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Mar Musa si racconta

Terrasanta.net
8 agosto 2022
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Mar Musa si racconta

In un libro fresco di stampa i monaci e le monache di Mar Musa raccontano i loro percorsi personali e comunitari, intrecciati con la vocazione di padre Paolo Dall'Oglio, tutta protesa ad amare i musulmani e il popolo siriano.


Qui si parla di una storia d’amore iniziata nel 1982, quando Paolo Dall’Oglio si imbatté in Deir Mar Musa el-Habashi, il monastero semidiroccato di San Mosè l’Abissino, un eremita che qui visse e fu martirizzato dai soldati bizantini nel 400. Il giovane gesuita romano si rese conto che quel luogo roccioso e desertico – non lontano dal paesino di Al Nabk, situato a metà strada tra le città di Damasco e Homs – sarebbe stato il luogo ideale per esprimere al meglio quella che già sentiva come una sua personalissima vocazione: amare e dialogare con i musulmani, di cui ben conosceva, ormai, il testo sacro e la lingua. Impresa ardita, quanto difficile da far comprendere, soprattutto ai cristiani di Siria.

Il libro è come un concerto diretto da Francesca Peliti, che di Paolo Dall’Oglio è amica sin dagli anni giovanili ai tempi della comune militanza nello scoutismo. Il racconto è tutto un intrecciarsi di storie personali e di vocazioni accomunate dall’incontro con padre Paolo. Lui prende la parola solo attraverso alcune circolari inviate agli amici e sostenitori suoi e di Mar Musa nel corso degli anni. La voce del sacerdote italiano tace dal 29 luglio 2013 quando di lui si persero le tracce nel quartier generale del sedicente islamico, dove si era volontariamente recato per parlamentare, a Raqqa, nella Siria settentrionale.

In queste pagine, preannuncia l’Introduzione al volume, «ciascuno dei protagonisti racconta la sua vocazione e il modo in cui i pilastri su cui si basa la Comunità sono diventati oggetto di profonda riflessione personale, in alcuni casi di sofferta accettazione e, in ultima analisi, sempre di un grande atto di fede» (p. 21).

Benché testimonino anche amici italiani del gesuita romano e familiari, come le sorelle Immacolata e Donatella, ci sembra di poter dire che le narrazioni più dense e interessanti restino quelle dei monaci e monache di Mar Musa, e di qualche altro amico siriano della comunità.

Le difficoltà non vengono (tutte) sottaciute. Padre Jacques Mourad, primo compagno di Dall’Oglio a risiedere stabilmente a Mar Musa come monaco, ammette, ad esempio: «Per me Mar Musa rappresenta molte cose: un monastero siriaco, che mi lega ai miei antenati, alla mia storia, un monastero di monaci della mia Chiesa e del mio Paese; un monastero nel deserto e sin dall’infanzia sono stato attratto dal deserto, che non conoscevo. Il fatto di vivere a Mar Musa, nel deserto, nel nulla, mi attirava. Era la realizzazione di un sogno molto antico, perché per me il deserto è il luogo dove posso vivere un incontro libero con Dio. Tutti questi elementi erano alla base della mia vocazione in questo posto. Anche per Paolo questi elementi avevano importanza, ma per lui Mar Musa era soprattutto luogo di un’esperienza mistica straordinaria. In Mar Musa vedeva il centro di incontri spirituali e di accoglienza, e di scambi tra musulmani e cristiani. Questa idea non mi era chiara. All’inizio non avevo preso in considerazione il progetto di Paolo, l’incontro con i musulmani, o il fatto che ci fosse posto per i musulmani nel monastero, Solo in seguito cominciai a capire quanto fosse difficile per me questa dimensione perché nella società dalla quale venivo, ad Aleppo, i cristiani erano veramente chiusi in un ghetto, vivevano separati, in quartieri a parte e si nutrivano di pregiudizi contro i musulmani. Sono cresciuto con parole, con affermazione e atteggiamenti che esprimevano la tensione tra i cristiani e i musulmani». (p. 62).

Difficoltà e resistenze che non sono solo di padre Jacques. In altre pagine mons. Jihad Battah, oggi arcivescovo siro-cattolico di Damasco, ma da giovane seminarista assiduo frequentatore di Mar Musa lo riconosce apertamente: «Il progetto di Paolo non è stato accettato dalla Chiesa d’Oriente, ma dal Vaticano sì. Io considero Paolo una persona che è nata prima del suo tempo, una sorta di profeta. Mi chiedeva: “Perché non dialogano con me?” Io gli rispondevo: “Paolo, ma chi può dialogare con te? Tu stai facendo progetti che non si capiscono…”. Se fossimo stati capaci di adottare il progetto di Paolo, non saremmo arrivati alla catastrofe del fondamentalismo islamico. Paolo non è stato compreso. Lui ha amato la Siria e i musulmani e il suo è amore vero. L’uomo è nemico di quello che ignora e noi siriani siamo stati nemici di Paolo perché non siamo stati in grado di capirlo». (p. 53)

Forse questo libro non sarebbe stato scritto, o avrebbe una forma diversa, se Paolo Dall’Oglio potesse dire la sua. Forse conterrebbe più pagine dedicate alla sorte della nazione siriana, sulla quale il gesuita romano aveva posizioni nette, che sosteneva a testa alta.

Qui, invece, si è voluto soprattutto riepilogare i cammini personali e comunitari percorsi fino ad oggi in quel piccolo granello di senape che è Mar Musa, per riconoscerli e riaffermarli. Quasi a voler fare il punto per ripartire, in assenza del fondatore, su una rotta tutta da tracciare. (g.s.)


Francesca Peliti
Paolo Dall’Oglio e la Comunità di Deir Mar Musa
Un deserto, una storia

Effatà, 2022
pp. 384 – 24,00 euro

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