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Donne arabe più grasse degli uomini? Bufera sull’Economist

Laura Silvia Battaglia
22 agosto 2022
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Un articolo del settimanale britannico sulla percezione sociale dell’obesità in Medio Oriente ha scatenato la risposta di una popolare attrice irachena.


C’è da stare attenti al body shaming. Non solo negli Stati Uniti e in Europa. Anche nel mondo arabo, le critiche e i commenti alle donne curvy iniziano a essere sgraditi. Se poi a trattare il tema è un settimanale internazionale come The Economist, allora si passa direttamente dal body shaming con venature colonialiste al tribunale, con cause salatissime. La vicenda sta interessando in prima persona l’attrice irachena Enas Taleb che ha deciso di denunciare il prestigioso settimanale britannico per avere associato la sua immagine e menzionato la sua persona in un articolo sull’obesità femminile in Medio Oriente e la sua percezione sociale.

Secondo l’attrice, l’articolo sarebbe «un insulto non solo a me stessa ma una violazione dei diritti di tutte le donne irachene e arabe». Taleb la butta giù pesante e si parla di una causa per diffamazione da migliaia di dollari. L’articolo, dal titolo «Perché le donne sono più grasse degli uomini nel mondo arabo», utilizza come foto portante un’immagine di Enas Taleb in passerella durante un festival di arte e cinema a Baghdad. L’attrice, parlando con l’Associated Press, ha motivato la sua scelta come un’azione di attivismo contro il #fatshaming: «Se ci fosse una ragazza che va a scuola e dovesse ascoltare i commenti dei suoi compagni sulla sua obesità, come dovrebbe sentirsi, secondo voi?».

L’appiglio dell’azione di Taleb e dei suoi legali contro The Economist sta soprattutto, oltre che nell’uso della sua immagine, nella ripetizione della parola fat (grasso) per sei volte nell’articolo. Inoltre, l’attrice viene citata come esempio dell’ideale di bellezza nella regione, per le sue ampie curve, in quanto i chili in più vengono visti come un segno di potenza e fertilità. Di fatto, l’articolo dell’Economist non dice nulla di nuovo per chi frequenta i Paese poveri del mondo dove, dall’Africa all’Asia, la donna morbida è il simbolo opposto agli effetti dei morsi della fame.

Il punto in questione è il linguaggio con cui il tema è stato affrontato, al netto del dato ossia un 10 per cento di obesità nelle donne superiore che negli uomini della regione. Contro The Economist si scagliano altri media occidentali come il The Atlantic che accusa la testata di «toni sessisti, misogini e, soprattutto, orientalisti». Sul tema si scomodano anche docenti universitari, su Twitter e fuori dai social media. Joan Costa-Font che insegna alla London School of Economics e che sta per pubblicare uno studio sull’Egitto, osserva: «L’articolo è anche assai sommario. Per esempio, in Egitto, non è assolutamente vero che essere sovrappeso sia un segno di bellezza: i canoni prevalenti, qui, sono dominati dagli standard occidentali da lungo tempo». Sarà: sta di fatto che la polemica sembra il classico «tanto rumore per nulla» e che chi è in sovrappeso pare condannato ad essere giudicato per colpe che non ha a tutte le latitudini.

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