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La Città Santa ostaggio della politica

di Giorgio Bernardelli
10 novembre 2014
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Ancora giornate di scontri e violenze intorno alla Spianata delle Moschee. La raccontavamo già un paio di settimane fa la «Gerusalemme avvelenata». E da allora non c'è stato giorno che non abbia fatto registrare scontri in qualche zona della città. Ed è una crisi in cui l'elemento religioso è apparentemente molto forte. Ma di che idea di religione stiamo parlando? Non sarà piuttosto cattiva politica?


Ancora giornate (e nottate) di scontri e violenze intorno alla Spianata. La raccontavamo già un paio di settimane fa la «Gerusalemme avvelenata». E da allora non c’è praticamente stato giorno che non abbia fatto registrare scontri in qualche zona della città. Ed è una crisi in cui l’elemento religioso è apparentemente molto forte: è sulla «moschea di al Aqsa in pericolo» o sul «diritto degli ebrei a pregare sul Monte del Tempio» che si accendono le polveri oggi a Gerusalemme. Ma proprio questo tornante – a mio avviso – sta facendo venire a galla una domanda di fondo: quale idea di religione sta alla radice degli scontri di oggi?

Per capirlo credo valga la pena di provare a fare un piccolo esercizio di memoria: tornare al marzo 2013 quando nacque l’attuale (per la verità oggi molto traballante) governo israeliano, il terzo guidato da Benjamin Netanyahu. Come forse si ricorderà il leader del Likud non le aveva affatto vinte le elezioni del 2013; il vero vincitore di quel voto fu l’ex star televisiva Yair Lapid che con il suo partito Yesh Atid – dichiaratamente laico – prese al suo debutto ben 19 seggi sui 120 della Knesset. Ma come usò questo capitale Lapid? Scelse come obiettivo numero uno giocare un brutto scherzo allo Shas e all’Utj, i due maggiori partiti religiosi. Così si alleò con l’altra nuova forza emergente, HaBayit HaYehudi, il partito di Naftali Bennet, l’idolo dei coloni. Partito di estrema destra, sì, ma meno confessionale rispetto agli altri due. E soprattutto disposto a dare a Lapid la bandiera laica da sventolare: la legge contro l’esenzione degli haredim dal servizio militare (peraltro poi passata in una versione annacquata). Così intorno all’asse tra Lapid e Bennet è potuto nascere il terzo governo Netanyahu. Quello che – molto pomposamente – venne definito il governo «senza i partiti religiosi».

Solo che la bandiera della laicità è sempre un bel paradosso in Israele. Così io credo non sia affatto un caso che la questione «Monte del Tempio» sia cresciuta in maniera spropositata proprio con questo governo. Perché l’ossessione di Lapid nei confronti degli haredim ha finito per dare un peso fino a ieri inimmaginabile a un’altra corrente dell’ebraismo religioso: quella ultranazionalista, che riduce l’ebraismo ai suoi simboli più politici. Come infatti ha raccontato molto chiaramente su Terrasanta.net mons. David Jaeger, l’idea di salire sulla Spianata a pregare è quanto di più lontano possa esistere dalla storia dell’ebraismo ortodosso di Gerusalemme. Proprio in queste ore a confermarlo è stato lo stesso rabbino capo sefardita di Israele, Yitzhak Yosef, con parole molto dure: «Gli ebrei non devono salire sul Monte del Tempio a provocare i terroristi arabi» ha dichiarato, aggiungendo che «rabbini di quarta serie» non possono mettere in discussione le regole stabilite «dai saggi di Israele».

Il problema vero, però, è che i «rabbini di quarta serie» sono anche deputati e ministri dell’attuale governo, che persino in queste ore vanno sul Monte del Tempio ad affermare il diritto degli ebrei a pregare là dove ci sono le moschee. In aperta contraddizione con le rassicurazioni di Netanyahu secondo cui non ci sarebbe nessuna intenzione di mutare lo Statu Quo sulla spianata.

Ricapitolando: un rabbino capo dice ciò che il governo «laico» non si azzarda a dire. E cioè che quella di chi va sul Monte per affermare provocatoriamente un diritto alla preghiera non è religione, ma politica. E proprio questa politica che pretende di essere religione è esattamente speculare ai richiami alla difesa di al Aqsa minacciata, cavalcati oggi pure dalle più laiche tra le forze palestinesi.

Lo ripeto da tempo: il luogo comune vorrebbe nell’intreccio delle religioni la sorgente dei guai di Gerusalemme, ma le cose stanno esattamente al contrario. Sono gli uomini che non capiscono nulla della dimensione religiosa a creare i guai più grossi nella Città Santa. E un ulteriore conferma l’ho trovata in un articolo scritto in questi giorni da Nahum Barnea – uno dei maggiori giornalisti israeliani – che ricorda un episodio avvenuto nel 2000. In una sera di settembre andò a intervistare l’allora premier laburista Ehud Barak e nel discorso saltò fuori che il giorno dopo Ariel Sharon sarebbe salito sulla Spianata. «È una questione interna al Likud – disse Barak a Barnea – lo fa solo per fregare Netanyahu». E a Nahum Barnea che gli chiedeva come mai lui non avesse intenzione di fermarlo, il premier Barak rispose: «Se glielo proibissimo Sharon presenterebbe un ricorso alla Corte Suprema…».

Sappiamo tutti come andò a finire: Sharon compì il suo gesto protetto dalla polizia mandata da Barak. E con le laicissime considerazioni di un ex generale incapace di capire la differenza tra la contesa su un Luogo Santo e le manovre di corridoio alla Knesset, cominciò la seconda intifada.

Clicca qui per leggere le dichiarazioni del rabbino capo sefardita

Clicca qui per leggere l’articolo di Nahum Barnea

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