Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Piccole grandi cose apprese nella pandemia

fra Alberto J. Pari
25 novembre 2021
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La pandemia di coronavirus ha insegnato a molti di noi la pazienza e l’arte di saper gestire gli imprevisti. E ha evidenziato il nostro insopprimibile bisogno di incontri, scoperte e umane relazioni. Testimonianze concrete da Gerusalemme.


Se qualcosa abbiamo imparato, con umiltà e sapienza, dal periodo della pandemia è la pazienza e l’arte di saper gestire gli imprevisti. Solo due anni fa se un nostro programma o evento fosse stato cancellato all’ultimo momento, sarebbe stato vissuto come una vera tragedia; oggi se un volo viene annullato, se non si può partire perché manca un documento, si torna a casa e si pensa al da farsi. Anche nelle tante attività di dialogo in cui sono coinvolto ho dovuto esercitare l’arte dell’adattamento; i mezzi di comunicazione ci hanno permesso di rimanere collegati e attivi, nella speranza di poter riprendere in presenza quanto prima. Il momento ora è arrivato e nelle ultime settimane varie occasioni mi hanno fatto comprendere quanto desiderio ci fosse di incontri, di scoperte e di umane relazioni.

Alcuni episodi sono stati al limite della commozione. All’istituto Magnificat, la scuola di musica della Custodia, dove cristiani, ebrei e musulmani studiano insieme, non è una novità incontrare uno studente musulmano educato da un insegnante ebreo, ma è stato un mezzo miracolo avere la prima lezione in presenza, dopo quasi due anni, per Musa, studente musulmano di Betlemme e il suo insegnante di clarinetto, Yehiel, ebreo israeliano religioso, con tanto di kippah (il copricapo degli osservanti). La pandemia e le complicazioni politiche avevano inasprito l’iter burocratico per ottenere il permesso di ingresso in Israele degli studenti che provengono dai Territori palestinesi. Musa si era iscritto al Magnificat due anni fa, ma non aveva mai ricevuto una lezione di clarinetto dal vivo. L’altro giorno Yehiel è arrivato al confine di Betlemme, una zona in cui è consentito l’ingresso agli israeliani, presso una scuola cristiana che ha messo a disposizione un’aula e ha potuto suonare con Musa per la prima volta. Quando ho visto le foto e il video che mi hanno mandato sul cellulare non credevo ai miei occhi e mi sono emozionato.

Nello stesso giorno mi ha chiamato Itzik, il coordinatore dei progetti della sinagoga con cui collaboriamo da alcuni anni nel dialogo interreligioso. Mi ha chiesto se fossimo disposti ad accogliere una serata di incontro e preghiera con ebrei e musulmani durante la settimana di Hanukkah e accendere insieme i lumi della festa. Sembrano dettagli inutili, ma a Gerusalemme, come in tutto il mondo, sono due anni che anche gli incontri più semplici non avvengono tra amici e parenti, figuriamoci tra fedeli di religioni differenti. La volontà di riprendere i legami, creati con tanta fatica e impegno è grandissima. In settimana sono riprese anche le visite al convento di gruppi di israeliani, soprattutto dopo la pubblicazione di un articolo sulla cantina del convento di San Salvatore.

Un’altra bellissima novità riguarda le comunicazioni della Custodia di Terra Santa. Il Christian Media Center (Cmc) ha avviato la produzione di servizi televisivi in ebraico. Anche questo può sembrare scontato: una lingua che si aggiunge con altre (cinese, lituano e romeno) alla lista delle traduzioni fornite dal Cmc. Ma per Israele non è così: il pubblico per la prima volta può comprendere nella propria lingua cosa accade nel mondo cristiano che vive in questo Paese. Ho già ricevuto molti commenti positivi da parte di amici israeliani, parole di ringraziamento per aver aperto una porta chiusa da secoli e aver permesso di affacciarsi a una conoscenza preziosa e discreta dell’altro.

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