Attualità

Ricorso legale, rinviato lo sgombero di Khan al Ahmar


di Giuseppe Caffulli |  6 luglio 2018

Alcune baracche del villaggio beduino di Khan al Ahmar. (foto G. Caffulli)

Accesso all'angolo giochi nella scuola di gomme di Khan al Ahmar. (foto G. Caffulli)

La scuola resiste, finché può. (foto G. Caffulli)

C'è forse ancora un flebile filo di speranza per il villaggio beduino di Khan al Ahmar alle porte di Gerusalemme Est. Un nuovo ricorso alla Corte suprema israeliana ha fermato lo sgombero in corso.


Al termine di una giornata difficilissima come quella di ieri, 5 luglio 2018, segnata da scontri e proteste, sembra essere arrivata una tregua e un flebile filo di speranza. Le demolizioni al villaggio beduino di Khan al Ahmar, (il Caravanserraglio rosso) sono state sospese fino al prossimo 11 luglio. È stato infatti presentato un nuovo ricorso alla Corte suprema israeliana contro la decisione di sgombero e demolizione dell’accampamento beduino e della scuola di gomme realizzata dalla ong italiana Vento di Terra. Fino a quel momento almeno le ruspe, che già sono entrate in azione, resteranno ferme. Ma la tensione per le comunità beduine del deserto di Giuda rimane alta.

Sono stato a Khan al Ahmar il 26 giugno scorso, quando la decisione dello sgombero era stata già presa. Ho aspettato che una colonna di mezzi della polizia e degli incaricati della demolizione attraversasse il villaggio per entrare a mia volta. Ho salutato gli anziani nella grande tenda che domina l’autostrada, ho visitato la scuola di gomme (ormai svuotata di ogni arredo, per ridurre al minimo i danni di una eventuale demolizione), ho girato tra le baracche e tra le innumerevoli capre. Pochissimi uomini, solo donne e bambini. In caso di evacuazione forzata, sono i capifamiglia a rischiare di più un arresto. Dall’alto della collina di fronte, la polizia e l’esercito sorvegliava il campo, anche le nostre mosse. Tra le baracche beduine, alcune ragazze filmavano con telefonini e telecamere. L’impatto dei raid sull’opinione pubblica attraverso i social è ormai una delle poche armi di difesa delle famiglie di Khan al Ahmar.

Lunedì 2 luglio un convoglio dell’amministrazione civile israeliana ha fatto irruzione nel villaggio beduino. L’intento era quello di preparare la strada per i mezzi pesanti deputati alla demolizione delle baracche e allo spostamento (si dice ad Abu Dis, periferia di Gerusalemme Est) più di 35 famiglie palestinesi. Lo sgombero di Khan al Ahmar è in realtà funzionale allo sviluppo del vicino insediamento di coloni israeliani di Kfar Adumim. Non a caso, nei pressi dell’autostrada, proprio in prossimità della scuola di gomme e delle baracche dei beduini, è stato elevato un grande cartello stradale con un lupo ululante, simbolo di uno dei movimenti più radicali tra quelli dei coloni. Come a dire esplicitamente: macché villaggi beduini, qui i progetti sono altri…

Il 24 maggio scorso la Corte suprema israeliana aveva stabilito che, a partire da giugno, l'esercito israeliano avrebbe potuto spostare il villaggio in un altro luogo. Nella motivazione (redatta dal giudice Noam Sohlber), si scriveva che il motivo della decisione era la costruzione illegale della scuola e dell'alloggio. Proprio quella scuola costruita con gomme e fango, tutt’altro che permanente (e per questo, quindi, non compresa nei divieti previsti dalle leggi statali israeliane). Gli attivisti dell’ong israeliana B'tselem fanno notare come Israele, nonostante acqua e reti fognarie ed elettriche servano il vicinissimo insediamento di Kfar Adumim, non abbia mai contemplato alcun allacciamento per il villaggio beduino. La politica israeliana vuole dissuadere in tutti i modi i beduini palestinesi dal rimanere nel deserto, che per millenni è stato il loro spazio naturale. Per questa ragione, a meno di un miracolo, la sorte per il villaggio di Khan al-Ahmar, come per gli altri 45 della Cisgiordania centrale, circa 7 mila persone a rischio trasferimento forzato, sembra segnato.

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