Letture

Le ragioni di una scelta folle


di Laura Silvia Battaglia |  16 novembre 2017

Questo volume cerca, per provare a comprenderle, le ragioni dei giovani tunisini che militano tra gli jihadisti. Frutto di un lungo lavoro delle due autrici, è il miglior libro italiano sul tema.


La banalità del male non può essere una giustificazione plausibile. Ma l’incapacità dei padri e il loro fallimento forse sì. E forse può quanto meno spiegare la ragione per cui dal 2013 al 2016, secondo le Nazioni Unite, più di 7mila giovani tunisini si siano uniti allo Stato islamico e ne abbiano ingrossato le fila, alcuni perdendo la vita per la Dawla, lo Stato, come lo chiamano i suoi adepti, altri rientrando nel Paese d’origine e pagando comunque un prezzo molto alto per questa scelta, un prezzo che si riverbera sui padri stessi, sulle madri, sulle famiglie attonite e disperate.

Cercare e, alla fine, comprendere e trovare queste ragioni, è stata un’operazione complessa, durata anch’essa due anni di lavoro sul campo, riflessioni, dubbi e un lungo tempo di scrittura che Anna Migotto e Stefania Miretti, si sono date, per pubblicare per Einaudi il migliore libro italiano sul tema. Un tema troppo abusato e mai abbastanza indagato con serietà dalla stampa nostrana senza ovvietà e pregiudizi. Migotto e Miretti, entrambe giornaliste di provata esperienza, sono partite con una semplicissima domanda in testa - un banalissimo «Perché?» - e sono tornate indietro con molte più domande che risposte, ma con una certezza, alla fine: che questo fenomeno del reclutamento dei giovani tunisini, questo votarsi a una organizzazione criminale internazionale fino alla morte, riposi su due ordini di fattori.

Il primo è l’horror vacui, la sfiducia nel futuro, le speranze tradite di una generazione che ha studiato ma non trova lavoro e non sa cosa farsene del benessere del presente e delle proprie famiglie, se non vede luce, crescita e realizzazione futura con un tasso di disoccupazione salito al 32 per cento.

Il secondo, sociale e culturale: rivoltarsi contro questo mondo dei padri che della separazione tra Chiesa e stato, tra religione e spazio pubblico aveva fatto - nella laica società tunisina - un motivo di progresso, fonte di liberazione intellettuale e benessere materiale. E poi realizzare questa rivolta, questa protesta post-sessantottina con strumenti post-moderni, individuando nella religione dei nonni una via di riscatto, nella lotta armata una via all’eroismo, nell’escatologia dell’Isis la promessa di benessere assoluta: ovviamente nella morte e dopo la morte, lì dove l’ingiustizia non può avere stanza e la gloria è eterna.

Queste conclusioni, suggerite con chiarezza ma con umiltà e con tutta una serie di dubbi e di analisi psicologiche in filigrana dalle due autrici, passano attraverso molte storie e tutte le vite degli altri che le autrici sono state in grado di intercettare: da Dj Costa, rapper e artista famosissimo, il cui fratello Yousef è morto a Kobane nell’ottobre 2015 a Nadhir, amico di Seifeddine detto Sésco che uccise 39 persone a Sousse; da Abderhamen, salafita pentito, che è ritornato alla vita di prima e oggi studia teologia e de-radicalizza i giovani tunisini, definendosi “umanista”, a Olfa, madre di quattro figlie femmine a Monastir, due delle quali, Rahma e Ghofran, diventate mogli di foreign fighters dell’Isis (o Daesh, lo stesso acronimo in arabo - ndr).

Su tutte le testimonianze del libro giganteggiano quella di Malik, combattente di lungo corso, prima con al Qaeda in Iraq ai tempi dell’occupazione americana, poi in Siria, durante la prima ora della rivoluzione, testimone interno e prezioso della svolta crudelissima e incontrollata imposta al jihadhismo dal Daesh; e la seconda, quella di Nassim, il cugino di Mabrouk Soltani, il giovane pastore che sfidò i miliziani di Jund al-Khilafa, affiliati all’Isis, il 13 novembre 2015 a Slatniya, sui monti di Jebel Mhgila, esattamente in contemporanea con l’attentato al Bataclan di Parigi, e che venne sgozzato barbaramente. Mabrouk, poverissimo nella vita ma ricco di estrema dignità, si farà uccidere per difendere, a modo suo, la nazione, ma verrà dimenticato, insieme alla sua famiglia bisognosa di sbarcare il lunario, dal governo tunisino. Il cugino lo racconta candidamente: «Il signor Moncef Marzouki (un politico di spicco - ndr) mi è venuto a dire: «Non posso fare nulla per voi”». E aggiunge una domanda e un’affermazione che in chiusura del libro, spiegano, anch’esse, molte cose: «Che significa “Non posso fare nulla per voi”? Io ho bisogno di sicurezza».

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Anna Migotto, Stefania Miretti
Non aspettarmi vivo
La banalità dell’orrore nelle voci dei ragazzi jihadisti
Einaudi Stile Libero Extra, Milano 2017
pp. 272 - 17,50 euro

 

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