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In Iraq il patriarca Sako ai ferri corti con il presidente Rashid

Elisa Pinna
20 luglio 2023
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In Iraq il patriarca Sako ai ferri corti con il presidente Rashid
Il patriarca caldeo, card. Louis Raphael Sako, salutato dai fedeli in occasione di una messa celebrata a Londra il 18 giugno 2023. (foto Mazur/cbcew.org.uk)

Per protestare contro la revoca di un decreto presidenziale che ne riconosceva l'autorità, nei giorni scorsi il patriarca caldeo Louis Raphael Sako ha deciso di lasciare la sede di Baghdad e "autoesiliarsi" in Kurdistan. Solidarietà internazionale.


In Iraq si è impennata la tensione tra la Chiesa cattolica e le autorità politiche. Nei giorni scorsi il cardinale Louis Raphael Sako, patriarca dei cattolici di rito caldeo, ha abbandonato la sede di Baghdad per trasferirsi in un monastero del Kurdistan (la sua terra natia). Quello del porporato è un atto di estrema protesta contro la decisione del presidente iracheno Abdul Latif Rashid di revocare il decreto del 2013 che lo riconosceva come capo della Chiesa in Iraq. Non si tratta di beghe formali o di dispetti istituzionali. In gioco, secondo quanto denuncia lo stesso patriarca, c’è il controllo dei beni e del patrimonio della Chiesa caldea, e la sopravvivenza stessa di una delle comunità cristiane più antiche della storia.

Sostegno al patriarca è stato espresso in questi giorni da molti fedeli ed ecclesiastici, in patria o all’estero. Da Gerusalemme il patriarca latino Pierbattista Pizzaballa – che diventerà cardinale il 30 prossimo settembreha scritto a Sako per esprimergli solidarietà davanti a un «attacco senza precedenti», «ingiustificato e inaccettabile». Sulla vicenda, è intervenuto da Washington anche il Dipartimento di Stato, che – tramite il portavoce Matthew Miller – ha espresso preoccupazione per le vessazioni contro il patriarca caldeo.

La mossa del presidente

Il decreto annullato dall’attuale capo dello Stato venne emanato nel 2013 dall’allora presidente Jalal Talabani, per sancire il riconoscimento ufficiale del patriarca caldeo da parte dello Stato. Talabani non aveva fatto niente di innovativo. Sin dal medioevo, simili riconoscimenti, finalizzati a conferire legittimità alle minoranze religiose, sono comuni nella storia mediorientale. L’attuale presidente, Rashid, ha motivato la sua decisione di revoca con la necessità di «correggere un errore istituzionale». A suo avviso, il capo dello Stato non ha il diritto di legittimare ufficialmente i leader religiosi. Secondo Rashid, la revoca presidenziale non muterà lo status di Sako in quanto il presule è stato eletto regolarmente patriarca e confermato dal Papa in tale ruolo.

Il cardinale Sako ritiene invece che dietro la decisione presidenziale ci siano le pressioni di un gruppo minoritario cristiano, il Movimento Babilonia, guidato da un parlamentare di nome Rayan al-Kildani, che sta cercando – stando a quanto scrive il patriarca in un comunicato del 15 luglio – di usurpare l’autorità e i beni del patriarcato caldeo.

Le milizie filo-iraniane

Il Movimento Babilonia è emerso militarmente negli scorsi anni durante la riconquista della piana di Ninive sotto occupazione del sedicente Stato islamico (Isis). Babilonia ha un braccio armato che fa parte di Hashed al–Shaabi, una rete di milizie paramilitari filo-iraniane integrate recentemente nelle forze di sicurezza irachene. Anche se l’80 per cento dei circa 300 mila cristiani rimasti in Iraq – secondo un rapporto della Commissione Usa sulle libertà religiose internazionali – fa riferimento al patriarcato caldeo, nelle elezioni del 2022 il movimento Babilonia ha conquistato 4 dei 5 seggi parlamentari riservati alla minoranza cristiana. Per molti, Babilonia opera in realtà per conto e agli ordini dei Guardiani della Rivoluzione iraniani. Le elezioni dello scorso autunno hanno del resto sigillato una rinnovata alleanza tra il Partito democratico curdo (Pdk, tradizionale rivale dell’Unione patriottica del Kurdistan – Upk) e le formazioni politiche e militari irachene filoiraniane, dopo mesi di totale impasse istituzionale. È stato grazie a tale intesa, che il Parlamento iracheno ha trovato una maggioranza per eleggere presidente Abdul Latif Rashid (di origini curde, come previsto dalla costituzione post Saddam) e nominare primo ministro il politico sciita Mohamed Shia al-Sudani, gradito ai Pasdaran. Ai sunniti, sulla base del dettame costituzionale, è toccata la presidenza del Parlamento, affidata a Mohammed al-Halboosi.

L’Iraq però – protesta, e non da oggi, il patriarca Sako – è intrappolato in «una vasta rete di interessi ristretti, di logiche settarie, di ipocrisie», che stanno facendo precipitare il Paese in «un caos morale, nazionale e politico senza precedenti». Da qui, la decisione di Sako di abbandonare Baghdad, dettata, forse, anche da motivi di sicurezza personali.

Dopo le speranze portate dalla visita del Papa in Iraq nel 2021, per i cristiani iracheni sono riprese le tribolazioni che hanno segnato, con alti e bassi, tutto il XXI secolo. Prima del 2003, vi erano in Iraq circa un milione e 300 mila cristiani. Oggi ne sono rimasti meno di 300 mila: la fuga e la diaspora continuano ad essere la scelta di molti, in un Paese che sembra progressivamente chiudere gli spazi di libertà e indipendenza a quella che è stata per tanti secoli una delle sue più importanti e vitali minoranze.


Chi sono i caldei

La Chiesa caldea – spiega Alberto Elli nel suo libro Breve storia delle Chiese cattoliche orientali, Edizioni Terra Santa, 2017 – nasce nell’alveo della Chiesa assira, o Chiesa siro-orientale, che si separa dalla comunione con le altre Chiese già prima del concilio di Calcedonia (451). Essa aderisce infatti alla dottrina nestoriana, formatasi durante gli accesi dibattiti teologici dei primi secoli intorno alla figura di Gesù Cristo, quando il vescovo di Costantinopoli Nestorio (381-451) propugna l’idea – considerata eretica dalla dottrina cattolica – che proprio perché nel Signore Gesù c’erano due nature, l’umana e la divina, dovevano anche esserci due persone distinte.

Dal punto di vista etnico, questo popolo cristiano discende dalle comunità ebraiche stabilitesi a Babilonia dopo la distruzione di Gerusalemme ad opera di Nabucodonosor (587 a.C.) e dal meticciamento di queste con elementi aramaici, persiani e arabi.

Per dissidi interni, soprattutto in materia di disciplina ecclesiastica, alcuni vescovi della Chiesa assira, consigliati dai missionari francescani, nel 1552 decidono di eleggere un proprio patriarca e di entrare in comunione con la Chiesa di Roma. Sotto il papato di Giulio III ha così inizio la Chiesa caldea, con sede patriarcale ad Amadiya (l’antica Amida, attuale Diyarbakir), nella Turchia orientale. La consacrazione di Shimun VIII Sulaqa come primo patriarca – annota Elli nel suo libro – «avvenne il 9 aprile 1553 nella basilica di San Pietro, a Roma; è questa la data “ufficiale” di nascita della Chiesa caldea». Gli inizi non sono facili e ben presto il patriarca Sulaqa muore martire. Tra alterne vicende, nei secoli successivi la comunione con Roma, da una parte si affievolisce, dall’altra viene tenuta viva dall’impegno dei missionari cattolici (non ultimi i francescani cappuccini). Sono tempi in cui i caldei mutuano dalla Chiesa assira la prassi “nepotistica” di trasmettere la funzione patriarcale a membri della stessa famiglia del patriarca defunto.

Nel 1830, una volta ottenuta l’assicurazione che l’elezione patriarcale non avrebbe più seguito una logica da clan familiare, papa Pio VIII riconosce il metropolita di Mosul, con il nome di Yukhannan VIII Hormizd, nuovo patriarca di Babilonia dei Caldei. Il titolo è tuttora in uso, anche se la sede è stata trasferita da Mosul alla capitale irachena Baghdad.

Louis Sako (nato a Zakho nel 1948) è stato eletto patriarca caldeo all’inizio del 2013. È cardinale dal 2018. (g.s.)


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