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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Mar Musa. Oasi di preghiera

Chiara Tamagno
7 febbraio 2011
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Mar Musa. Oasi di preghiera
Deir Mar Musa, in Siria.

Abbarbicato su uno sperone roccioso vicino al villaggio di Nbak, il monastero di Mar Musa domina sulla vasta distesa desertica tra Damasco e Aleppo. L'aspetto è quello di un'antica fortezza che troneggia fra i bastioni costruiti dai romani lungo il temuto limes persiano.


Abbarbicato su uno sperone roccioso vicino al villaggio di Nbak, il monastero di Mar Musa domina sulla vasta distesa desertica tra Damasco e Aleppo. L’aspetto è quello di un’antica fortezza che troneggia fra i bastioni costruiti dai romani lungo il temuto limes persiano. Qui secondo la leggenda si sarebbe rifugiato, ai tempi di Maometto, Mosé l’abissino, figlio del re d’Etiopia, per sfuggire alle incombenze dinastiche, alle quali preferiva la vita di eremitaggio. La montagna infatti pullula di antiche grotte dove sarebbero vissuti i monaci già in epoca molto antica. Il monastero rimase pertanto un’oasi di vita cristiana per secoli, mentre tutto intorno fioriva la civiltà e la religione islamica. Il declino cominciò nel corso dell’Ottocento, quando cessò la presenza dei monaci cristiani di rito siriaco.

Ma tutto cambiò a cominciare dal 1983, quando qui si arrampicò Paolo Dall’Oglio, un gesuita dal carattere vulcanico. Cultore appassionato del mondo musulmano, ottenne di stabilirsi a Mar Musa e iniziò a far rifiorire il monastero: così, in una territorio quasi totalmente islamico rinasce una piccola comunità cristiana maschile e femminile, di rito siriaco,  in cui la liturgia è in arabo e conserva ancora preghiere in lingua siriaca (o aramaica), la stessa parlata da Gesù. Tre le regole della fraternità: la preghiera quotidiana, il lavoro manuale (con le capre, la raccolta delle olive, il restauro degli affreschi, il lavoro in cucina o in biblioteca), l’ospitalità in ossequio alla più autentica tradizione semita.

Il luogo invita al respiro della fede che accomuna i figli di Abramo. Si entra con un gesto di umiltà, costretti ad abbassare la testa per oltrepassare la piccola porta d’accesso. E ci si immerge nel regno del silenzio e della fraternità. La cappella, particolarmente suggestiva grazie agli affreschi del XI secolo che ritraggono  scene del giudizio universale e volti di santi e di sante dalla straordinaria vivacità, ha il pavimento coperto di tappeti come fosse una moschea: qui si entra devotamente a piedi scalzi e si prega insieme ai fratelli di differenti Chiese cristiane uniti ai fedeli dell’islam. Anche le iscrizioni parlano a più voci: le antiche formule votive arabo cristiane presentavano infatti inni comuni a chi pregava con il Corano. E per rispetto ai fratelli musulmani, a Mar Musa si osserva anche il Ramadan: «Non per imitare la fede altrui – spiega padre  Paolo – ma per simpatia in Cristo». In questo contesto, infatti, è  normale che i  giovani cristiani digiunino insieme agli amici musulmani. Una condivisione di sentimenti e di gesti riscontrabile anche in altre chiese di Siria, dove si entra scalzi e si prega in ginocchio sui tappeti.

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