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Il presidente palestinese all’Onu: «Siamo stanchi di aspettare!»

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1 ottobre 2015
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Il presidente palestinese all’Onu: «Siamo stanchi di aspettare!»
Abu Mazen parla davanti all'Assemblera generale Onu il 30 settembre, nel Palazzo di Vetro a New York. (foto Onu/Cia Pak)

I palestinesi sono stanchi di aspettare che Israele riconosca il loro Stato, mentre la comunità internazionale continua a tergiversare. E siccome lo Stato ebraico disattende costantemente gli Accordi di Oslo del 1993-1995, anche i palestinesi non si sentono più vincolati al loro rispetto. Lo ha detto il 30 settembre a New York il presidente Mahmoud Abbas davanti all’Assemblea generale dell'Onu.


(g.s.) – I palestinesi sono stanchi di aspettare che Israele riconosca il loro Stato, mentre la comunità internazionale continua a tergiversare. E siccome lo Stato ebraico disattende costantemente gli Accordi di Oslo del 1993-1995, anche i palestinesi non si sentono più vincolati al loro rispetto. Lo ha detto il 30 settembre a New York il presidente Mahmoud Abbas (Abu Mazen) prendendo la parola davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

In un’aula non particolarmente affollata, il capo dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) – che 137 Paesi riconoscono come Stato – ha pronunciato in arabo un discorso dai toni duri e privo di sfumature, nel quale ha dato voce alla narrativa palestinese su uno dei più antichi conflitti ancora irrisolti, evitando tuttavia di trarre le conseguenze più estreme del suo discorso. Per intenderci non ha annunciato – come qualcuno dei suoi connazionali auspicava – lo smantellamento dell’Anp, che sui suoi territori può esercitare una sovranità alquanto limitata dalla presenza delle forze armate israeliane. Neppure ha voluto escludere a priori la possibilità di intese future: «Le mie mani restano tese per (suggellare) una pace giusta che garantisca i diritti, la libertà e la dignità umana del mio popolo».

Nel suo discorso, il presidente si è soffermato su alcuni fatti di cronaca dell’ultimo anno (tacendone altri). Commentando le tensioni che da alcune settimane infiammano gli animi a Gerusalemme, intorno alla Spianata delle Moschee, ha detto: «Sono costretto a suonare un campanello d’allarme sui gravi pericoli di quello che sta accadendo a Gerusalemme, dove gruppi estremisti israeliani stanno commettendo ripetute e sistematiche incursioni» nel recinto sacro delle moschee (che coincide con la sommità del Monte del Tempio degli ebrei). Abu Mazen, e con lui buona parte dei musulmani non solo palestinesi, sostiene che ciò corrisponde all’obiettivo del governo israeliano di sovvertire lo status quo deciso nel 1967. Ma percorrere questa strada, osserva il leader dell’Anp, sarebbe un grave errore perché il conflitto politico assumerebbe tutto il peso di una guerra di religione, ancora più nefasta.

In questo 2015 ricorrono i 70 anni di vita dell’Onu e Abbas ha fatto osservare che «la questione della Palestina fu una delle prime poste all’attenzione delle Nazioni Unite e tuttavia resta irrisolta ancor oggi, mentre l’Organizzazione e i suoi Membri continuano ad essere incapaci di porre fine a questa ingiustizia inflitta al nostro popolo e di assisterlo nell’esercizio del suo diritto all’autodeterminazione e alla libertà nel suo Stato indipendente e sovrano».

Abu Mazen ha detto che la situazione presente è «assolutamente inaccettabile», a meno che non si voglia «arrendersi alla logica della forza bruta inflitta dal governo israeliano, mentre prosegue l’espansione illegale degli insediamenti in Cisgiordania, specialmente a Gerusalemme Est, e continua il blocco intorno alla Striscia di Gaza».

A questo punto Mahmoud Abbas ha menzionato le violenze recenti dei coloni estremisti ai danni dei palestinesi, a cominciare dall’incendio di Duma appiccato la notte del 30 luglio scorso all’abitazione della famiglia Dawabsheh con la conseguente morte di tre dei suoi quattro membri. «Come può – si è chiesto retoricamente il presidente – uno Stato che afferma di essere un’oasi di democrazia e che si vanta del fatto che i suoi tribunali e apparati di sicurezza agiscono secondo la legge accettare che bande come il cosiddetto “prezzo da pagare” e altre organizzazioni terroristiche atterriscano la nostra gente, (e danneggino) le sue proprietà e luoghi santi sotto gli occhi della polizia e dell’esercito israeliani, che non scoraggiano o sanzionano (i colpevoli), ma invece offrono loro protezione». Un’accusa speculare a quella che tanto spesso i politici e i media israeliani muovono alle autorità palestinesi, dopo atti di terrorismo o violenza contro la popolazione civile ebraica di Israele.

Abbas ha rivendicato che prosegue l’opera volta a dare allo Stato palestinese un’ossatura stabile e un’organizzazione articolata ed efficiente. Anche se la sua gente continua ad essere insoddisfatta di come vanno le cose, lamentando soprattutto corruzione e inefficienze, lui rimarca che i progressi fatti sono stati riconosciuti da varie organizzazioni internazionali, specialmente l’Onu, la Banca mondiale e il Fondo monetario internazionale. Muovendo in questa direzione i dirigenti palestinesi continueranno a chiedere spazio per il loro embrione di Stato in ogni organismo e trattato internazionale. Con l’impegno – fin qui più volte dichiarato e puntualmente disatteso – di dar vita a un governo di unità nazionale (per assicurare l’unità amministrativa tra Striscia di Gaza e Cisgiordania ora controllate la prima da Hamas e la seconda da Fatah) ed indire le elezioni parlamentari e presidenziali.

Sottacendo il fatto che, purtroppo, anche in campo palestinese c’è chi non disdegna il ricorso alla violenza, come legittimo strumento di resistenza, lotta politica e patriottismo, il presidente ha dipinto la Palestina come un «paese di santità e pace»: il luogo di nascita di Cristo, lo scenario dell’Isra’ e del Mi’raj di Maometto, inviato «come misericordia sul mondo». Qui Abbas ha anche menzionato espressamente le due sante palestinesi Alphonsine Ghattas e Mariam Baouardy, canonizzate da Papa Francesco in Vaticano il 17 maggio scorso. Questa Palestina ideale, segnata dalla santità, «cerca ancora la pace e il suo popolo vuole vivere nella propria patria in sicurezza, armonia, stabilità e buon vicinato con tutti gli altri popoli e paesi della regione», sostiene Abbas.

«Aspiriamo – ha detto – a vedere lo Stato indipendente di Palestina prendere il suo giusto posto nella comunità delle nazioni, e abbiamo fiducia che esso contribuirà attivamente al raggiungimento del progresso economico, culturale e umanitario della civiltà, con effetti positivi per il nostro popolo, la regione e il mondo intero. È dalla Palestina e con la Palestina che si raggiungerà la pace. E qui, a nome del mio popolo, voglio esprimere la più profonda gratitudine ai paesi che hanno votato a favore della risoluzione che ci consente oggi di innalzare la bandiera della Palestina nei quartieri generali delle Nazioni Unite. Non è lontano il giorno in cui isseremo quella bandiera anche a Gerusalemme Est, la capitale dello Stato di Palestina. Vorrei anche rendere omaggio alle recenti decisioni del Parlamento europeo che ha chiaramente condannato le attività degli insediamenti israeliani e i loro prodotti e affermato il diritto del popolo palestinese alla sovranità e all’indipendenza del suo Stato accanto allo Stato di Israele, dando vita anche a una Commissione per le relazioni con la Palestina».

«Quei Paesi -ha soggiunto Abu Mazen – che dicono di sostenere la soluzione dei due Stati dovrebbero riconoscere entrambi gli Stati e non solo uno. Oggi faccio appello a quei paesi che non hanno ancora riconosciuto lo Stato di Palestina, perché compiano quel passo. (…) Da questo podio delle Nazioni Unite e in questi giorni di festività religiose (musulmane ed ebraiche – ndr) rivolgo un sincero appello al popolo di Israele per una pace basata sulla giustizia, la sicurezza e la stabilità per tutti. Devo anche invitare il Consiglio di sicurezza e l’Assemblea generale a farsi carico delle loro responsabilità prima che sia troppo tardi e le opportunità di pace vadano perdute».

In proposito Abbas afferma che Israele ha vanificato gli sforzi compiuti dall’amministrazione del presidente Usa Barack Obama negli ultimi anni per giungere a una soluzione negoziale del conflitto. Di più: «Le politiche e la prassi del governo israeliano e le prese di posizione del suo primo ministro e di altri ministri ci portano a conclusioni chiare: lavorano con decisione per distruggere la soluzione dei due Stati».

Abbas rilancia l’idea, appoggiata anche da un recente vertice dei Paesi arabi, di giungere a una risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu che fissi una serie di parametri chiari e una scadenza temporale per raggiungere una pace accettabile all’insegna della soluzione dei due Stati.

Il presidente attribuisce a Israele il fallimento degli Accordi di Oslo, sottoscritti nel 1993-1995, secondo i quali entro il 1999 si sarebbe dovuti giungere alla nascita del nuovo Stato di Palestina. Israele non ha ritirato dai Territori palestinesi le sue truppe nei tempi stabiliti e non ha rispettato altre parti degli Accordi.

Tutta una serie di gravi e ripetute violazioni dei patti rendono «la situazione insostenibile». Dato che la controparte non rispetta gli Accordi, Abbas afferma che neppure i palestinesi, d’ora in poi, si sentiranno obbligati a farlo. Non precisa cosa ciò significhi, ma gli apparati di sicurezza palestinesi potrebbero non collaborerare più con le forze israeliane per il mantenimento dell’ordine nei Territori Palestinesi: «che Israele si assuma in pieno tutte le sue responsabilità di Potenza occupante», ha concluso Abu Mazen.

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