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Gli alti costi ambientali della guerra in Iran

Fulvio Scaglione
13 marzo 2026
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L’Osservatorio sui conflitti e l’ambiente, fino al 10 marzo scorso, in pochi giorni di guerra ha censito 232 azioni belliche a forte rischio ambientale, per la maggior parte in Iran ma anche in Iraq, Giordania, Israele, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Arabia Saudita e Oman.


Nell’ennesimo dramma mediorientale, la guerra scatenata il 28 febbraio 2026 da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, è difficile identificare l’aspetto più drammatico. La morte dei bambini, la possibile disgregazione di un grande Paese dalla storia millenaria, la distruzione di un sistema produttivo su cui comunque contano 90 milioni di abitanti, l’ulteriore stretta repressiva che potrebbe derivare da un regime che si sente alle strette, lo sconvolgimento economico globale causato dallo scontro in un’area tanto decisiva per gli approvvigionamenti energetici…

A chi scrive è risultato assai penoso vedere una guerra che non si ferma nemmeno di fronte alla prospettiva di creare un disastro ambientale che potrebbe avere pochi paragoni. È bastato vedere come la capitale Teheran (10 milioni di abitanti, con altri milioni nei sobborghi) sia stata avvolta da un fumo nero e pieno di pulviscolo dopo che gli americani e israeliani (più i secondi che i primi, a quanto pare) hanno bombardato tre depositi di petrolio a nord della città, quelli di Fardis, Shahran e Aghdasieh, e la raffineria Teheran a sud.

Sembra che la Casa Bianca abbia poi convinto le autorità di Israele a non proseguire con questo genere di attacchi, ma il danno è ormai stato fatto. E non solo a Teheran. L’Osservatorio sui conflitti e l’ambiente fino al 10 marzo ha censito 232 atti di guerra a forte rischio ambientale, per la maggior parte in Iran ma anche in Iraq, Giordania, Israele, Kuwait, Bahrein, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Arabia Saudita e Oman. La prima causa di preoccupazione ambientale sono i colpi portati contro le installazioni militari (123), dove le esplosioni e gli incendi possono rilasciare contaminanti pericolosi come carburanti, oli, metalli pesanti, composti energetici, diossine e furani. Molti di questi impianti, poi, sia in Iran sia nei Paesi vicini, sono prossimi alle città o addirittura immersi in esse, con un aumento esponenziale del rischio.

Poi viene l’inquinamento marino: nello Stretto di Hormuz, in tempi normali battuto da oltre cento navi al giorno, sono state colpite almeno sedici tra navi mercantili e petroliere, con inevitabili sversamenti in mare di carburanti di ogni genere. E infine, trattandosi dell’Iran, cioè di un Paese che da anni persegue una politica nucleare (e qui non c’entra che sia a scopo solo civile o anche militare), c’è anche il rischio dell’inquinamento atomico, tenuto sott’occhio dalle agenzie dell’Onu ma sempre possibile in una guerra che si presenta come la ripetizione in grande di quella del giugno 2025, la cosiddetta Guerra dei dodici giorni, quando i siti atomici iraniani furono intensamente bombardati.

Può sembrare un discorso quasi futile di fronte a una guerra che, come tutte le altre, miete molte vittime anche tra i civili innocenti. Questa guerra, però, a differenza degli altri conflitti degli ultimi decenni, rischia di prendere la mano ai contendenti, fino a indurli a considerare lecito anche fare, alla lettera, terra bruciata. Dove la distruzione dell’ambiente diventa non solo uno strumento di pressione sul nemico ma anche un modo per inibire qualunque ripresa futura, ostile o pacifica che possa essere. Ci avviciniamo, passo dopo passo, a un’idea di guerra che non contempla la vittoria ma la distruzione di tutto ciò che rappresenta l’altro. Dobbiamo fermarci.

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