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L’accoglienza di Amman a Papa Francesco

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24 maggio 2014
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L’accoglienza di Amman a Papa Francesco
Nel Palazzo reale di Amman, il re di Giordania, Abdallah II, rivolge il discorso di benvenuto a Papa Francesco. (foto: Casa reale giordana)

«Benvenuto in Giordania, Santità, nel Paese dei “costruttori di Ponti”. Abbiamo bisogno, per risolvere la crisi del Medio Oriente, della sua saggezza e dei suoi gesti!». Così, questo pomeriggio ad Amman, re Abdallah II ha salutato Papa Francesco accogliendolo a Palazzo reale. Il Papa ha risposto elogiando l'impegno del Regno hashemita per la pace.


(c.g.) – «Benvenuto in Giordania, Santità, nel Paese dei “costruttori di Ponti”. Abbiamo bisogno, per risolvere la crisi del Medio Oriente, della sua saggezza e dei suoi gesti!», ha detto re Abdallah II. «Lei è noto come uomo di pace e artefice della pace: grazie!», ha risposto il Papa. Questa mattina nel Palazzo reale di Amman, il re di Giordania ha accolto calorosamente nel regno ashemita Papa Francesco. È la terza volta che il Pontefice incontra il sovrano, dopo i due colloqui privati avvenuti in Vaticano (nell’agosto del 2013 e, poche settimane fa, nell’aprile del 2014). I reciproci discorsi di questa mattina hanno confermato la grande intesa che esiste tra Francesco e Abdallah.

Bergoglio era arrivato meno di un’ora prima all’aeroporto internazionale di Amman. Ad attenderlo, il principe Ghazi Bin Talal, delegato della famiglia reale per il dialogo interreligioso e il patriarca greco-ortodosso di Gerusalemme, Teofilo III, che lo hanno accompagnato al Palazzo reale dove si è svolto un incontro con il governo e le personalità laiche e religiose del Paese. Tra le personalità religiose che hanno accolto Francesco all’aeroporto c’erano anche il patriarca latino di Gerusalemme, mons. Fouad Twal, e fra Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa. Quest’ultimo non è l’unico francescano della Custodia al seguito del Papa. Un suo connazionale argentino, fra Silvio De La Fuente, gli fa da interprete con gli interlocutori che parlano arabo.

«Da quando è diventato Pontefice – ha detto il re giordano rivolgendosi al Papa – lei ci ricorda, a parole e con i fatti, che la parola pontifex significa “costruttore di ponti”. Anche noi giordani costruiamo ponti: il nostro ruolo implica, da molti anni, azioni concrete e tangibili». Azioni della casa ashemita volte a costruire il ponte della convivenza e della tolleranza tra persone di fedi diverse: come il Messaggio di Amman, del 2005, e il documento per il dialogo con i cristiani dal titolo Una parola comune tra noi e voi, del 2007. Fino alla conferenza regionale dedicata ai cristiani nel Medio Oriente e organizzata dalla stessa casa reale di Giordania nel settembre 2013. «Dobbiamo continuare a lavorare insieme. La sua umanità e la sua saggezza possono dare un grande contributo per alleviare la crisi dei rifugiati siriani e il carico dei Paesi circostanti, come la Giordania. Dobbiamo aiutare la Siria a riprendersi il suo futuro, a porre fine alla carneficina e a trovare una soluzione diplomatica e pacifica. Il suo aiuto e le sue azioni continuano ad essere necessarie per aiutare i palestinesi e gli israeliani a risolvere il loro lungo conflitto. Lo status quo di “giustizia negata” ai palestinesi; la paura degli altri; la paura del cambiamento: queste sono strade che portano alla rovina reciproca e non al reciproco rispetto».

Il monarca giordano ha poi aggiunto: «Santità, come quarantunesimo discendente del profeta Maometto – pace e benedizione siano su di lui – ho cercato di dare forza al vero spirito dell’Islam, l’Islam della pace. Il mio dovere di ashemita prevede anche la difesa dei luoghi santi dei cristiani e dei musulmani, in Giordania e a Gerusalemme. In tale veste di Custode (ruolo storico che è stato riconosciuto al re di Giordania anche da Israele e dall’Autorità Palestinese – ndr), sono impegnato nella salvaguardia della Città Santa, come luogo della fede per tutti e, a Dio piacendo, come una dimora sicura per tutte le comunità e per tutte le generazioni».

Nel suo discorso alle autorità, il Papa ha sottolineato il ruolo essenziale della Giordania per la pace in Medio Oriente: «Questo Paese presta generosa accoglienza a una grande quantità di rifugiati palestinesi, iracheni e provenienti da altre aree di crisi, in particolare dalla vicina Siria, sconvolta da un conflitto che dura da troppo tempo – ha detto Bergoglio –. Tale accoglienza merita, Maestà, la stima e il sostegno della comunità internazionale. La Chiesa cattolica, secondo le sue possibilità, vuole impegnarsi nell’assistenza ai rifugiati e a chi vive nel bisogno, soprattutto tramite Caritas giordana. Mentre con dolore constato la permanenza di forti tensioni nell’area mediorientale, ringrazio le autorità del Regno per quello che fanno e incoraggio a continuare ad impegnarsi nella ricerca dell’auspicata durevole pace per tutta la Regione; a tale scopo si rende quanto mai necessaria e urgente una soluzione pacifica alla crisi siriana, nonché una giusta soluzione al conflitto israeliano-palestinese». Il Papa ha poi salutato le comunità cristiane di Giordania, sottolineando l’importanza di garantire in tutto il Medio Oriente la libertà religiosa: «Vorrei ora rivolgere un saluto carico di affetto alle comunità cristiane accolte da questo Regno – ha detto Francesco -, comunità presenti nel Paese fin dall’età apostolica: esse offrono il loro contributo per il bene comune della società nella quale sono pienamente inserite. Pur essendo oggi numericamente minoritarie, esse hanno modo di svolgere una qualificata e apprezzata azione in campo educativo e sanitario, mediante scuole ed ospedali, e possono professare con tranquillità la loro fede, nel rispetto della libertà religiosa, che è un fondamentale diritto umano e che auspico vivamente venga tenuto in grande considerazione in ogni parte del Medio Oriente e del mondo intero. Esso “comporta sia la libertà individuale e collettiva di seguire la propria coscienza in materia religiosa, sia la libertà di culto… la libertà di scegliere la religione che si crede essere vera e di manifestare pubblicamente la propria credenza” (Benedetto XVI, Esort. ap. Ecclesia in Medio Oriente, n. 26). I cristiani si sentono e sono cittadini a pieno titolo ed intendono contribuire alla costruzione della società insieme ai loro concittadini musulmani, offrendo il proprio specifico apporto».

«Il Signore Dio ci difenda tutti dalla paura del cambiamento!», ha concluso il Papa, citando a braccio un passaggio del discorso di re Abdallah, e iniziando il suo pellegrinaggio in Medio Oriente.

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