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Storie, attualità e archeologia dal Medio Oriente e dal mondo della Bibbia

Chi salverà l’ebraico?

07/01/2010  |  Milano
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In Israele il governo ha infatti annunciato l'intenzione di istituire un'apposita giornata per promuovere lo studio della lingua ebraica: si terrà dall'anno prossimo il giorno 21 del mese di Tevet (cioè oggi per il calendario ebraico), nell'anniversario della nascita di Eliezer Ben Yehuda, il padre della lingua moderna. Eppure, in un Paese costituito da immigrati dalle provenienze più diverse la lingua nazionale può serbare più di una sorpresa.


In Israele si parla molto in questi giorni della lingua ebraica. Il governo ha infatti annunciato l’intenzione di istituire un’apposita giornata per promuoverne lo studio: si terrà dall’anno prossimo il giorno 21 del mese di Tevet (cioè oggi per il calendario ebraico) nell’anniversario della nascita di Eliezer Ben Yehuda, il padre della moderna lingua ebraica.

L’ebraico moderno è uno dei pilastri del nazionalismo israeliano. Il primo passo per ogni ebreo che compie l’alyah, cioè si avvale del diritto di stabilirsi in Israele, è l’ulpan, la scuola di ebraico. Eppure la lingua – in un Paese costituito da immigrati dalle provenienze più diverse – può serbare più di una sorpresa. Lo sottolinea oggi con un gustosissimo articolo su Haaretz la scrittrice Neri Livneh secondo cui l’unica possibilità che Israele ha a disposizione per salvaguardare l’ebraico di Ben Yehuda è mettersi ad ascoltare di più gli arabi quando parlano in ebraico. L’articolo ironizza infatti su una frase altisonante pronunciata dal premier Netanyahu: «Mio padre nacque e crebbe 100 anni fa in una casa in cui si parlava ebraico e non yiddish, polacco o lituano». «Non so quanti anni fa – commenta Neri Livneh – sia nato il padre di Ahmed Tibi (uno dei più noti parlamentari arabi alla Knesset – ndr). Di certo in casa sua si parlava arabo. Eppure, miracolosamente, il suo ebraico è molto migliore rispetto a quello di Nethanyahu. Alcuni dicono che sia il migliore parlato alla Knesset, ma a differenza di Netanyahu lui non ha alcuna possibilità di diventare primo ministro…».

Ancora più feroce è l’ironia nei confronti del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman, che come gran parte degli ebrei russofoni denota più di un problema con la lingua ebraica. «Lieberman – scrive Neri Livneh – deve ringraziare la sua buona stella che nessuno abbia ancora messo ai voti la proposta di legge "niente articolo determinativo, niente cittadinanza". Con una legge del genere non sarebbe revocata solo la sua cittadinanza, ma anche quella di molti suoi parlamentari ed elettori. E la garantirebbe – viceversa – a molti palestinesi, che tendono ad eccellere nello studio dell’ebraico».

L’ironia è evidente; ma sotto c’è anche un discorso molto più serio. È un dato di fatto che gli arabi israeliani più giovani oggi conoscano l’ebraico molto meglio dell’arabo. E questo nonostante tutte le polemiche sulla questione del «riconoscimento dell’identità ebraica di Israele» a cui Lieberman vorrebbe subordinare il diritto alla cittadinanza. Dunque come codice linguistico in Israele l’ebraico dagli arabi è pienamente accettato. Lo stesso si può dire per l’arabo con gli ebrei?

È interessante che proprio in questi giorni sul Jerusalem Post sia uscito un articolo su un appello che sta circolando in ambienti diplomatici. Il governo Netanyahu sta infatti per nominare il nuovo ambasciatore di Israele all’Onu che andrà a sostituire Gabriela Shalev, il cui mandato biennale è in scadenza. Così è stata avanzata la richiesta che la scelta cada su un candidato che parli arabo. Il fatto che tra i sottoscrittori ci siano diplomatici che hanno prestato servizio al Cairo e a Doha ha alimentato qualche malignità. Eppure il tema è importante: l’Onu è l’unico posto al mondo in cui un diplomatico israeliano può avere incontri informali anche con rappresentanti di quei Paesi che non riconoscono Israele. Conoscere la lingua e la cultura araba potrebbe aiutare ad aprire porte insperate. Non dovrebbe essere anche questo il compito di un ambasciatore all’Onu? Eppure nessuno dei candidati a rappresentare Israele a Palazzo di Vetro ha la conoscenza dell’arabo nel suo curriculum.

Arabi che parlano un buon ebraico ed ebrei disposti a imparare un buon arabo. Sono anche questi passi importanti per costruire la pace in Medio Oriente.

Clicca qui per leggere l’articolo di Neri Livneh
Clicca qui per leggere l’articolo del Jerusalem Post

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