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Randa Siniora: L’occupazione militare rafforza il patriarcato

Manuela Borraccino
3 febbraio 2026
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Randa Siniora: L’occupazione militare rafforza il patriarcato
L'avvocata palestinese Randa Siniora.

«La piena parità di genere per le palestinesi passa per la fine del colonialismo», dice da Ramallah l’avvocata 65enne di fama internazionale che dal 2015 è direttrice generale del Centro di assistenza giuridica e consulenza legale per le donne.


Difende da quarant’anni i diritti umani e in particolare i diritti delle donne in Palestina. È stata la prima palestinese a parlare nel 2018 al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite di come l’occupazione israeliana dei Territori palestinesi colpisca con particolare durezza le donne a livello economico, politico, sociale. L’avvocata Randa Siniora, 65 anni, è direttrice dal 2015 del Centro di assistenza giuridica e consulenza legale per le donne con sede a Ramallah (Wclac nell’acronimo di Women’s Centre for Legal Aid and Counselling), dopo aver diretto per otto anni la Commissione palestinese indipendente per i diritti umani. «I femminismi delle donne bianche del Nord del mondo sono troppo incentrati sui diritti individuali e hanno fatto il loro tempo – dice a Terrasanta.net –. Per cambiare la vita delle donne, soprattutto dopo che la guerra genocidaria a Gaza ha acuito in modo ancora più profondo il legame fra occupazione e patriarcato, dobbiamo smantellare le strutture di potere coloniali e lo sfruttamento economico dei Paesi in via di sviluppo: abbiamo bisogno di un’alleanza con le femministe del Sud globale».

«La cultura palestinese è profondamente intrisa di patriarcato e ciò determina le relazioni tra i generi»

Nata alla fine del 1960 a Gerusalemme est in una famiglia cristiana della classe media palestinese costretta a lasciare la casa di famiglia nel 1948 nel quartiere di Gerusalemme ovest dove oggi sorge la Knesset, Randa ha frequentato la prestigiosa Schmidt Schule, istituto cattolico femminile che sorge nei pressi della Porta di Damasco. Racconta come la sua stessa storia familiare abbia forgiato il suo femminismo. «Non è questione di nascere in una famiglia cristiana o musulmana: la cultura palestinese è profondamente intrisa di patriarcato ed è la struttura patriarcale a determinare i rapporti di forza e di relazione tra i generi. Io sono la quarta di cinque figli, dopo due femmine e un maschio: mio padre non ha mai fatto mistero che voleva che nascessi maschio, pur dandomi tutto l’amore del mondo. Nella nostra famiglia allargata si pranzava con mio nonno a capotavola, i figli e le loro famiglie intorno: tra i cugini eravamo 11 femmine e 5 maschi. Ogni volta che nasceva un maschio l’accoglienza era ben diversa rispetto a quando nasceva una femmina, pur ricevendo lo stesso amore, cura e istruzione. Con l’arrivo dell’adolescenza è divenuto evidente che mio fratello poteva andare dove voleva, le mie sorelle maggiori no. Allora ho cominciato a discutere con mio padre. “Perché dovrei concedere a te quello che nego alle tue sorelle?” mi chiedeva. Io replicavo che doveva darmi delle argomentazioni razionali per convincermi a non uscire con le mie amiche o a vestirmi come volevo. Argomentavo che uomini e donne erano uguali e dovevamo poter fare le stesse cose. Mio padre mi ascoltava, sorrideva e diceva: “Sono sicuro che da grande farai l’avvocato”. (Ride). In effetti, così è stato: per certi versi non poteva andare diversamente. Imparai fin da allora a rivendicare quello che ci spettava e ad articolare in tutte le sfumature possibili che dovevamo difendere i nostri diritti».

«Ho sperimentato sulla mia pelle lo stigma sociale»

Le sue lotte, racconta Randa Siniora, sono continuate anche quando ha deciso di infrangere la tradizione secondo la quale sono le famiglie di origine a scegliere il marito delle figlie, ed ha informato la famiglia di voler sposare uno studente conosciuto all’Università di Bir Zeit. «Mi sposai a 23 anni, subito dopo la laurea in Sociologia e Antropologia, con un collega che è poi divenuto professore universitario. Eravamo giovanissimi, inesperti ed entrambi in carriera quando nacque nostro figlio. Entrammo in crisi e divorziammo. Ho sperimentato sulla mia pelle che cosa vuol dire essere una donna divorziata e una madre single nella società palestinese: lo stigma, la discriminazione, la non accettazione sociale di questa condizione. Nell’immaginario patriarcale palestinese, una divorziata diventa automaticamente una donna “perduta”, disponibile, anche se non è così. Ho dovuto lottare anche con la mia famiglia d’origine perché volevano che tornassi a casa con loro, ed io ho rifiutato perché avvertivo che la responsabilità di crescere mio figlio era solo mia e del mio ex marito. Diversi anni dopo, frequentandoci nelle occasioni importanti della vita di mio figlio, il padre ed io ci siamo riavvicinati, abbiamo lavorato per anni sui nostri problemi di coppia, e abbiamo deciso di risposarci. Ma porto in me le cicatrici di quanto costi per una donna palestinese conquistare la propria libertà di scelta e di azione».

«L’economia palestinese dipende fortemente da quella israeliana e i piccoli imprenditori palestinesi tendono a scegliere la manodopera femminile, precaria e a buon mercato»

Fin da giovane laureata, Siniora ha dedicato la tesi del Master conseguito all’Università americana del Cairo nel 1987 allo sfruttamento subito dalle donne nelle fabbriche tessili palestinesi. «A causa dell’occupazione coloniale l’economia palestinese è fortemente dipendente da quella israeliana. I piccoli imprenditori palestinesi di fatto lavorano nell’indotto delle industrie israeliane e tendono a scegliere la manodopera al minor costo possibile, ovvero le donne: le lavoratrici vengono pagate di meno, hanno contratti a tempo determinato e restano quasi sempre precarie. La situazione in questi quarant’anni non è cambiata e non possiamo illuderci che cambierà sotto l’occupazione: le condizioni di lavoro delle lavoratrici tessili nel Sud-est asiatico, anche quando sono impiegate nelle fabbriche delle multinazionali occidentali, sono ben diverse dalle nostre».

Lo scoppio della prima intifada nel 1987-88 mentre lavorava per i diritti delle lavoratrici in Al-Haq, la maggiore organizzazione per la difesa dei diritti umani in Palestina, la costrinse ad allargare lo sguardo alle violazioni quotidiane che le donne subivano per la dura repressione della “rivolta delle pietre” a Gerusalemme e nei Territori. Nel 1994 Siniora decise di conseguire un secondo Master in Diritto internazionale all’università di Essex (nel Regno Unito), con una tesi incentrata sulla responsabilità degli Stati di proteggere le vittime di violenza di genere, a cominciare dalla protezione offerta alle donne che subiscono violenza domestica. Così ha lavorato dal 1998, per quattro anni, come coordinatrice del programma di advocacy del Centro di assistenza giuridica e consulenza legale per le donne (Wclac), fondato nel 1991 a Gerusalemme e oggi con sedi a Ramallah Betlemme, Hebron e Gerico (dove è stata aperta anche la prima casa di accoglienza per donne abusate). L’organizzazione è incentrata sul contrasto della violenza di genere all’interno della società palestinese e sulla documentazione degli effetti sulla vita delle donne della crescente militarizzazione dei Territori dovuta all’occupazione israeliana.

«Oggi la vita delle donne, tanto a Gaza quanto in Cisgiordania, è schiacciata in egual misura dal patriarcato e dall’occupazione»

«Non c’è dubbio che negli ultimi trent’anni siano stati fatti molti passi avanti sull’emersione della violenza di genere. All’inizio degli anni Novanta era ancora un fenomeno in gran parte negato. Non potrà però esserci un reale cambiamento per le palestinesi senza la fine all’occupazione. Il genocidio avvenuto per due anni a Gaza – osserva l’avvocata – ha avuto un impatto devastante sulla vita delle donne perché la brutalità della guerra le ha ricacciate indietro nei ruoli tradizionali di genere, con una forte separazione fra sfera pubblica e privata. Oggi la vita delle donne, tanto a Gaza quanto in Cisgiordania, è schiacciata in egual misura dal patriarcato e dall’occupazione: quando le case vengono demolite, sono loro a dover gestire la famiglia e metterne in salvo i beni. Sulle loro spalle grava il peso della cura dei feriti, dell’alimentazione, dell’igiene e della stessa sicurezza dell’intero nucleo. Per la cerchia sociale se un ragazzino viene arrestato è colpa della madre che lo ha fatto uscire, che gli ha permesso di salire sul tetto della casa quando è proibito; è lei che non gli ha insegnato a tenersi alla larga dai pericoli. Se l’avvocato riesce a ottenere gli arresti domiciliari, le autorità penitenziarie designano un familiare come custode del divieto di uscire, e quasi sempre sono le donne: molte di loro sono costrette a lasciare il lavoro per garantire la permanenza in casa del minore, altrimenti verrà riarrestato oppure la famiglia dovrà pagare una cauzione. Soprattutto a Gerusalemme le madri diventano guardie carcerarie: abbiamo casi in cui pur di non farli uscire a giocare a pallone con gli amici, le donne picchiano i figli. Immagini il livello di violenza e di traumatizzazione presenti nelle famiglie. Soprattutto, ci sono i numerosissimi casi di ricongiungimento familiare delle palestinesi spose di cittadini gerosolimitani o di arabi israeliani: a causa delle politiche israeliane sulla mobilità e del sistema dei permessi di residenza, anche per i coniugi i permessi scadono ogni tre mesi e per ottenere quelli permanenti occorrono molti anni di battaglie legali. Le istanze al ministero dell’Interno sono quasi sempre presentate dai mariti. Ora, se il matrimonio entra in crisi, e questo riguarda il 70 per cento dei casi che noi seguiamo, il marito smette di chiedere i permessi. Le donne scivolano nella clandestinità, con tutto quello che comporta: rischiano l’arresto o la deportazione e, soprattutto, di perdere la custodia dei figli».

«In molte sopportano violenze fisiche e psicologiche pur di stare vicine ai loro figli»

«Molte donne – continua Randa Siniora – finiscono per sopportare la violenza fisica o psicologica o economica da parte dei mariti pur di rimanere vicine ai loro figli, visto che l’interesse del minore è stare laddove il padre può assicurare un minimo di sussistenza e servizi: a molte donne palestinesi non residenti viene negata persino l’assistenza sanitaria. Per molte di loro poi, se anche lasciano il marito, la strada obbligata è quella di rientrare nelle famiglie di origine, visto che senza un lavoro non possono permettersi di vivere da sole. Il risultato è che molte donne finiscono invischiate nel circolo vizioso della cultura patriarcale, ma rinunciano a uscirne per non ritrovarsi nell’altra gabbia delle politiche israeliane di occupazione, dove le restrizioni alla mobilità, le barriere all’accesso al lavoro e allo studio, le intimidazioni psicologiche inchiodano le donne alle loro condizioni di partenza senza possibilità di progredire. Ecco perché da trent’anni documentiamo come l’occupazione rafforzi il patriarcato: si tratta di due regimi che si alimentano a vicenda».

«Il cambiamento verrà forse dalla società civile, non dalla politica»

Negli ultimi due anni, spiega Siniora, una parte rilevante del lavoro dello staff di 35 ricercatori e avvocati dell’organizzazione Wclac è stata dedicata a raccogliere la documentazione dei crimini di guerra perpetrati contro le donne a Gaza. «Abbiamo raccolto moltissime testimonianze sulle violenze sessuali delle quali sono state vittime le palestinesi rapite o arrestate a Gaza dall’esercito israeliano, e violentate nelle carceri come arma di disumanizzazione e di distruzione di un popolo, ovvero come specifico crimine di guerra. Anche per questo – chiosa – non nutro fiducia sulle misure che a parole si stanno prendendo per la presunta ricostruzione di Gaza e nemmeno sull’Autorità nazionale palestinese (Anp), che è delegittimata e sull’orlo della bancarotta a causa dell’occupazione e della dipendenza da Israele. Penso che l’autodeterminazione per il popolo palestinese verrà dalla società civile più che dalla politica: le organizzazioni di base sono molto più presenti e molto più connesse tra loro di quanto non lo siano l’Anp o l’Olp (l’Organizzazione per la liberazione della Palestina – ndr), che da molti anni non sono più rappresentative di tutte le fazioni della società palestinese e sono dominate da al-Fatah. Credo anche che le palestinesi per ottenere dei cambiamenti debbano allearsi con le femministe del Sud del mondo. Il femminismo globale è stato dominato per decenni dalle femministe bianche: è tempo di cambiare prospettiva. Non ha senso lottare per le conquiste individuali senza smantellare le strutture patriarcali, alimentate dal colonialismo, che costituiscono il maggior ostacolo all’avanzamento della condizione delle donne nel Sud del mondo. È in Africa, in Asia e in America Latina che condividiamo le stesse istanze, la stessa lotta con i black feminism e con i femminismi intersezionali, per liberarci dalle strutture politiche ed economiche dell’asservimento».

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