Il governo di Damasco sta avendo la meglio, politicamente e militarmente, sull'autonomismo curdo nel nord della Siria, forte anche dei via libera accordati dall'estero. Cosa significa questo per il Paese? Tre considerazioni.
La recente sconfitta subita nel Nord-Est della Siria da parte delle Unità di autodifesa del popolo curdo, nerbo delle Forze democratiche siriane, e il declino di quell’esperimento di autogoverno curdo chiamato Rojava è stato letto soprattutto come l’ennesimo capitolo nella storia di quello che è conosciuto come il più grande popolo al mondo privo di uno Stato (i curdi sono più di 30 milioni). Un dramma che non può essere sottostimato, anche se gli errori della dirigenza curda, dalla sovrastima delle proprie forze all’eccesso di fiducia negli appoggi dall’estero, dalla mutevolezza nelle alleanze (via via Iran, Russia, Stati Uniti, Unione europea e infine Israele) a una gestione miope del dialogo/confronto con le autorità della Siria post-Assad, non sono stati pochi.
Dobbiamo però anche chiederci che cosa questa svolta politico-militare significhi per la Siria del presidente Ahmed al-Sharaa, fino a un anno fa più noto come Al-Jolani, leader delle milizie islamiste Hayat Tahrir al-Sham.
La prima considerazione è questa: Al-Sharaa incassa un evidente via libera dalla comunità internazionale. Significativi i due endorsement ricevuti nelle ultime settimane. Da un lato, quello degli Usa: il rappresentante speciale di Trump per la Siria, Tom Barrack, ha detto che il patto con i curdi era esaurito dal momento della sconfitta dell’Isis. Dall’altro quello della Russia: ricevuto al Cremlino (per la seconda volta nel giro di pochi mesi – ndr) il 28 gennaio 2026, Al-Sharaa ha ricevuto le congratulazioni di Vladimir Putin, il quale ha detto che «la Russia sarà sempre dalla parte dell’integrità territoriale della Siria». Insomma, via libera all’esercito siriano.
Seconda considerazione: prendendo il controllo dei territori fino a pochi giorni fa governati dai curdi, il governo siriano recupera una parte del Paese molto importante dal punto di vista economico, per l’agricoltura e per i giacimenti del petrolio. Proprio quella parte che per anni è stata controllata dagli Stati Uniti anche allo scopo di incrementare le sanzioni che avrebbero dovuto indebolire il regime di Bashar al-Assad. Questo non potrà che agevolare la ripresa della Siria, altro segnale che Usa, Europa e Paesi Arabi hanno deciso di puntare su Al-Sharaa e i suoi.
Terza considerazione, quella inquietante. Ora che l’autonomia curda sta venendo meno, al controllo del governo centrale siriano sfuggono ancora due porzioni di territorio. A Nord quello che la Turchia ha occupato negli anni sostenendo di volersi ritagliare una “zona cuscinetto” per proteggersi proprio dai curdi. È impossibile che Al-Sharaa, che così tanto deve alla Turchia, possa avventurarsi in un confronto con Erdogan. A Sud, invece, c’è la rivolta autonomista dei drusi, che a sua volta è la propaggine locale dell’occupazione israeliana. E qui per Al-Sharaa e la sua Siria le cose si fanno complicate. Rinunciare al Sud (le truppe israeliane sono a poche decine di chilometri dalla capitale Damasco) vorrebbe dire mutilare il Paese di un’area fondamentale, anche dal punto di vista delle relazioni internazionali. Ma cercare di recuperarlo vorrebbe dire aprire un confronto con Israele (che peraltro già sosteneva i curdi), questione pericolosa dal punto di vista militare ma anche dal punto di vista politico, perché la causa di Israele è assai cara sia agli Stati Uniti sia all’Europa.
È quindi ipotizzabile che dopo le recenti turbolenze Al-Sharaa cerchi di calmare le acque. Intanto per “assorbire” la minoranza curda, tradizionalmente inquieta. E poi per vedere se la diplomazia internazionale, alle prese ogni giorno con un colpo di scena, gli offrirà qualche inatteso spiraglio.




















