(g.s.) – Sono colpevoli unicamente di sequestro di persona tre dei quattro imputati egiziani al processo di primo grado per il sequestro, la tortura e l’assassinio di Giulio Regeni. Lo stabilisce la sentenza emessa nella serata di quest’oggi, 28 settembre 2026. La prima Corte d’Assise di Roma ha condannato a 10 anni di reclusione i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim e il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif. Assolto da ogni capo d’accusa il generale Tariq Sabir.
I giudici erano entrati in camera di consiglio intorno a mezzogiorno per decidere sulle richieste di condanna avanzate dalla Procura di Roma nell’ambito del processo per il sequestro, le torture e l’omicidio del dottorando italiano all’Università di Cambridge (Regno Unito), Giulio Regeni (27 anni).
I crimini che hanno portato alla sua morte sono stati commessi al Cairo, in Egitto, tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. Regeni si trovava da mesi nella capitale egiziana per una ricerca sui sindacati indipendenti, oggetto della sua tesi dottorale. Il suo muoversi sul campo aveva attirato l’attenzione dei servizi segreti, che immaginavano potesse essere una spia. È questa la tesi più accreditata per spiegare ciò che gli è accaduto negli ultimi tragici giorni di vita.
Il processo penale di primo grado si apre in Italia nel 2021. Assenti dal banco degli imputati, ma giudicati in contumacia e rappresentati da difensori d’ufficio, sono quattro alti ufficiali degli apparati di sicurezza egiziani: il generale Tariq Sabir, i colonnelli Uhsam Helmi e Athar Kamel Mohamed Ibrahim, il maggiore Magdi Ibrahim Abdelal Sharif.
Sul finale del procedimento giudiziario, il procuratore generale aggiunto di Roma, Sergio Colaiocco, chiede l’ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, ritenendolo colpevole di sequestro di persona pluriaggravato, lesioni personali aggravate e omicidio aggravato. Per i coimputati, chiamati a rispondere del primo dei tre capi d’accusa, la richiesta è di 17 anni e mezzo di carcere.
Governo, inquirenti e magistrati egiziani hanno offerto scarsa collaborazione agli inquirenti italiani. Dopo aver cercato di accreditare altre versioni e insinuare sospetti sull’integrità del giovane italiano, si sono arroccati su una spiegazione alternativa per la sua morte: Regeni sarebbe stato ucciso da una banda di criminali comuni, a loro volta eliminati nel corso di una sparatoria, durante la quale la polizia ha crivellato di colpi il pullmino sul quale si trovavano.
Il processo penale conclusosi oggi a Roma aveva rischiato di arenarsi in partenza perché alla magistratura italiana non è stato fornito il domicilio degli imputati, per la consegna delle notifiche di legge. La Corte costituzionale è intervenuta in due diverse fasi, rendendo possibile la continuazione del procedimento.
A chiedere costantemente verità e giustizia per Giulio negli ultimi dieci anni è stato anzitutto il senso civico dei suoi genitori – Claudio Regeni e Paola Deffendi – e dell’avvocata Alessandra Ballerini, che li ha assistiti. Attorno a loro e alla sorella minore di Giulio, Irene, si è stretto un «popolo giallo» (il colore preferito dal giovane friulano di Fiumicello) composto da cittadini italiani ed europei d’ogni età e professione, giornalisti, sindaci, personalità politiche, del mondo della cultura e dello spettacolo.
I governi che si sono succeduti a Palazzo Chigi in questo decennio hanno invece dovuto destreggiarsi tra la difesa – più o meno convinta – dei diritti umani di un cittadino italiano ed europeo (che ha subìto la sorte riservata a tanti egiziani incarcerati dagli apparati di sicurezza del loro Paese perché considerati oppositori e turbatori dell’ordine pubblico) e le esigenze dell’economia e della politica estera, che impongono (soprattutto) agli Stati che s’affacciano sul Mediterraneo di collaborare con l’Egitto e i suoi governanti.



























