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Di qua e di là dai muri

15/01/2010  |  Milano
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Di qua e di là dai muri
Un'istantanea del muro eretto dagli israeliani in Cisgiordania. (foto M. Gottardo)

Si è tornato a parlare molto - in questi giorni - dei «muri» in Israele. A dare il la è stato il premier Benjamin Netanyahu che, domenica scorsa, ha annunciato l'intenzione di volerne costruire uno nuovo sul confine con l'Egitto. Tra i tanti commenti usciti in questi giorni ne rilanciamo due, a nostro avviso particolarmente lucidi, apparsi su due quotidiani israeliani.


Si è tornato a parlare molto – in questi giorni – dei «muri» in Israele. A dare il la è stato il premier Benjamin Netanyahu che, domenica scorsa, ha annunciato l’intenzione di volerne costruire uno nuovo sul confine con l’Egitto. Tra i tanti commenti usciti in questi giorni ne rilanciamo due, a nostro avviso particolarmente lucidi, apparsi su due quotidiani israeliani.

Il primo – firmato da Aviad Kleinberg su Yediot Ahronot – forse a qualcuno suonerà famigliare. Perché parla sì di Israele, ma in fondo parla anche di noi. Lo spunto sono infatti alcune dichiarazioni che Netanyahu – stando a resoconti pubblicati sulla stampa israeliana – avrebbe fatto a porte chiuse qualche settimana fa, motivando la scelta del nuovo muro al confine con l’Egitto. Secondo questa ricostruzione, più ancora delle ragioni «di sicurezza» dietro alla nuova barriera ci sarebbe la lotta all’immigrazione clandestina dall’Africa. «Dovremmo circondare il Paese di mura da ogni parte – avrebbe detto Netanyahu -, perché Israele è l’unico Paese del primo mondo a poter essere raggiunto a piedi dal terzo mondo o dall’Africa. Se non lo faremo saremo invasi da centinaia di migliaia di lavoratori stranieri e immigrati illegali».

«Mettiamo per un momento da parte – commenta Aviad Kleinberg – l’affermazione geografica di Netanyahu (basterebbe dare un’occhiatina alla carta geografica per scoprire che Israele è meno unica rispetto a quanto il premier sostenga). Lasciamo perdere anche la falsa descrizione del problema (molti lavoratori immigrati arrivano in Israele con l’approvazione dello Stato, perché le autorità permettono ai datori di lavoro di sfruttare i lavoratori stranieri). Concentriamoci sull’idea del mondo che queste parole esprimono – continua Kleinberg -. Netanyahu ha paura della pace non meno di quanto tema la guerra. La pace sarà anche un sogno, ma lui la vede come un incubo. È mentalmente incapace di pensare ai nostri vicini in termini positivi. Nel suo modo di vedere la realtà non hanno niente da offrirci. Vogliono venire solo a toglierci quello che abbiamo – a strapparci "la nostra villa costruita nella jungla

«Innalzare alte mura tra noi e i nostri nemici – aggiunge ancora il commentatore di Yediot Ahronot – è una presa di posizione culturale: la vostra cultura, i vostri problemi, le vostre vite non ci interessano. Noi viviamo nel primo mondo – che vuole poi dire: veniamo dall’America. Ci è solo capitato di ritrovarci intrappolati in Medio Oriente. Ed è un messaggio che i nostri vicini hanno capito molto bene – noi non siamo di qui. E ci chiedono: ma se non siete di qui, allora, che cosa restate qui a fare? Ma a noi non piace sentircelo dire. Dopo tutto abbiamo raggiunto la nostra pace. Oltre il muro».

Parole decisamente severe, quelle di Aviad Kleinberg. A cui hanno fatto eco, su Haaretz, quelle di Aluf Benn. Che nella sua analisi non parla tanto dei muri fisici – quelli di cemento e reticolati -, ma di un altro muro, invisibile eppure non meno reale in Israele. «Supponiamo per un momento che abbia ragione l’inviato americano George Mitchell – scrive – e che tra due anni la nascita dello Stato palestinese sia dichiarata con una cerimonia ufficiale. L’evento sarebbe certamente trasmesso dalla tivù in prima serata, ma la maggioranza degli israeliani cambierebbe canale per guardere Big Brother 6 o Survivor 7. E si comporterebbero così non perché siano contrari a uno Stato palestinese, ma perché sono indifferenti. La questione semplicemente non gli interessa più».

Secondo Aluf Benn è questa la vera eredità lasciata da Sharon: la maggior parte degli israeliani oggi vive fuori dal conflitto e non ha alcun rapporto con i palestinesi. Grazie al muro e alle altre misure di sicurezza restano fuori dal loro campo visivo. «Nablus e Ramallah stanno a circa 40 minuti d’auto da Tel Aviv – commenta l’analista di Haaretz – ma per gli abitanti di Tel Aviv è come se stessero su un altro pianeta. New York, Londra e la Thailandia sono molto più vicine. Difficilmente hanno a che fare col muro, non hanno affari a Elon Moreh, Yitzhar o Psagot (alcuni delle colonie israeliane più «calde» in Cisgiordania – ndr), i grandi insediamenti come Ma’ale Adumim o Ariel li raggiungono senza neanche vedere un palestinese».

Ed è proprio a causa di questa rimozione generale – sostiene Aluf Benn – che il governo Netanyahu non si trova a dover fronteggiare alcuna pressione dell’opinione pubblica sul ritiro dai Territori e l’unica opposizione in Israele oggi è quella degli estremisti di destra al piano di pace americano. «Alla maggioranza degli israeliani – conclude amaro il commentatore – queste questioni semplicemente non interessano; ai Territori hanno già rinunciato molto tempo fa. E se Mitchell riuscisse nella sua missione lo imparerebbero facendo zapping tra un canale e l’altro».

Due voci israeliane preoccupate rispetto agli effetti su Israele dei muri. Molto meno rassicuranti rispetto ai numeri – peraltro incontestabili – sulla diminuzione degli attentati suicidi nel Paese registrata da quando esistono queste barriere.

Clicca qui per leggere l’articolo di Aviad Kleinberg su Yediot Ahronot
Clicca qui per leggere l’articolo di Aluf Benn su Haaretz

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