della lettera pastorale, quello della «purificazione della memoria» ha suscitato più contestazioni, riconosce il cardinale Pizzaballa, che torna a spiegare: «Purificare la memoria non significa dimenticare il passato, ma evitare che le nostre interpretazioni del passato diventino il criterio che segna le relazioni future». Redimere la propria lettura della storia è decisivo, così come ascoltare le narrazioni altrui, anche quelle che non si possono condividere. Va coltivata una memoria «che non generi rancore», ma apra alle nuove generazioni la possibilità di non ripetere gli stessi errori. Un lavoro da compiere a ogni livello: nelle università, nelle scuole, nelle sinagoghe, nelle moschee, nelle chiese e, prima di tutto, nelle famiglie, nel racconto del proprio vissuto che i genitori tramandano ai figli.
Di qui anche una parola sul dialogo interreligioso, che nasce da un’appartenenza salda che non si pone sulla difensiva: «Se sono un cristiano sereno, convinto e risolto non ho paura di incontrare altri, non mi sento minacciato da loro, non mi pongo contro nessuno. So che non c’è nulla di importante che gli altri possono togliermi; semmai ho tutto da donare».
Sul finale la conversazione è tornata all’icona della lettera pastorale: la Gerusalemme celeste. Perché – domanda Grant – la storia della salvezza si chiude con una città e non con un giardino come quello dell’Eden evocato all’inizio della Bibbia e della stessa lettera del patriarca Pizzaballa? Il disegno di Dio, risponde il cardinale, non è un ritorno alla solitudine dell’Eden, come se la vicenda umana non contasse nulla: «la Storia non va cancellata, rientra anch’essa nel progetto di Dio». La città è precisamente questo: progetto di Dio a cui l’uomo è chiamato a collaborare. Su Gerusalemme la Bibbia accumula maledizioni e benedizioni; ma «la Gerusalemme celeste non è Babele, una città senza Dio: è una città che scende dal cielo come dono di Dio, che noi possiamo contribuire a costruire». Ciò che la tiene insieme «è l’amore». Ogni città, ogni comunità, ogni Chiesa è chiamata a diventare quella Gerusalemme: «non solo conflitto», dunque, «ma vocazione all’amore», che è la legge dell’Agnello che sta al centro della città nella visione dell’Apocalisse neotestamentaria.



























