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I giornalisti palestinesi e la corruzione dei politici

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23 gennaio 2017
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I giornalisti palestinesi e la corruzione dei politici
Il presidente palestinese Mahmoud Abbas (81 anni) il 3 dicembre scorso è stato rieletto al vertice del partito Fatah. (foto Flash90)

C'è un aspetto che i giornalisti palestinesi invidiano al sistema israeliano: la possibilità di far luce sulla corruzione dei politici, senza temere conseguenze.


(n.h.) – I giornalisti palestinesi in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza seguono da vicino le notizie che da alcune settimane riguardano le accuse di corruzione al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sospettato di aver ricevuto favori o regali. Un interesse che non è motivato solo dalla possibile caduta di un politico israeliano che non amano. C’è dell’altro: l’apprezzamento per taluni aspetti della democrazia israeliana che consentono di indagare sul primo ministro e lasciare i media liberi di condurre le loro inchieste. Va aggiunto che il premier Netanyahu e sua moglie negli ultimi vent’anni sono stati coinvolti in dodici scandali, finiti sotto l’esame di tre procuratori generali e due controllori di Stato senza che, alla fine, sia stata formalizzata alcuna imputazione.

A Gaza o in Cisgiordania nessun giornalista, neppure i più famosi, potrebbe mai criticare i dirigenti di Hamas e dell’Autorità nazionale palestinese (Anp). «Sappiamo tutti benissimo che c’è un livello di corruzione terribile nell’Anp», ha raccontato al quotidiano Al Monitor coperto dall’anonimato un giornalista veterano di Ramallah, la città della Cisgiordania dove hanno sede gli uffici governativi dell’Anp. «Conosciamo centinaia di storie sugli alti funzionari pubblici e sui figli di (Mahmoud) Abbas, ma non possiamo pubblicarle, né parlarne apertamente».

Secondo vari rapporti, l’Anp è da anni afflitta da problemi di corruzione. La struttura governativa messa in piedi da Yasser Arafat, lo storico leader dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp), non prevede meccanismi di controllo e supervisione. Tutti i palestinesi di Cisgiordania e di Gaza sanno molto bene che i più prossimi ai palazzi del potere, godono spesso di uno stile di vita incompatibile con il salario di un funzionario dell’Autorità palestinese.

«Abbiamo visto militanti dell’Olp arrivare dalla Libia e dalla Tunisia [dove si trovava il quartier generale dell’organizzazione fino agli anni Novanta] con solo i vestiti addosso. Pochi mesi dopo la creazione dell’Anp [1994] circolavano già in Mercedes, indossavano abiti italiani e costruivano ville appariscenti», continua il giornalista. «Oggigiorno sono tutti ricchi e hanno le spalle coperte. Nessuno può permettersi di dire una sola parola o chiedere da dove provenga tanta ricchezza».

I Paesi dell’Unione Europea che versano centinaia di milioni di euro in aiuti umanitari all’Autorità palestinese hanno tentato di stabilire dei meccanismi di controllo sui fondi erogati. Tuttavia, secondo i giornalisti palestinesi che hanno parlato ad Al Monitor, gli alti dirigenti dell’Anp sono più astuti dell’insieme dei meccanismi di sorveglianza. Hanno così trovato delle scappatoie attraverso le quali far comunque confluire una parte del denaro alle loro tasche.

Le critiche formulate a porte chiuse non si riferiscono solo alle malversazioni del passato. Un giornalista importante che lavora per un media di lingua araba, annota in una conversazione che i figli del presidente palestinese Mahmoud Abbas [Abu Mazen] sono menzionati tra coloro che si sono costruiti una fortuna grazie ai legami familiari.

Tareq Abbas, per esempio, dirige un’impresa che in passato ha dato lavoro a Mohammed Rashi, confidente di Arafat e suo economo. Costui è stato condannato da un tribunale di Ramallah per aver sottratto milioni di dollari a un fondo di investimento palestinese e dell’Olp per poi trasferire i fondi in conti bancari all’estero. Dopo la morte di Arafat, nel 2004, Tareq Abbas, figlio di Mahmoud, è stato direttore di fondi di investimento palestinesi che gestiscono milioni di dollari. Suo padre esercita un controllo pressoché completo su questi fondi senza che nessuno dentro l’Autorità palestinese possa sollevare dubbi sulla gestione.

Un giornalista, anch’egli coperto dall’anonimato, spiega che i colleghi hanno imparato a non porre domande «inutili» per timore, quanto meno, di perdere il posto, o addirittura finire in prigione. I media conoscono i limiti che è meglio non superare.

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