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Il fattore G

02/08/2007  |  Milano
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C'è un dato di fatto che colpisce immediatamente chi mette piede in Israele e nei Territori palestinesi: si tratta di due società con tanti giovani. Per il campo palestinese, come per tutte le società arabe, è un dato risaputo. Ma non va dimenticato che anche in Israele l'età media è di parecchio più bassa rispetto a quella di un qualsiasi Paese occidentale. Come incide - allora - il fattore giovani nell'evoluzione del conflitto israelo-palestinese? È la domanda niente affatto banale che si pone questa settimana la newsletter bitterlemons.org


C’è un dato di fatto che colpisce immediatamente chi mette piede in Israele e nei Territori palestinesi: si tratta di due società con tanti giovani. Per il campo palestinese, come per tutte le società arabe, è un dato risaputo. Ma non va dimenticato che anche in Israele l’età media è di parecchio più bassa rispetto a quella di un qualsiasi Paese occidentale.

Come incide – allora – il fattore giovani nell’evoluzione del conflitto israelo-palestinese? È la domanda niente affatto banale che si pone questa settimana la newsletter bitterlemons.org. Che – secondo il suo schema classico – mette a confronto su questo tema quattro voci tra loro molto diverse: i due direttori-fondatori (il palestinese Ghassan Katib e l’israeliano Yossi Alpher), la responsabile giovani dell’ong palestinese Miftah Maysa Hindalileh, e Melody Sucharewicz, la vincitrice di The Ambassador, il reality «politico» messo in onda un paio d’anni fa dalla tivù israeliana.

Quattro articoli pieni di notizie interessanti. Katib – ad esempio – smonta la retorica dei giovani spontaneamente più inclini alla pace, ponendo la questione della crescita delle tendenze più radicali proprio all’interno del mondo studentesco. Alpher ricorda che nel giro di dieci anni la metà dei giovani israeliani sarà costituita da arabi ed ebrei ortodossi, fatto che porrà non pochi problemi al reclutamento nell’esercito. Hindalileh intreccia la questione del conflitto politico al conflitto generazionale sempre più evidente in una società come quella palestinese. Sucharewicz scommette sulle possibilità nuove di comunicazione offerte oggi dal mondo dei blog. Un dibattito tutto da leggere. Per ricordarsi che per costuire la pace in Medio Oriente non basta tracciare dei confini su una cartina.

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