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Gerusalemme avvelenata

di Giorgio Bernardelli
24 ottobre 2014
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Un titolo ad effetto nei sommari dei Tg sul «terrore che ritorna a Gerusalemme». E poi via, pronti a voltare pagina. Ormai l'abbiamo capito: non siamo più disposti ad andare oltre questo rispetto alle ferite che continuano a lacerare la Città Santa. Quella che tanto ci piace osservare nelle sue immagini più belle, quelle da cartolina...


Un titolo ad effetto nei sommari dei Tg sul «terrore che ritorna a Gerusalemme». E poi via, pronti a voltare pagina. Ormai l’abbiamo capito: non siamo più disposti ad andare oltre questo rispetto alle ferite che continuano a lacerare la Città Santa. Quella che tanto ci piace osservare nelle sue immagini più belle, quelle da cartolina.

Così il meccanismo si è ripetuto puntuale questa settimana, con l’attacco che mercoledì un palestinese di Gerusalemme Est ha portato con la sua auto a un gruppo di ebrei in attesa a una fermata del metrò leggero, causando la morte di una bambina di tre mesi e il ferimento di altre persone. È un’azione che solo chi ha chiuso gli occhi su quanto accaduto a Gerusalemme negli ultimi mesi può considerare una fiammata di violenza improvvisa. Perché – anche se il mondo ha smesso molto in fretta di parlarne – si tratta sempre dei veleni che all’inizio di luglio l’uccisione dell’adolescente palestinese Abu Khdeir (seguita a quella di Eyal, Gilad e Neftali, i tre coetanei ebrei di una yeshivà in Cisgiordania) ha portato allo scoperto.

Dopo quelle giornate con i riflettori puntati su Gerusalemme l’attenzione si è spostata in fretta sulla guerra a Gaza, con l’esito che ricordiamo. Il problema – però – è che nella Città Santa gli scontri non sono mai finiti. Vanno avanti da settimane a bassa intensità, soprattutto nei quartieri di Silwan e Sheikh Jarrah, quelli negli ultimi anni più intensamente colpiti dall’operazione dei gruppi ebraici che comprano case nel mezzo di quartieri arabi, con l’idea di dare vita a nuovi avamposti a Gerusalemme Est. A questa politica si associa anche un volto religioso: quello degli ebrei nazionalisti che premono per poter andare a pregare liberamente sul «Monte del Tempio» – che per i musulmani è poi la Spianata delle moschee. Ogni volta che c’è una festività ebraica il braccio di ferro si fa più incandescente e la cosa è puntualmente accaduta in occasione di Sukkot, la festa delle capanne celebrata pochi giorni fa. Di qui il solito grido di «Al Aqsa è in pericolo», seguito da sassaiole e scontri con la polizia israeliana questa volta entrata anche all’interno della grande moschea. Di tutto questo avete visto traccia sui nostri giornali? Ovviamente no. Perché è «la solita storia».

Solo che poi – come racconta Meron Rapoport nell’articolo che linkiamo sotto – capita che un palestinese di Gerusalemme Est tra i tanti che hanno postato su Facebook le immagini di al Aqsa a soqquadro nel fumo dei lacrimogeni, una sera con la sua auto si scagli contro un gruppo di ebrei. E lo faccia non a caso proprio a una fermata del metrò leggero, quello che attraversa anche Gerusalemme Est come se lo status internazionalmente conteso della Città Santa semplicemente non esistesse. E con questo gesto uccida una bambina di tre mesi.

Sarebbe bello poter dire che è la solita follia dei fanatici di Gerusalemme. Ma la vera follia è quella di un mondo che chiude gli occhi di fronte all’insostenibilità di una situazione in cui a governare una città di 800 mila abitanti è una politica ideologica che di fatto – nel migliore dei casi – rimuove l’esistenza di un terzo dei suoi abitanti che non sono ebrei. Adesso – dopo l’attentato di mercoledì – la tensione è di nuovo alle stelle e il rischio di nuove violenze è altissimo. E non aiutano certo a contenerla dichiarazioni come quelle di Neftali Bennnett – il vero uomo forte oggi del governo Netanyahu, sempre più avviato verso nuove elezioni in primavera – che come un disco rotto chiede come risposta più case ebraiche a Gerusalemme Est.

Intanto lunedì al Cairo riprendono i negoziati sul cessate il fuoco di questa estate a Gaza. Colloqui surreali tra due delegazioni che sanno benissimo che quella guerra è finita per inerzia, non certo perché ciascuno abbia ottenuto qualcosa. E la comunità internazionale? Ha staccato come al solito un assegno per la ricostruzione nella Striscia. E approva risoluzioni come quella del parlamento inglese sulla Palestina, politicamente di grande impatto ma all’atto pratico priva di alcuna efficacia. E Gerusalemme? Molto più comodo fermarsi alla cartolina.

Clicca qui per leggere l’articolo di Rapoport

Clicca qui per leggere le dichiarazioni di Bennett

Clicca qui per leggere una notizia di Maan sui negoziati del Cairo

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