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A Fiumicello per Giulio

Terrasanta.net
25 gennaio 2019
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A Fiumicello per Giulio
I membri del Consiglio nazionale dell'Ordine di giornalisti chiedono giustizia e verità per Giulio Regeni.

Quest'oggi ricorrono tre anni dal sequestro di Giulio Regeni al Cairo. In varie parti d'Italia iniziative per chiedere giustizia. A Fiumicello presente anche il presidente della Camera, Roberto Fico.


(g.s.) – Tre anni fa come oggi, al Cairo spariva nel nulla Giulio Regeni, 28enne dottorando italiano dell’Università di Cambridge, impegnato in una ricerca sui sindacati liberi. Pochi giorni dopo, il suo corpo, brutalizzato e torturato peggio di un crocifisso, sarebbe stato ritrovato ai bordi di una strada di periferia.

Per molti italiani quel fatto di cronaca è una pagina chiusa o dimenticata, ma in tanti non si rassegnano a digerire l’assassinio; o a considerarlo un lutto privato dei familiari; o a non ritenere insopportabili i tentativi di insabbiamento messi in atto in un Paese amico come l’Egitto (terra che schianta, al pari di Giulio, non pochi dei suoi figli e figlie).

Questa sera alle 18.30 per le strade di Fiumicello (Udine) i concittadini della famiglia Regeni torneranno a chiedere verità e giustizia per Giulio. A loro si uniranno, fisicamente o idealmente, tutti coloro che sono diventati amici e sodali del giovane friulano per via della sua morte. Molte le categorie professionali che nelle ultime ore hanno espresso adesione e solidarietà. Ne citiamo solo due: l’Associazione dottorandi e dottori di ricerca e il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti.

A Fiumicello ci sarà anche il presidente della Camera dei Deputati, Roberto Fico, che in un video pubblicato nella sua pagina Facebook personale (quasi fosse un’iniziativa privata che, ad oggi, non lascia tracce nel sito istituzionale della Camera) il 23 gennaio ha letto il testo di una lettera da lui indirizzata agli omologhi dei parlamenti di tutta Europa.

«In questi tre anni – recita un passaggio della lettera – non sono stati fatti passi significativi da parte delle autorità egiziane per accertare le responsabilità del sequestro, della tortura e dell’uccisione di Regeni, né ad oggi è stato avviato un processo. Ciononostante, grazie alle indagini degli investigatori italiani, la Procura della Repubblica italiana ha recentemente iscritto nel Registro degli indagati alcuni ufficiali della pubblica sicurezza egiziana che ritiene, sulla base di elementi fattuali, persone coinvolte nel sequestro di Giulio Regeni. Porto alla Sua attenzione questa vicenda perché Giulio Regeni non era solo un ricercatore italiano, era un ricercatore europeo, figlio della Comunità che abbiamo costruito insieme. La ricerca e la sete di conoscenza erano la missione della sua vita, nonché l’unico scopo del suo periodo trascorso al Cairo. Quello che è capitato a Giulio poteva accadere e potrebbe accadere a chiunque dei nostri ragazzi, studenti e ricercatori impegnati all’estero in progetti accademici e di lavoro. È una storia che ci riguarda come europei e come rappresentanti dei nostri cittadini».

La lettera del presidentre Fico – che il 29 novembre scorso ha sospeso le relazioni della Camera con le istituzioni egiziane proprio per segnalare l’insoddisfazione circa la gestione delle indagini sull’omicidio Regeni – continua menzionando le dichiarazioni già espresse sulla vicenda dal Parlamento europeo e auspica concrete iniziative di solidarietà da parte dei parlamenti nazionali dei vari Stati.

Alla Camera dei Comuni del Parlamento britannico, il deputato laburista Daniel Zeichner – eletto nel collegio di Cambridge – ha proposto, in un’aula praticamente deserta, l’apertura di un dibattito parlamentare su quanto il governo di Londra ha fatto per premere sulle autorità egiziane perché si giunga alla verità sulla vicenda di Giulio Regeni. Il tema dovrebbe essere posto all’attenzione del ministro degli Esteri, con un’interrogazione, in una successiva seduta parlamentare.

Al Cairo la questione è più politica che giudiziaria. Se il giovane ricercatore italiano è stato ucciso – come sembra – da uomini degli apparati egiziani, non sarà facile che il governo ammetta la verità e si assuma le responsabilità ultime. Ciò equivarrebbe a riconoscere ufficialmente, davanti ai propri cittadini e al consesso internazionale, che la tortura è comunemente praticata su coloro che vengono anche solo percepiti come una minaccia alla sicurezza nazionale.

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