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Abbas e Netanyahu all’Onu, due visioni della stessa terra

Terrasanta.net
25 settembre 2026
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Abbas e Netanyahu all’Onu, due visioni della stessa terra
L'Assemblea generale Onu ascolta l'intervento videoregistrato del presidente palestinese Mahmoud Abbas il 24 settembre 2026. (UN Photo/Loey Felipe)

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas chiede la fine dell’occupazione; il premier israeliano Benjamin Netanyahu rivendica la guerra all’Iran, respinge l’accusa di genocidio, ridimensiona la violenza dei coloni. I punti salienti dei due discorsi del 24 settembre all’Assemblea generale dell’Onu.


(g.s.) – Al Palazzo di Vetro di New York la giornata del 24 settembre 2026 ha messo in scena, a poche ore di distanza, due modi opposti di stare all’Onu. Mahmoud Abbas (Abu Mazen) ha parlato attraverso un videomessaggio preregistrato. Benjamin Netanyahu, alla sua quindicesima apparizione davanti all’Assemblea, è salito sul podio mentre decine di delegazioni lasciavano l’aula e, dalla tribuna riservata al pubblico, i suoi sostenitori gli tributavano una standing ovation al grido di Am Yisrael Chai («Il popolo di Israele è vivo»). Il presidente dell’Assemblea, Khalilur Rahman, ha dovuto richiamare più volte all’ordine. Netanyahu ha esordito così: «Se ci sono altri codardi morali che non hanno ancora lasciato l’aula, lo facciano adesso».

Il 16 settembre il Dipartimento di Stato aveva negato – per il secondo anno consecutivo – il visto ad Abbas e alla delegazione palestinese, sostenendo che l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) e l’Autorità nazionale palestinese (Anp) – entrambe presiedute da Abu Mazen – non rispettano gli impegni assunti con Washington. Le contestazioni: il ricorso alla Corte penale internazionale (Cpi) e alla Corte internazionale di giustizia; la ricerca di riconoscimenti unilaterali; i pagamenti ai detenuti e alle famiglie degli autori di attentati; la «glorificazione del terrorismo» nei discorsi e nei libri di testo.

Secondo l’interpretazione costante degli uffici giuridici dell’Onu, un rifiuto di questo tipo da parte degli Usa viola l’Accordo di sede del 1947, che obbliga il Paese ospite a non ostacolare l’accesso dei delegati alle Nazioni Unite. Il segretario generale António Guterres ha espresso rammarico, l’Unione europea ha chiesto, inutilmente, al governo di Donald Trump di riconsiderare la decisione.

Il ricorso alle corti internazionali è così considerata una colpa dell’Anp. Già nel 2024 l’ambasciatore israeliano all’Onu Danny Danon, aveva parlato di «terrorismo diplomatico» dell’Autorità palestinese… Gli Stati Uniti, che non hanno mai ratificato lo Statuto di Roma, dal 2025 sanzionano il procuratore e diversi giudici della Cpi. Così Netanyahu, destinatario dal novembre 2024 di un mandato d’arresto della Corte, che Washington non è tenuta a eseguire, ha parlato dal podio di New York. Abbas no. Per aggirare l’ostruzionismo statunitense, il presidente palestinese è stato autorizzato dall’Assemblea generale a intervenire in video (con una risoluzione del 17 settembre adottata con 152 voti a favore, 3 contrari – Stati Uniti, Israele e Paraguay – e 4 astensioni).

Mahmoud Abbas legge il testo del messaggio videoregistrato per l'Assemble generale Onu

Il presidente palestinese Mahmoud Abbas su grandi schermi dell’Assemblea Onu il 24 settembre 2026. (UN Photo/Loey Felipe)

Abbas ha risposto alle accuse statunitensi punto per punto. Ha definito il rifiuto dei visti una misura «illegittima e punitiva», incompatibile con gli obblighi del Paese ospite, e ha rivendicato: «Il nostro ricorso al diritto internazionale e alle sue istituzioni è una scelta pacifica e civile, non un atto ostile alla pace».

I temi evitati

Netanyahu, che interviene successivamente ad Abu Mazen, non nomina mai lo Stato palestinese, la soluzione a due Stati, Abbas, il Board of Peace né la seconda fase del piano Trump, cioè i temi su cui Abbas ha costruito il suo intervento; l’Autorità palestinese compare una sola volta, di passaggio. Abbas, a sua volta, non nomina mai Hamas, il 7 ottobre 2023 né gli ostaggi, ai quali allude soltanto quando rifiuta «gli attacchi contro i civili da qualunque parte provengano» e rivendica per lo Stato palestinese il monopolio delle armi (quando saranno deposte da Hamas e dalle altre milizie).

Mahmoud Abbas: «Non scompariremo»

Un testo scritto e registrato, dal registro istituzionale: formule religiose in apertura e in chiusura, fitti rimandi alle risoluzioni dell’Onu. Pacato nella forma, non nella sostanza: le accuse a Israele (genocidio, pulizia etnica, «terrorismo di Stato») sono dure. Ecco i punti salienti dell’intervento.

• Gaza, la transizione non sia per sempre
Mahmoud Abbas ricorda di aver accolto il piano in venti punti di Donald Trump e la risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza, ma denuncia che nulla si è concretizzato: a quasi un anno dall’avvio del Board of Peace (il Consiglio per la pace presieduto da Donald Trump, al quale lo statuto riserva il veto su tutte le decisioni e l’ultima parola sulla sua interpretazione), uccisioni e aggressioni continuano e resta un solo anno al termine del periodo transitorio, fissato alla fine del 2027. Chiede di attuare subito la seconda fase, secondo il principio di un solo Stato, un solo governo, una sola legge e un solo soggetto legittimato a portare armi.
Abbas: «La fase di transizione non deve diventare un assetto permanente o indefinito, privo di un chiaro calendario politico. Deve invece portare alla riunificazione della Striscia di Gaza e della Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est, sotto l’autorità dello Stato di Palestina e delle sue istituzioni legittime».

• Cisgiordania, l’allarme per una nuova Nakba
Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme Est non sono per Abbas vicende separate, ma parti di un unico «piano coloniale» per spingere i palestinesi ad andarsene. Mette in guardia contro il piano di insediamento E1, che spezzerebbe la Cisgiordania in due e isolerebbe Gerusalemme Est, e chiede l’applicazione della risoluzione 2334 del Consiglio di sicurezza (dicembre 2016), che dichiara gli insediamenti privi di validità giuridica e in flagrante violazione del diritto internazionale. Ringrazia il Regno Unito e altri dodici Paesi per le misure contro i prodotti delle colonie e chiede a Trump di rispettare l’impegno contro l’annessione preso nel settembre 2025 con i leader arabi e islamici.
Abbas: «Da questa tribuna lanciamo un appello urgente: non permettete un’altra Nakba, né altri massacri come quelli del 1948. Non permettete che bande terroristiche protette dalle forze di occupazione israeliane diano fuoco alle case palestinesi mentre i loro abitanti dormono all’interno».

• Le armi a Israele e il silenzio internazionale
Abbas chiama in causa i Paesi che continuano a rifornire Israele di armi e una comunità internazionale che, a suo dire, assiste senza intervenire. Il pericolo, avverte, non è più soltanto la fine della soluzione a due Stati, ma la stessa sopravvivenza dei palestinesi sulla loro terra, minacciata dal progetto della cosiddetta «Grande Israele».
Abbas: «Ancora una volta vi chiedo: fino a quando alcuni Paesi continueranno a tacere su Israele, o a fornirgli le armi che usa contro il nostro popolo? Il mondo ha visto il prezzo enorme pagato nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Che cosa aspetta, dunque, la comunità internazionale per agire?».

Molte delegazioni lasciano l’aula dell’Assemblea generale Onu non appena viene data la parola al primo ministro di Israele Benjamin Netanyahu il 24 settembre 2026. (UN Photo/Loey Felipe)

• Luoghi santi, il rischio di un conflitto religioso
Abbas denuncia «i pericoli e gli attacchi» degli estremisti contro i luoghi santi islamici e cristiani, citando la moschea di Al-Aqsa, la basilica del Santo Sepolcro e la moschea Ibrahimi di Hebron, in violazione dello status quo e della libertà di culto.
«I pericoli e gli attacchi compiuti dagli estremisti contro i luoghi santi islamici e cristiani devono cessare immediatamente, prima che si trasformino in un ampio conflitto religioso nella regione e oltre. Nessuno di noi ha bisogno di un simile conflitto».

• Riforme, elezioni, riconoscimenti
Abbas elenca le riforme: un sistema unificato di protezione sociale basato sul bisogno dei nuclei famigliari, che sostituisce le norme precedenti ed è stato certificato da un audit internazionale indipendente; la revisione dei programmi scolastici con l’Unesco; le elezioni locali e studentesche. L’audit, affidato dall’Anp alla società Alvarez & Marsal, ha confermato che i nuovi sussidi dipendono solo da criteri di bisogno, pur rilevando pagamenti con il vecchio sistema fino al dicembre 2025 e un accesso incompleto ai conti.
Nel luglio 2026 il Dipartimento di Stato lo ha respinto come un «inganno», sostenendo che proseguono per altri canali i pagamenti alle famiglie dei «martiri» uccisi o detenuti in penitenziari dello Stato ebraico per attentati o altre azioni ostili contro gli israeliani.
Mahmoud Abbas conferma le elezioni legislative in calendario il 28 novembre 2026, seguite dal rinnovo del Consiglio nazionale palestinese e dalle presidenziali (in date ancora da fissare). Denuncia inoltre che Israele continua a trattenere 6 miliardi di dollari di dazi e tasse di spettanza palestinese.
Abbas: «A un anno dalla Conferenza internazionale per la pace e dalla Dichiarazione di New York, vi dico oggi con fiducia e responsabilità: abbiamo mantenuto gli impegni presi. Abbiamo completato il programma di riforma nazionale che avevamo assunto davanti al nostro popolo e alla comunità internazionale».

• No alla violenza, sì a uno Stato smilitarizzato
È la risposta più diretta alle accuse di Washington e di Gerusalemme. Abbas rinnova la condanna del terrorismo e della violenza contro i civili, si impegna per uno Stato palestinese democratico e smilitarizzato che viva in pace accanto a Israele e ricorda che l’accettazione della soluzione a due Stati risale al «compromesso storico» del 1988, quando il Consiglio nazionale palestinese, riunito ad Algeri, proclamò lo Stato di Palestina e accettò le risoluzioni 242 e 338 del Consiglio di sicurezza.
Abbas: «Cerchiamo sicurezza e pace per tutti. Rifiutiamo gli attacchi contro i civili, da qualunque parte provengano. Rifiutiamo il terrorismo e l’estremismo in tutte le loro forme. Combattiamo l’antisemitismo, il razzismo e l’odio, e crediamo in una cultura di pace, di dialogo e di convivenza».

• Restare sulla propria terra
La chiusa del discorso è rivolta ai palestinesi (in patria e nella diaspora): nessuno potrà decidere il loro futuro al loro posto. Abbas afferma che i governi israeliani « non hanno alcun diritto di decidere per noi» e chiude: «Decidiamo noi per noi stessi».
Abbas: «Il popolo palestinese resterà sulla sua terra. Non accetterà lo sfollamento e non scomparirà. Né l’occupazione militare, né l’espansione degli insediamenti, né l’annessione, né il terrorismo dei coloni possono essere una soluzione o garantire una sicurezza duratura».

Benjamin Netanyahu: «Non abbiamo altra scelta»

Tutt’altro registro per Netanyahu: digressioni a braccio, sarcasmo, attacchi diretti ad avversari presenti e assenti, applausi dalla tribuna del pubblico. E un ritornello preso dal fratello Yoni, caduto a Entebbe nel 1976: «Vinceremo. Non abbiamo altra scelta». Il discorso cade nel pieno di una campagna elettorale decisiva anche per il destino personale e politico del premier: gli israeliani votano il 27 ottobre per il rinnovo del parlamento e, di conseguenza, del governo che ne sarà espressione.

Al poldio dell’Assemblea generale Onu il premier israeliano Netanyahu. (UN Photo/Loey Felipe)

• Iran, «la decisione più facile»
Quattordici anni dopo la «linea rossa» tracciata dallo stesso podio nel 2012, Netanyahu rivendica la distruzione degli impianti nucleari iraniani insieme agli Stati Uniti, ringrazia Trump e annuncia la prossima caduta del regime. Tra i nemici tolti di mezzo elenca Ali Khamenei (guida suprema della Repubblica islamica dell’Iran), Mohammed Deif (comandante delle Brigate Ezzedin al-Qassam, braccio armato di Hamas), Yahya Sinwar (capo di Hamas a Gaza e poi dell’ufficio politico del movimento), Ismail Haniyeh (capo dell’ufficio politico di Hamas) e Hassan Nasrallah (segretario generale di Hezbollah).
Netanyahu: «Devastare gli impianti nucleari dell’Iran è stato difficile, molto difficile. Ma per me è stata una delle decisioni più facili che abbia mai dovuto prendere come primo ministro. Perché se non l’avessimo fatto, saremmo tutti morti».

• Il 7 ottobre e il ritorno degli ostaggi
Il premier israeliano ricostruisce il 7 ottobre 2023, «il giorno più buio nella storia di Israele», ricordando che allora non c’era un solo israeliano a Gaza, e descrive le atrocità di Hamas contro i civili, compresi i vicini di casa dei kibbutz che accompagnavano i bambini palestinesi ammalati negli ospedali israeliani. Rivendica tre anni di guerra su «sette fronti» e il ritorno, con l’aiuto degli Stati Uniti, di tutti gli ostaggi rapiti il 7 ottobre, «fino all’ultimo», alcuni dei quali restituiti senza vita.
Netanyahu: «Complessivamente, quel giorno hanno massacrato 1.200 israeliani. (…) In proporzione, è come se 40mila americani innocenti fossero stati massacrati in meno di 24 ore. Sono sedici 11 settembre, avvenuti non lontano da qui».

• A Gaza non è genocidio
Netanyahu cita gli sms, le telefonate e i volantini inviati per avvertire i civili gazesi degli imminenti bombardamenti. La questione del possibile genocidio è all’esame della Corte internazionale di giustizia nel procedimento avviato dal Sudafrica nel dicembre 2023, mentre la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sui Territori palestinesi occupati e su Israele è giunta alla conclusione che di genocidio si possa parlare. L’organismo di tre esperti è stato istituito nel 2021 dal Consiglio per i diritti umani dell’Onu e allora presieduto dalla sudafricana Navi Pillay, già alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani. Nel rapporto del 16 settembre 2025 la Commissione ha concluso che Israele ha commesso a Gaza quattro dei cinque atti di genocidio previsti dalla Convenzione del 1948 e ha indicato lo stesso Netanyahu tra i responsabili di istigazione. Le sue conclusioni non sono vincolanti e non impegnano le Nazioni Unite nel loro insieme; Israele le ha respinte come «distorte e false», accusando la Commissione di parzialità. Nel giugno 2024 la stessa Commissione aveva attribuito crimini di guerra anche a Hamas e agli altri gruppi armati palestinesi per il 7 ottobre.
Netanyahu: «Quale regime genocida somministra un milione di vaccinazioni antipolio alla popolazione nemica? Quale regime genocida consente la distribuzione di due milioni di tonnellate di cibo a Gaza? Accusare Israele di genocidio è la più grande menzogna del secolo».

(UN Photo/Loey Felipe)

• La violenza dei coloni ridimensionata
Per Netanyahu il vero problema sono le migliaia di attacchi palestinesi contro i coloni, ignorati dalla stampa internazionale. I dati dell’Ocha, l’ufficio umanitario dell’Onu, a dire il vero, dicono altro e registrano 1.835 attacchi di coloni nel 2025 e, al 20 luglio 2026, 18 palestinesi uccisi in attacchi che hanno coinvolto coloni, contro i 17 dell’intero 2025. Netanyahu parla invece di «una manciata di delinquenti minorenni, circa 150, che lanciano sassi, tagliano ulivi e ogni tanto appiccano qualche incendio. (…) Ed è questo che chiamano violenza dei coloni. E il numero delle vittime all’anno? Forse due o tre».

• La Giudea « nostra terra»
Netanyahu parla sempre di «Giudea e Samaria» e ribadisce che Gerusalemme è la « nostra capitale eterna». È la stessa terra su cui Abbas chiede di fondare lo Stato palestinese e che il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del luglio 2024 considera occupata illegalmente.
Netanyahu: «E in particolare cercano di uccidere la nostra gente nella nostra patria storica, in Giudea. A proposito, è da lì che viene la parola ebreo: Giudea. È la nostra terra».

• Il Golan, rivolto ad al-Sharaa
Ricordando che alla vigilia della guerra dei Sei giorni Israele non controllava né la Cisgiordania né Gaza né il Golan, Netanyahu sostiene che il conflitto non riguarda i territori, ma l’esistenza stessa di uno Stato ebraico, e si rivolge direttamente al presidente siriano Ahmed al-Sharaa: «E, signor al-Sharaa, lei dovrebbe sapere che gli ebrei sono sulle alture del Golan dai tempi di Mosè. Può leggerlo nella Bibbia».
L’annessione israeliana del Golan, proclamata nel 1981, è stata dichiarata nulla dal Consiglio di sicurezza (risoluzione 497) ed è riconosciuta soltanto dagli Stati Uniti, dal 2019.

• L’antisemitismo e l’appello agli ebrei
Netanyahu elenca le città in cui ebrei sono stati uccisi o aggrediti, da Sydney a Manchester fino a Washington, e accusa il sindaco di New York Zohran Mamdani, che chiama «antisemita», di aver reso la città insicura per gli ebrei e di aver cercato di impedirgli di venire all’Onu (ventilando vanamente l’eventualità di un arresto in esecuzione del mandato di cattura internazionale). Poi si rivolge agli ebrei della diaspora: «I giorni in cui gli ebrei erano vittime indifese condotte al macello sono finiti. Oggi abbiamo uno Stato. Oggi abbiamo un esercito. (…) Tenete alta la testa. Siate orgogliosi, siate fiduciosi. Non lasciatevi intimidire».

• L’«ottavo fronte»
Oltre ai sette fronti militari (Hamas, Hezbollah, Houthi, Iran, milizie in Iraq e Siria, gruppi armati in Cisgiordania), Netanyahu ne indica un ottavo, quello dell’informazione e dei media. Non ricorda, però, che il bilancio israeliano per il 2026 destina alla hasbara (in ebraico, letteralmente, «spiegazione»: così Israele chiama la propria diplomazia pubblica, cioè la comunicazione rivolta all’opinione pubblica internazionale, che i critici definiscono propaganda) circa 730 milioni di dollari, quasi cinque volte i 150 milioni dell’anno precedente.
Netanyahu: «Ma c’è un ottavo fronte in questa guerra. È la guerra per la verità. Si combatte sui media di tutto il mondo e, in modo ancor più pernicioso, sui social media. Diversi Paesi stranieri hanno speso miliardi incalcolabili per diffondere menzogne sul mio Paese».

Le prossime scadenze

Al di là dei discorsi, restano alcune date. Il 27 ottobre gli israeliani eleggono la nuova Knesset. Il 28 novembre i palestinesi dovrebbero votare per il Consiglio legislativo, per la prima volta dal 2006. Abbas aveva già convocato le elezioni nel 2021, per poi rinviarle a tempo indeterminato. Alla fine del 2027 scade il mandato transitorio affidato al Board of Peace dalla risoluzione 2803. Tra un anno, alla prossima Assemblea generale, si vedrà se il presidente palestinese potrà tornare a parlare dal podio.

Ultimo aggiornamento: 28/09/2026 13:28

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