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Le parole ignorate

21/01/2010  |  Milano
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Domenica scorsa la visita del Papa alla sinagoga di Roma. Martedì la presentazione dei Lineamenta in vista del Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente, in programma a ottobre. Sono state giornate dense di notizie sul tema del rapporto tra cattolici ed ebrei quelle appena trascorse. Ma sono state anche giornate che hanno dimostrato la presenza di un problema nel modo in cui i siti israeliani raccontano, con parzialità, il Vaticano.


Domenica scorsa la visita del Papa alla sinagoga di Roma. Martedì la presentazione dei Lineamenta in vista del Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente, in programma a ottobre. Sono state giornate dense di notizie sul tema del rapporto tra cattolici ed ebrei quelle appena trascorse. Ma sono state anche giornate che hanno dimostrato la presenza di un problema nel modo in cui i siti israeliani  raccontano il Vaticano.

Partiamo da una premessa: come chi legge abitualmente questa rubrica sa, la Porta di Jaffa non è una di quelle rassegne che tengono d’occhio i siti per beccarli in castagna. La maggior parte delle volte fa esattamente il contrario: cerca di rilanciare idee e storie che mi sembrano interessanti perché vanno al di là degli stereotipi attraverso cui siamo abituati a leggere il Medio Oriente. Credo infatti che – pur con tutti i limiti che hanno ovunque i quotidiani on line, molto meno ricchi delle edizioni cartaceee – i siti e i blog siano un termometro che vale la pena di tenere sotto controllo per provare a capire dal di dentro Israele, pur vivendo a qualche migliaio di chilometri di distanza. Questo metro di giudizio – un po’ «spannometrico», lo riconosco – l’ho applicato anche alla visita del Papa alla sinagoga di Roma. E l’impressione che ne ho tratto è quella di una miopia acuta di Israele rispetto a questo evento; un’incapacità di andare oltre il singolo aspetto del rapporto tra il Vaticano e la Shoah, per avere uno sguardo più complessivo sul tema delle relazioni tra cristiani ed ebrei.

Rilancio qui sotto la cronaca apparsa domenica sul sito on line di Yediot Ahronot, che secondo me è emblematica: quale titolo è stato scelto per riassumere la giornata del 17 gennaio a Roma? «Il leader ebraico di Roma incalza il Papa sul "silenzio" di Pio XII». Rispetto a tutte le parole dette da Benedetto XVI, dal rabbino capo Riccardo Di Segni e dallo stesso presidente della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici, l’elemento giudicato più importante è stato il passaggio in cui quest’ultimo nel suo discorso ha ricordato il giudizio negativo sull’operato di Pacelli durante la Shoah. Potrei ancora non scandalizzarmi di questo; se non fosse che in tutto l’articolo non c’è nemmeno una citazione degli altri fatti almeno altrettanto rilevanti avvenuti in sinagoga: il fatto che Ratzinger abbia ripetuto parola per parola quanto scritto da Giovanni Paolo II nel famoso biglietto al Muro Occidentale, la sua condanna netta dell’antisemitismo, il suo richiamo ai cristiani per una conoscenza vera dell’ebraismo, le parole sul Decalogo come strada comune da percorrere. E un copione fondamentalmente analogo a quello di Yediot Ahronot domenica lo si poteva riscontrare anche sui siti di Haaretz, del Jerusalem Post e di Arutz Sheva. A questa mia perplessità ho dato voce in un articolo pubblicato martedì da Avvenire. A cui ieri – dal blog di Marco Tosatti, sul sito della Stampa – mi ha risposto Yossi Bar, il corrispondente da Roma di Yediot Ahronot, criticandomi per essermi basato «sui siti internet ignorando la radio televisone pubblica di Israele che ha trasmesso integralmente la cerimonia, citando il grande Rabbino e il vice premier che parlavano di un evento storico di enorme importanza per il dialogo fra ebrei e cattolici». Touché. Non sapevo della diretta della tivù israeliana. Eppure ci andrei piano nello sminuire quel particolare termometro che sono i siti dei quotidiani. Tutti infatti hanno un’apposita sezione dedicata alle notizie sull’ebraismo e non ce n’è uno che abbia ripreso un contenuto tra quelli indicati da Di Segni e dal Papa. Lunedì sera è successa addirittura una cosa sorprendente: il Jerusalem Post ha messo on line un intervento di due rabbini americani intitolato «È tempo di agire per la riconciliazione tra ebrei e cattolici». L’ho letto pensando: finalmente qualcuno rilancia. Invece no: è un articolo che non cita nemmeno l’incontro di domenica in sinagoga; di fronte al «caso Pio XII» chiede alla Chiesa di «riaffermare con chiarezza la sua fedeltà al cammino indicato dalla dichiarazione Nostra Aetate». Peccato che sia proprio quanto il Papa aveva appena fatto in sinagoga. Mi permetto, quindi, di dubitare che molta gente in Israele abbia assistito alla diretta televisiva. Oggi poi lo stesso Jerusalem Post va avanti, pubblicando da Washington un intervento di Douglas Bloomfield intitolato «Il Papa di Hitler non era santo»: «La presenza di papa Benedetto XVI alla grande sinagoga di Roma non ha risolto in alcun modo la controversi sulla santità di Pio XII», è l’attacco dell’articolo. E via con le tesi note, ancora una volta senza nemmeno soffermarsi sugli altri aspetti della visita di domenica.

È quantomeno bizzarro chiedere ai cattolici di riaffermare l’importanza della Nostra Aetate e poi non registrare le parole che dal Vaticano arrivano in questo senso. Ad esempio compaiono nei Lineamenta del Sinodo per il Medio Oriente, diffusi martedì: la citazione di Nostra Aetate è all’interno di un ampio capitolo in cui si dice esplicitamente che le parole sul rapporto con gli ebrei valgono anche per i cattolici del mondo arabo. Documento ecclesiale, si dirà, difficile pretendere che faccia notizia a Gerusalemme. Falso. Perché quello stesso documento è stato puntualmente rilanciato dai siti Internet dei quotidiani israeliani. Anche qui – però – traducendo la complessità di un documento articolato in un’unica tesi che Arutz Sheva traduce così: «L’esodo cristiano dai Territori palestinesi continua, non c’è da aspettarsi alcuna libertà di religione nei territori controllati dai musulmani, ma il Vaticano diffonde un documento in cui se la prende con l’"occupazione" (isareliana – ndr)».

A me pare che il problema sia evidente: c’è una semplificazione di fondo delle questioni che finisce per mettere in luce sui media israeliani sempre e solo i motivi di attrito con i cattolici. Sono rarissime le voci che provano ad approfondire, a spiegare, a mostrare tutto quello che va nella direzione di una comprensione reciproca. Questo – a mio modesto avviso – a Gerusalemme sta diventando un problema molto serio. Perché è da questa mancanza di un’informazione completa che nascono miti pericolosi come quelli secondo cui il Vaticano «vorrebbe prendersi una parte di Gerusalemme». C’è da stupirsi, poi, se qualche testa calda va a scrivere Mawet lanotsrim – «Morte ai cristiani» – sul muro esterno della basilica della Dormizione, come è accaduto qualche settimana fa?

Se c’è un messaggio forte che è uscito dalla giornata di domenica scorsa alla sinagoga di Roma è l’invito a una conoscenza reciproca tra cattolici ed ebrei finalmente sgombra da pregiudizi. Non abbiamo alcun problema a riconoscere che anche da parte cattolica c’è tanta strada ancora da fare in questo senso. E abbiamo trovato molto bello che – martedì – sul sito dell’Anti defamation league sia comparso un comunicato del direttore Abraham H. Foxman in cui sottolinea l’importanza di quanto avvenuto domenica per il dialogo ebraico-cristiano, spiegando che se anche rimangono «delle nubi» sulle diverse letture della Shoah, «non c’è dubbio» che la Chiesa cattolica è impegnata sulla via del dialogo con il popolo ebreico. Sarebbe molto utile se a questo tipo di messaggio fosse data la possibilità di bucare davvero lo schermo anche in Israele.

Clicca qui per leggere la cronaca del sito di Yediot Ahronot sulla visita del Papa alla sinagoga
Clicca qui per leggere il commento pubblicato il 18 gennaio dal Jerusalem Post
Clicca qui per leggere il commento pubblicato oggi sul Jerusalem Post
Clicca qui per leggere la notizia di Haaretz sui Lineamenta del Sinodo
Clicca qui per leggere la notizia di
Arutz Sheva sui Lineamenta del Sinodo
Clicca qu
i per leggere il comunicato dell’Anti defamation league

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