Per la legge non hanno i documenti in regola, ma sono bramosi di integrarsi e di sentirsi uguali ai compagni di giochi e di studi con i quali sono cresciuti. Al punto di chiedere di potersi arruolare. Sono i figli dei lavoratori stranieri.
Sul finire del Novecento il volto della Chiesa latina in Terra Santa ha cominciato a mutare, arricchendosi di colori, suoni e sensibilità differenti. Lo si deve all’arrivo di molti lavoratori migranti, o di profughi, principalmente da nazioni africane e asiatiche. Tanti di loro sono cristiani e nelle chiese (o nelle comunità protestanti) si sono fatti spazio cercando di ritrovare atmosfere familiari lontano da casa. I luoghi di culto per queste persone sono spazi di preghiera personale e comunitaria, ma anche ambiti di accoglienza, incontro, aggregazione e reciproco sostegno. Per valorizzare la loro vivacità in seno alla Chiesa e assicurare l’opportuna assistenza spirituale e pastorale, nel 2018 il Patriarcato latino di Gerusalemme ha sentito il bisogno di dar vita a un Vicariato per i migranti e i richiedenti asilo, che coordina anche l’attività delle varie cappellanie linguistiche (alcune delle quali, come quella filippina, pre-esistenti). Dal 2023 ne è responsabile padre Matthew Coutinho, un missionario salesiano di nazionalità indiana nato in Kuwait.
Espulsioni e insicurezza
Sul versante civile, con il passare degli anni, tanti di questi uomini e donne sono diventati residenti irregolari in Israele, essendo rimasti nel Paese oltre la scadenza del permesso di soggiorno o la perdita del posto di lavoro che aveva consentito loro di sbarcare a Tel Aviv in modo del tutto legale per rimpiazzare la manodopera palestinese, sempre più sgradita agli israeliani ebrei. Negli anni scorsi le autorità hanno dato vita a campagne di espulsione. Le ong impegnate a tutelarne i diritti, rilanciavano numerose testimonianze di persone non in regola con i permessi che venivano intercettate da speciali nuclei di polizia piazzati fuori dalle chiese la domenica, oppure nelle vicinanze di uffici pubblici, come gli sportelli del ministero del Lavoro.
Grazie anche alla mobilitazione di parte dell’opinione pubblica e di associazioni per la difesa dei diritti dei migranti l’espulsione è stata risparmiata a numerose madri di figli piccoli, nati in Israele. Pur rimanendo prive di cittadinanza o di permesso di soggiorno permanente, hanno potuto restare accanto alla prole, che nel frattempo ha avuto accesso al sistema scolastico israeliano ed è cresciuta apprendendo ad esprimersi in ebraico e imbevendosi della cultura nazionale prevalente.
Nativi irregolari
Oggi quei bambini – si calcola che siano 3.500 – sono cresciuti: frequentano le scuole di secondo grado o si sono diplomati da poco. In Israele si sentono a casa, anche perché non conoscono la patria dei loro genitori, né alcun altro posto al mondo, essendo privi di documenti che li abilitino a viaggiare all’estero. Quelli tra loro che frequentano la Chiesa, prendono parte alla catechesi e alle attività di gruppo per i cattolici di lingua ebraica. Così, nel misurarsi con i traumi del 7 ottobre 2023 e della guerra conseguente, la Chiesa latina di Terra Santa – che un quarto di secolo fa era composta quasi esclusivamente da fedeli palestinesi – ha dovuto prestare attenzione anche alla sensibilità di questa piccola componente, che da un punto di vista culturale potremmo considerare, per alcuni aspetti, ebraico-israeliana.
Come i compagni
Bramosi di integrarsi e di sentirsi uguali ai compagni di giochi e di studi con i quali sono cresciuti, parecchi di questi ragazzi e ragazze ora insistono per essere ammessi al servizio militare. Non è secondario il fatto che portare a termine la naia renda più agevole ottenere la cittadinanza israeliana.
È andata così per Cedrick Garin, un ventenne nato da una coppia filippina (il padre è stato espulso anni fa e la madre ha dovuto crescere il bambino da sola) che è riuscito ad arruolarsi dopo reiterati tentativi. Terminato il servizio di leva con un encomio e ottenuta la cittadinanza, è stato poi impiegato tra le guardie del corpo dell’allora primo ministro Naftali Bennet (tra il 2021 e il 2022). Nell’ottobre 2023 è rientrato in servizio, con il grado di sergente della riserva, per unirsi ai commilitoni inviati nella Striscia di Gaza. Lì ha trovato la morte il 22 gennaio 2024, con altri 20 compagni, sotto le macerie di un edificio saltato in aria.
Benché la storia di Cedrick abbia trovato eco su tutti i media israeliani, gli uffici reclutamento delle forze armate preferiscono ancora non arruolare i giovani come lui, non in regola coi documenti. Alcuni di loro – una cinquantina di ragazze e ragazzi – di recente si sono rivolti a uno studio legale di Tel Aviv per ottenere il rispetto della normativa in materia, secondo la quale dovrebbero essere chiamati alle armi anche i residenti permanenti in età di leva, pur se privi di cittadinanza. Gli avvocati – riferisce la testata elettronica The Times of Israel – hanno presentato un ricorso alla Corte suprema. I giudici si esprimeranno in marzo.




























