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Siria, riaperte le porte del monastero di Mar Mousa

Christophe Lafontaine
21 giugno 2022
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Siria, riaperte le porte del monastero di Mar Mousa
Il monastero di Mar Mousa si offre agli occhi dei visitatori che percorrono la lunga salita che consente di raggiungerlo. (foto G. Caffulli)

La piccola comunità monastica, un tempo simbolo del dialogo interreligioso tra cristiani e musulmani e polo di attrazione per decine di migliaia di persone, a inizio giugno ha ripreso ad accogliere i visitatori, dopo dieci anni di stop.


«Ci auguriamo che le persone ritornino a pregare e meditare in questo luogo, dove forse troveranno uno spazio di calma, silenzio e contemplazione». Uscire dall’isolamento: è questa la speranza espressa all’agenzia France Presse da padre Jihad Youssef, che dal maggio 2021 è il superiore del monastero siriano di San Mosè l’Abissino (Deir Mar Mousa). Il cenobio si trova nel mezzo di un deserto montuoso a un’altitudine di 1.320 metri nel nord del massiccio del Qalamoun, non lontano dall’attuale confine libanese. Porta il nome di un principe che per primo si ritirò qui nel VI secolo per condurre, da monaco, una vita ascetica in una grotta.

L’odierno monastero si trova a circa 12 chilometri da Nabek, una piccola città situata 70 chilometri a nord di Damasco. Fu parzialmente ricostruito e ampliato nel XIV secolo, ma il nucleo più antico, con la chiesa, risale all’XI secolo.

Padre Jihad Youssef in uno scatto d’archivio del 2015. (foto G. Caffulli)

Nel 1982, il gesuita italiano Paolo Dall’Oglio iniziò a far rivivere il monastero, che era caduto in rovina dopo essere stato abbandonato nel XIX secolo dopo un graduale declino iniziato due secoli prima. Dall’Oglio avviò il restauro degli edifici, prima con l’aiuto della Chiesa locale, poi con il concorso dello Stato siriano e di volontari locali e stranieri.

In quello stesso periodo, il padre gesuita fondò anche una nuova comunità religiosa ecumenica e mista di rito siriaco-cattolico: la «comunità monastica al-Khalil di Deir Mar Moussa al-Habachi», che oggi è distribuita in tre monasteri: Mar Mousa in Siria; Maryam al-Adhra, a Sulaymaniyya, nel Kurstidan iracheno; San Salvatore, a Cori (Latina), in Italia.

Dieci anni di insicurezza e poi la pandemia

Il monastero è noto per aver scelto, trent’anni fa, di impegnarsi nel dialogo cristiano-musulmano su impulso di padre Dall’Oglio che, da arabista, era convinto della possibilità di un’apertura e di un dialogo tra cristianesimo e islam. A Mar Mousa si organizzavano seminari interreligiosi, in cui la minoranza cristiana in Siria e i musulmani pregavano fianco a fianco, facendo del monastero un simbolo di coesistenza che attirava molti visitatori, sia turisti di passaggio che persone alla ricerca di ritiro spirituale. Oltre ai cristiani d’Oriente e d’Occidente, i musulmani giungevano fin lassù di venerdì, il loro giorno festivo settimanale.

Nel 2006, il monastero ha ricevuto il Premio euromediterraneo per il dialogo tra le culture, istituito nel 2005 dalla Fondation Méditerranée e dalla Fondazione euromediterranea Anna Lindh per il dialogo tra le culture.

>>> Leggi anche: Padre Jihad, monaco di Mar Mousa: «Restare in Siria, una prova per la fede»

Nel 2010, secondo France Presse, non meno di 30mila persone hanno visitato il monastero. L’inizio della guerra in Siria nel 2011, l’espulsione di padre Dall’Oglio dal Paese in quello stesso anno e la sua scomparsa nel 2013 a Raqqa – la “capitale” della regione settentrionale finita sotto il controllo del sedicente Stato islamico (Isis) –, dove si era recato per ottenere il rilascio di persone rapite o illegalmente detenute, hanno interrotto le visite a Mar Mousa per un decennio.

Un primo piano di padre Paolo Dall’Oglio. (foto G. Caffulli)

Nel 2015 il monastero stesso era finito nel mirino dello Stato islamico, mentre i jihadisti, per un paio d’anni, spadroneggiavano sulle aree rurali intorno alla città di Homs. Uomini dell’Isis sequestrarono anche padre Jacques Mourad, co-fondatore di Deir Mar Mousa da Al-Qaryatain. Il religioso riuscì a fuggire con l’aiuto di alcune persone qualche mese dopo. All’epoca «avevamo paura ed eravamo isolati; in una situazione che impediva alle persone di farci visita», ricorda padre Jihad.

>>> Leggi anche: Per Dall’Oglio (e gli altri) un documentario e il buio

Alla disfatta delle forze dell’Isis tre anni fa, è seguita nel 2020 la pandemia di Covid-19, che ha prolungato l’isolamento della piccola comunità monastica. Nel 2021 – scrivevano i monaci e le monache nella lettera di Natale inviata agli amici della comunità – «abbiamo limitato la nostra ospitalità a qualche breve visita organizzata per piccoli gruppi di 3-4 persone e, in casi particolari, a pernottamenti per non più di una o due persone».

Ora, grazie al miglioramento della sicurezza nelle aree circostanti e a una situazione sanitaria più normale, il monastero – segnalato in molte guide turistiche pubblicate prima del 2011 – ha riaperto le porte ai visitatori proprio in questo mese di giugno.

Alcuni dei più antichi affreschi dell’Oriente cristiano

Si torna così a percorrere la salita di diverse centinaia di gradini, che dopo una scarpinata di una ventina di minuti, dà accesso a un luogo di pace, in grado di autosostentarsi anche nel contesto desertico in cui è immerso. Costruito sulle rovine di una torre romana e in parte scavato nella roccia, il sito ospita una chiesa risalente al 1051, decorata con icone e antiche pitture murali considerate tra i più antichi affreschi dell’Oriente cristiano e risalenti all’XI e XII secolo.

La scena del Giudizio Universale è una delle più emblematiche. Si snoda sulle pareti come un fumetto. Per il restauro degli affreschi è stata istituita una scuola di restauro italo-siriana. Il salvataggio dei dipinti è stato completato nel 2003.

Un dettaglio degli affreschi restaurati a Mar Mousa. (foto G. Caffulli)

Sulle pareti della chiesa sono presenti iscrizioni in arabo, siriaco e greco con accenti cristiani – «Dio è amore» – e musulmani – «in nome di Dio, il Misericordioso».

Il programma comunitario continua a ispirarsi alle intuizioni di padre Paolo Dall’Oglio. «Con gioia e slancio», scrive la comunità nella lettera del dicembre 2021 che riferisce dell’ultimo capitolo monastico tenutosi dal 18 maggio al 4 giugno 2021, «abbiamo scelto di continuare insieme la nostra consacrazione monastica sulla base delle nostre tre priorità – la preghiera, il lavoro manuale e l’ospitalità –, lasciandoci trascinare verso l’orizzonte dell’armonia e dell’amicizia con l’Islam e i musulmani, che amiamo nel nome di Cristo, come lui li ama».

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