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Tornano in classe anche gli allievi delle scuole cristiane di Gerusalemme

Terrasanta.net
2 settembre 2026
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Tornano in classe anche gli allievi delle scuole cristiane di Gerusalemme
1 settembre 2026. Un'aula vuota nella scuola elementare St. George, istituto cristiano nel quartiere di Beit Hanina a Gerusalemme Est. Nelle scuole cristiane della Città Santa l'anno scolastico 2026/27 non è iniziato. (foto Jamal Awad/Flash90)

Oltre 70 tra docenti e non docenti residenti in Cisgiordania non avevano ottenuto il rinnovo del permesso d’ingresso in Israele per iniziare l'anno scolastico. Così il 1° settembre, per protesta, le scuole cristiane di Gerusalemme non hanno riaperto. Nell'arco della giornata l'emergenza è rientrata.


Ieri, 1° settembre 2026, la crisi che aveva determinato la serrata delle scuole cristiane di Gerusalemme nel primo giorno dell’anno scolastico in Israele si è risolta con l’arrivo di tutti i permessi di lavoro (temporanei) attesi dal personale docente e amministrativo palestinese residente a Betlemme e in altre località della Cisgiordania.

In merito a questa rapida soluzione del problema, le versioni sono discordanti: si va dal «Non c’è mai stato alcun problema» a «Le proteste hanno dato i loro frutti», passando per la menzione di semplici «ritardi di natura tecnica». Tuttavia, alcuni dei permessi rilasciati avrebbero una durata piuttosto breve, il che non offre la serenità di prospettive desiderata.

Va ricordato che alla vigilia dell’apertura dell’anno scolastico, oltre 70 palestinesi tra insegnanti e membri del personale educativo, amministrativo e tecnico, non avevano ancora ottenuto il rinnovo del permesso d’ingresso in Israele. «Tale misura è stata adottata improvvisamente e senza alcun preavviso, impedendo loro di raggiungere le rispettive scuole e compromettendo direttamente la preparazione degli istituti all’avvio dell’anno scolastico», precisava un comunicato dell’Ufficio delle scuole cristiane di Gerusalemme reso pubblico il 31 agosto.

Non potendo garantire regolarmente l’insegnamento, l’amministrazione e i servizi sanitari, ma neppure la pulizia, la vigilanza e la sicurezza degli istituti, le scuole cristiane avevano annunciato la sospensione delle lezioni a partire da martedì 1° settembre e fino al rinnovo delle autorizzazioni necessarie, pervenute poi, come dicevamo, nel corso della giornata. La decisione di dar vita a quella forma di protesta era stata presa d’intesa con le parti interessate e con i rappresentanti dei genitori.

Anche le scuole della Custodia di Terra Santa si sono allineate. In un breve messaggio alle famiglie, la loro amministrazione precisava: «In conformità con la decisione del Segretariato generale delle istituzioni educative cristiane di Gerusalemme, vi informiamo che le lezioni saranno sospese domani, martedì 1° settembre 2026. La data di ripresa sarà comunicata in seguito».

La Custodia di Terra Santa ha inoltre pubblicato sul proprio sito internet il testo integrale del comunicato delle scuole cristiane di Gerusalemme.

Secondo Hagop Djernazian, da parte sua il Patriarcato armeno avrebbe emanato un decreto, stabilendo che la scuola Sts. Tarkmanchatz si unisse alla protesta. «Rimaniamo in piedi, uniti come una sola Chiesa», commenta Djernazian.

Già lo scorso gennaio le 12 scuole cristiane di Gerusalemme avevano dovuto chiudere i battenti dopo l’annullamento dei permessi di 171 insegnanti originari della Cisgiordania. Per i circa 10mila alunni accolti in questi istituti il rientro del secondo semestre non era allora avvenuto.

Le scuole avevano infine ottenuto dalle autorità israeliane le autorizzazioni che consentivano agli insegnanti di proseguire il proprio lavoro e di portare a termine l’anno scolastico. Speravano che quei permessi sarebbero stati regolarmente rinnovati per l’avvio di settembre. Così non è stato.

Forzare un cambio di programmi?

In questo contesto, le ripetute difficoltà sui permessi possono anche essere interpretate come un ulteriore strumento di pressione per spingere le scuole cristiane ad abbandonare il programma scolastico palestinese per adottare quello israeliano. Un’interpretazione da maneggiare con prudenza, ma che si iscrive in una tendenza reale. Nella sua edizione del 31 agosto, il quotidiano Haaretz riferisce che, a partire da questo anno scolastico, tutte le nuove classi del primo e del settimo anno (grosso modo, la prima elementare e la seconda media nel sistema italiano) delle scuole pubbliche di Gerusalemme Est seguiranno d’ora in poi il programma israeliano. Oltre 45mila alunni palestinesi su circa 120mila, ossia il 38 per cento, studieranno così secondo questo programma, contro i meno di 13mila di sei anni prima.

Il giornale ricorda che questa evoluzione deriva sia da una domanda crescente da parte di alcuni genitori sia dalle pressioni esercitate dal governo israeliano, in particolare tramite l’erogazione di finanziamenti agli istituti che accettano di aprire classi di preparazione al bagrut (il diploma rilasciato al termine degli studi pre-universitari in Israele).

I genitori che iscrivono i figli nelle scuole cristiane non fanno eccezione, come illustrava la rivista Terrasanta nel dossier dedicato alle scuole nel numero di maggio-giugno 2026. Si trovano di fronte a un dilemma così formulato: preservare un insegnamento palestinese, con la sua cultura e la sua storia, oppure scegliere il diploma che agevola l’accesso alle università e al mercato del lavoro israeliani. Delle dodici scuole cristiane di Gerusalemme Est, soltanto due, fino a pochi mesi fa, offrivano una sezione bagrut.

Molto più di semplici scuole

Per le Chiese di Terra Santa questa nuova crisi non rappresenta soltanto un problema amministrativo. Tocca il cuore stesso della loro presenza e della loro missione.

Le scuole cristiane accolgono alunni cristiani e musulmani. Ai quali non si limitano a trasmettere conoscenze: li educano alla convivenza, al rispetto, al dialogo e all’accettazione dell’altro. Nel suo recente messaggio per l’inizio dell’anno, il Patriarcato latino le presenta come una pietra angolare della presenza cristiana in Terra Santa e ricorda che il loro servizio è un atto di speranza per il futuro di questa terra.

Nella sua ultima lettera pastorale, il cardinale Pierbattista Pizzaballa si spinge ancora oltre: «Le nostre scuole sono forse il dono più bello che la Chiesa offre a questa Terra. Lo sono sempre state. Generazioni di dirigenti, di professionisti, di uomini e donne di buona volontà (cristiani, musulmani, ebrei) hanno frequentato i nostri istituti. E non è un dettaglio: è una missione».

Il patriarca latino di Gerusalemme richiamava proprio le difficoltà incontrate dagli insegnanti della Cisgiordania: «Di recente, a Gerusalemme, si è posto il problema dei permessi per gli insegnanti provenienti da Betlemme, il che mette seriamente a repentaglio la possibilità di preservare l’identità cristiana delle nostre scuole. Anche in questo campo il conflitto politico ha conseguenze dirette sulla vita della Chiesa».

Privare gli insegnanti dei permessi non significa soltanto impedire ad alcuni professionisti di raggiungere il proprio lavoro. Significa indebolire un’istituzione cristiana, sconvolgere la vita di migliaia di bambini e famiglie, mettere in pericolo un modello educativo che tenta, nonostante tutto, di preparare la pace.

«Le nostre scuole portano un messaggio di pace, di rispetto, di comprensione e di accettazione dell’altro – sottolineava lo scorso gennaio suor Lucy Jadallah –. Ci auguriamo che questo messaggio venga accolto con lo stesso spirito e con gli stessi valori anche dall’altra parte».

[La prima versione di questo articolo è del 1° settembre 2026 e annunciava la serrata delle scuole]

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