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L’Arabia Saudita terreno infido per i diritti digitali

Laura Silvia Battaglia
7 giugno 2022
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I governanti sauditi non amano il dissenso. Emblematico il caso di Abdulrahman al-Sadhan, arrestato, torturato e condannato a 20 anni di carcere per i suoi cinguettii su Twitter. La sorella Areej promuove una campagna di sensibilizzazione internazionale.


Sola contro Twitter e contro la monarchia saudita. Ci vuole coraggio, ma cos’altro fare di fronte alla scomparsa del fratello, che aveva pubblicato un tweet critico nei confronti delle politiche governative? Areej al-Sadhan non si arrende e, oltre a chiedere giustizia per il fratello Abdulrahman, operatore umanitario condannato a una lunga detenzione, guarda oltre: «L’esperienza di mio fratello – dice – funge da avvertimento per le aziende tecnologiche globali, per rendere evidente che chi vuole stare in questo mercato deve essere disposto a rivelare i dati privati dei suoi utenti alle autorità saudite». È un “passo avanti” nelle tecniche di spionaggio a danno dei cittadini critici nei confronti della Corona. «Prima d’ora l’Arabia Saudita mandava emissari nelle aziende americane, proprio negli Stati Uniti, per ottenere quei dati. Adesso, come è accaduto con Twitter, lo fanno direttamente a casa loro, il che rende l’hackeraggio molto più semplice», dice Areej. Che però è andata fino in fondo ed è riuscita a farsi sentire durante l’assemblea annuale degli azionisti di Google, durante la quale sei investitori di Alphabet, la società madre del colosso informatico, hanno presentato una risoluzione basata sulla sua vicenda. La mozione, che Alphabet ha tentato di bloccare senza successo, invita la società a rilasciare una valutazione del rischio sul versante dei diritti umani e propone una strategia di mitigazione per il data center che Google prevede di aprire con Saudi Aramco nella città saudita di Dammam.

Gli azionisti che hanno firmato la risoluzione, insieme ai sostenitori dei diritti digitali della persona, affermano che la società deve essere molto chiara su come manterrà e tratterà i dati di cui entra in possesso, una volta stabilitasi fisicamente nel Regno saudita. Si teme soprattutto che i dati personali possano essere divulgati da dipendenti obbligati dal governo locale ad agire per suo conto oppure che ciò possa avvenire tramite un intervento diretto del governo su Google. Gli azionisti interessati fanno sapere che le loro domande sul contenimento di questi rischi sono rimaste senza risposta per oltre un anno e che considerano il caso di Abdulrahman al-Sadhan l’esempio perfetto di ciò che potrebbe accadere su larga scala. Nel marzo 2018 Abdulrahman, allora 34enne, venne arrestato negli uffici della Mezzaluna Rossa a Riyadh, dove lavorava. La sua famiglia non seppe con certezza dove fosse – o se fosse vivo – fino al febbraio 2020, quando al giovane fu concessa una breve telefonata dal carcere. Si ritiene che le sue informazioni personali siano state ottenute insieme a quelle di oltre 6mila utenti di Twitter, i cui dati sarebbero stati condivisi nel 2015 con funzionari sauditi da due ex dipendenti corrotti della società statunitense (che oggi è sul punto di essere acquistata dal magnate Elon Musk – ndr).

Gli altri obiettivi della campagna di spionaggio operata dai sauditi su Twitter sono dettagliati in una denuncia legale presentata nel 2019: includono Omar Abdulaziz, che era uno stretto collaboratore del giornalista ucciso Jamal Khashoggi, e Turki bin Abdulaziz al-Jasser, un giornalista arrestato e scomparso contemporaneamente a Sadhan. Abdulrahman su Twitter aveva usato la satira politica e l’umorismo per attirare l’attenzione sui problemi del Regno, tra cui la disoccupazione e la tassazione, chiedendo democrazia.

Dopo il suo arresto e la sua scomparsa forzata, Abdulrahman è stato detenuto in una prigione segreta e brutalmente frustato e torturato con scosse elettriche. È finito in un reparto di terapia intensiva per diversi giorni. «Gli hanno rotto la mano e le unghie dicendogli: “Questa è la mano con cui twitti”», ha riferito la sorella Areej al-Sadhan al pubblico dell’Oslo Freedom Forum. Nel febbraio 2021, con segni visibili di abusi sul corpo, Abdulrahman è stato condannato da un tribunale penale speciale saudita a vent’anni di carcere, e al divieto di espatrio per altri vent’anni, per accuse relative al suo attivismo online. La sentenza è stata confermata in appello.

La sorella, oggi negli Stati Uniti, ha deciso di non farne solo un caso personale: «Se il cloud regionale di Google venisse allestito in Arabia Saudita come previsto – dice –, smetterò di utilizzare le app dell’azienda perché le autorità saudite alla fine otterranno i miei dati. Immaginate che abbiano accesso ai miei movimenti, ai miei dati personali, alla mia vita personale. Ciò significa che possono trovarmi ovunque e rapirmi. Non li fermerebbe il fatto che vivo in America. Adesso moltiplicate tutto questo per milioni di persone…».

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