Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

In Libano un popolo resiliente retto da speranza e convivialità

Terrasanta.net
23 agosto 2026
email whatsapp whatsapp facebook twitter versione stampabile
In Libano un popolo resiliente retto da speranza e convivialità
Da sin. Maria Laura Conte, Mounir Khairallah, César Essayan, Francesca Lazzari. (foto P. Salvaggio)

Tra le molteplici proposte di riflessione proposte nell'ambito del Meeting di Rimini, la Fondazione Avsi ha offerto alcune testimonianze improntate alla speranza. Ospiti il vescovo maronita di Batroun e il vicario apostolico di Beirut per i cattolici di rito latino.


(g.s.) – Tra alti e bassi, il Libano è un Paese che da 51 anni non conosce pace. La guerra civile iniziata nel 1975 ufficialmente si è chiusa nel 1990, ma nell’ultimo mezzo secolo il Paese ha subito almeno 20 ondate di devastazione e ricostruzione. Oggi sta come sappiamo, con oltre un milione di sfollati dal sud del Paese, un confronto militare senza esclusione di colpi tra le milizie di Hezbollah e le forze armate israeliane e bombardamenti di quest’ultime che hanno raso al suolo interi villaggi a sud del fiume Leonte (o Litani).

Nei padiglioni della Fiera di Rimini, dove è in corso il Meeting per l’Amicizia tra i popoli, è servito a ricordarcelo il breve incontro-testimonianza (un’oretta scarsa) organizzato nel pomeriggio di quest’oggi, 23 agosto 2026 da Avsi, l’ong per la cooperazione allo sviluppo nata in casa ciellina nel 1972. Davanti a un uditorio numeroso – moderati da Maria Laura Conte, direttrice della comunicazione di Avsi –, hanno reso la loro testimonianza due vescovi libanesi: mons. Mounir Khairallah, eparca maronita di Batroun e segretario generale del Sinodo maronita, e monsignor César Essayan, vicario apostolico di Beirut dei Latini. Accanto a loro Francesca Lazzari, rappresentante di Avsi in Libano.

Esordendo, Maria Laura Conte sottolinea una verità che le cronache degli ultimi anni si incaricano di confermare: le guerre si fa prima a cominciarle che a finirle.

Il vescovo di Batroun, città costiera del Libano settentrionale, mette in evidenza due caratteristiche positive del popolo libanese, che alimentano il coraggio di resistere alle guerre e alle persecuzioni: la speranza e la convivialità, intesa come volontà di vivere insieme le realtà quotidiane senza negare le differenze che esistono tra le 18 diverse componenti della comunità nazionale (musulmani sciiti e sunniti, ebrei, drusi, cristiani di varie appartenenze e riti ecc.)

Monsignor Mounir rievoca, come fa spesso, l’esperienza fondamentale che ha segnato la sua esistenza: era il 1958, lui aveva 5 anni e altri tre fratellini e sorelline. Un giorno uno sconosciuto penetrò nella loro casa e uccise entrambi i genitori sotto gli occhi dei bimbi. Il giorno dopo una zia suora venne a prendere i piccoli e li portò con sé in convento. Li esortò a pregare insieme, non tanto per le anime dei genitori, già in Paradiso, quanto per l’assassino e per sé stessi, perché avessero in dono la capacità di perdonarlo. Fu così che Mounir imparò il senso del perdono cristiano, che oggi cerca di trasmettere alla sua gente, soprattutto ai giovani.

Il vescovo evoca esperienze anche più recenti: è l’estate del 2006 e scoppia un nuovo violento conflitto tra Hezbollah e Israele. I primi lanciano razzi e missili sulla Galilea, i secondi – allora come oggi – cannoneggiano e bombardano il Libano meridionale, provocando l’esodo in massa delle famiglie sciite, concentrate in quella regione. Padre Mounir, che all’epoca non è ancora vescovo, organizza a Batroun l’accoglienza dei profughi: mobilita i giovani cristiani, che per 33 giorni e notti si prenderanno cura di 15mila sfollati. Quando torna la calma ed è il momento di tornare a casa, Fatmi, una dei profughi, si avvicina al sacerdote maronita e gli chiede di poter portare con sé la grande croce che si è abituata a vedere nel luogo di accoglienza. «In questi 33 giorni – spiega – ho imparato che senso ha la croce per voi cristiani: amore e perdono, che Gesù riversa non solo su voi, ma su tutti». Quella croce è stata piantata nella piazza dei Martiri nella città di Touline, dove si trova ancora.

«Del resto – soggiunge mons. Khairallah – quando chiediamo ai genitori musulmani degli allievi delle nostre scuole cattoliche perché abbiano inviato i figli da noi, ci spiegano che così sono certi che saranno educati ai valori umani della pace, dell’amore e della giustizia e non verranno su integralisti o violenti».

Nei quasi 7 anni trascorsi in Libano per Avsi Francesca Lazzari ha imparato ben presto che i libanesi sono resilienti: hanno sopportato il crollo sistema bancario, la mancanza di servizi, i droni israeliani che ronzano continuamente nel cielo, i bombardamenti nel sud continui. Francesca si chiede: «Quanto può resistere questo popolo prima di rompersi? Dobbiamo stare accanto alla popolazione libanese per tenere accesa la speranza. Vicini con gli aiuti, ma soprattutto con la prossimità alle persone, per far capire che il loro diritto a una vita dignitosa conta, così come contano le loro vite, le loro case, il futuro dei loro figli».

Testimonianze sul Libano per un uditorio attento e numeroso (foto P. Salvaggio)

«Come sta il Libano?» è il titolo di questo incontro. «Mi sono chiesto come rispondere – dice mons. Essayan, libanese di origini armene – e mi rendo conto che non abbiamo più criteri utili per rispondere. Non sappiamo cosa sia un Paese in pace. La guerra ci è stata imposta. Non l’abbiamo voluta. Non abbiamo problemi tra noi. Li hanno creati altri per dividerci, sulla scorta di ideologie che non sono nostre. Altre superpotenze hanno esasperato il sentimento religioso creando integralismi e fondamentalismi, di qua e di là».

Il vescovo ci tiene a ringraziare il popolo italiano e soprattutto ai soldati italiani del contingente Unifil. «Senza di loro – dice – non ce l’avremmo fatta. Offrono un sostegno non solo materiale, ci dicono che non siamo soli. I soldati Unifil portano il Libano dappertutto nel mondo: nelle loro case, città, parlamenti. Alla fine di quest’anno la missione Unifil termina il suo mandato. Senza un’alternativa il sud del Libano rischia di finire nelle tenebre della dimenticanza, come Gaza».

Monsignor Essayan esprime gratitudine anche alla Conferenza episcopale italiana che manda aiuti. Osserva: «Né la Cei né le Conferenze episcopali di Francia o di Germania e le loro organizzazioni di cooperazione avrebbero fondi sufficienti se non ci foste voi dietro a inviare offerte per chi soffre. Tutti voi, ognuno per la sua parte, siete un segno della Provvidenza di Dio».

L’incontro pubblico si è affiancato a una mostra allestita nei padiglioni del Meeting e intitolata Libano; la bellezza, le ferite, la speranza.

Preti di carta
Vittorino Andreoli

Preti di carta

Storie di santi ed eretici, asceti e libertini, esorcisti e guaritori
Calendario di Terra Santa 2027

Calendario di Terra Santa 2027

Gregoriano, giuliano, copto, etiopico, armeno, islamico, ebraico
Il mio incontro con Francesco
Éloi Leclerc

Il mio incontro con Francesco

Dai lager ad Assisi