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Rula Daood sotto attacco hacker in un dibattito post-elezioni

Manuela Borraccino
2 novembre 2026
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Un brutto episodio di hackeraggio ha interrotto un webinar condotto dai co-presidenti di Standing Together, la principale associazione pacifista arabo-ebraica in Israele. «Non ci faremo intimidire: continueremo a lottare per un futuro condiviso», rivendicano Rula Daood e Alon-Lee Green.


«Questa non è stata un’elezione come le altre e si è rivelata molto di più di un referendum su Benjamin Netanyahu: ha espresso la chiara volontà di ricostruire una vera democrazia nel nostro Paese, di riconfigurare un rapporto tra lo Stato e cittadini di Israele, arabi ed ebrei, basato sull’uguaglianza, sulla giustizia e sull’inclusione». Rula Daood, condirettrice insieme ad Alon-Lee Green dell’associazione pacifista arabo-israeliana Standing together, aveva appena preso la parola ieri sera, 1 novembre 2026, nel webinar promosso dall’associazione dalle 18 alle 19 (ora italiana) per analizzare l’esito delle elezioni, quando gli schermi dei circa 260 partecipanti collegati da tutto il mondo è stato invaso da un pesante video pornografico, in un evidente tentativo di mettere a tacere chi tenta di perorare i temi della convivenza arabo-ebraica e dei diritti umani dei palestinesi nel dibattito pubblico israeliano. «Ecco – ha constatato sconfortata l’attivista – non è la prima volta che succede: questo è quel che accade quando si comincia a lottare per i diritti di tutti, per la riconciliazione e per la giustizia». Lei stessa davanti all’impossibilità degli organizzatori di respingere l’attacco informatico ha chiesto di interrompere immediatamente il collegamento. Il webinar è stato chiuso alle 18.18 e per la sgradevolezza delle immagini che hanno fatto irruzione sui monitor non è stata condivisa la registrazione. Poco dopo, in una mail di scuse inviata a tutti gli iscritti per l’episodio «inquietante e invasivo» e che poteva esser risultato «particolarmente angosciante» per alcuni, si leggeva: «Ci sono persone che vogliono vedere fallire la collaborazione tra ebrei e palestinesi, che non sopportano l’idea che possiamo costruire insieme un futuro condiviso. Interruzioni come questa non ci fermeranno. Continueremo a organizzarci, a lottare per il cambiamento e a riunire palestinesi ed ebrei».

La circostanza si è verificata cinque giorni dopo le elezioni definite «storiche» dal pluripremiato giornalista Meron Rapoport per la partecipazione senza precedenti degli elettori arabi, che hanno fatto registrare un’affluenza record alle urne di circa l’80 per cento rispetto al 53 per cento del 2022. È balzato così al 77,7 per cento il tasso di partecipazione totale per il rinnovo della Knesset, con circa 5,7 milioni di elettori che hanno espresso il proprio voto secondo la Commissione elettorale centrale israeliana: si tratta del livello più alto dalle elezioni parlamentari del 1999. «Gli ebrei israeliani – rimarcava il giornalista nei giorni scorsi in un altro webinar promosso dalla testata digitale arabo-ebraica +972 Magazine – sembrano aver finalmente compreso che siamo uno Stato bi-nazionale: il 20 per cento dei cittadini arabi di Israele costituiscono la più grande minoranza all’interno di uno Stato occidentale».

Questa sorprendente partecipazione al voto, rivendicava ieri sera Rula Daood prima di venire interrotta, era stata resa possibile anche dall’intensissima campagna dal basso condotta negli ultimi sei mesi da migliaia di attivisti di Standing Together su tutto il territorio nazionale: «Siamo andati in tutte le città e nei villaggi misti o a maggioranza araba – ha raccontato – abbiamo fatto campagna porta a porta, nelle piazze, sui social, per telefono, per spiegare quanto fosse importante recarsi alle urne, quanto fosse indispensabile mandare un messaggio forte sulla nostra volontà di proteggere la democrazia israeliana dopo quattro anni in cui abbiamo visto e ascoltato ministri come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich incitare all’odio contro gli arabi, inneggiare al razzismo, all’estremismo, mentre aumentavano le demolizioni di case e la violenza politica dei coloni raggiungeva livelli senza precedenti nei Territori». Daood aveva tentato con il collega Green di candidarsi alle elezioni fondando il partito arabo-israeliano Makom Lekulanu (in italiano Un posto per noi tutti), ma due mesi fa aveva optato per il ritiro di fronte ai sondaggi che li davano sotto la soglia di sbarramento del 3,25 per cento e per non disperdere i voti dell’opposizione. Entrambi hanno tuttavia rimarcato come nelle elezioni di martedì «una maggioranza senza precedenti di cittadini israeliani ebrei e palestinesi abbia votato per il cambiamento» facendo balzare l’opposizione a 67 seggi contro i 53 di Netanyahu.

In attesa dei dati ufficiali che verranno annunciati il 4 novembre, diverse tendenze sono emerse dal voto oltre ai dati sull’affluenza e sulla partecipazione araba. Un terzo elemento di novità è stato in effetti il quasi raddoppio dei seggi conquistati dai partiti arabi, che passano a 19 seggi rispetto ai 10 detenuti nell’uscente legislatura (ben oltre il precedente record di 15 seggi conquistati nelle elezioni del 2020). Alla Lista Unita, la coalizione guidata da Ahmad Tibi e Yousef Jabareen che unisce i partiti Hadash, Ta’al e Balad andrebbero 11 seggi, mentre la Lista Araba Unita (Ra’am) ne avrebbe conquistati otto. Un quarto importante fattore riguarda il calo di uno dei due principali partiti ultraortodossi: Shas, che passa da 11 a 6 seggi. Con Giudaismo Unito nella Torah (che conferma i suoi 7 seggi) è partner di lunga data di Netanyahu.

Oltre mezzo milione di giovani israeliani ha votato per la prima volta. Un sondaggio di Channel 12 del 23 settembre ha rilevato che il 74 per cento dei giovani intervistati si identificava come di destra o di centro-destra; secondo The Times of Israel, il 16 per cento ha dichiarato che avrebbe votato per Yashar, il partito di Gadi Eisenkot, rispetto al 14 per cento per il Likud di Netanyahu.

Gli elettori di Tel Aviv sempre più lontani dal Likud

Per quanto riguarda le analisi sui flussi elettorali, il sostegno al partito Likud di Netanyahu è rimasto stabile nelle città lungo i confini di Israele con Gaza e il Libano, come Kiryat Shmona e Sderot, che hanno maggiormente subito l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e le ripercussioni della guerra con Hezbollah. Ma è significativo che nelle città israeliane con il reddito più elevato, prevalentemente laiche, la maggior parte delle quali intorno a Tel Aviv, sia ulteriormente calato il sostegno a Netanyahu, che già nel 2022 si era fermato al 30 per cento e martedì scorso in alcuni sobborghi è calato di oltre 10 punti percentuali mentre in altri si è dimezzato. Una classifica socioeconomica stilata in ebraico dall’Ufficio centrale di statistica israeliano citata dal New York Times registra così la faglia sempre più ampia che separa politicamente, non solo per reddito e livello di istruzione, le diverse fasce sociali israeliane. Anche nelle colonie della Cisgiordania occupata, del resto, l’affluenza alle urne dei circa 500mila coloni ha superato quella delle precedenti elezioni e, in molti casi, il tasso nazionale complessivo. Il partito del sionismo religioso, guidato dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, ha dominato il voto in molti dei maggiori insediamenti, dove il Likud è in calo.

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