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Redditi e valori, in Israele si allarga il divario

Manuela Borraccino
18 aprile 2026
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Redditi e valori, in Israele si allarga il divario
Israeliani affollano il mercato di Mahane Yehuda, a Gerusalemme ovest. (foto Chaim Goldberg/Flash90)

Una crescente faglia socio-economica attraversa Israele e ne determina l'aggressiva politica estera. Il divario economico fra la parte produttiva di Israele e la quota di religiosi che vive di sussidi rispecchia anche la polarizzazione politica.


Nei giorni scorsi oltre 600 accademici israeliani hanno rivolto un appello agli ebrei della diaspora affinché si uniscano a loro nelle pressioni sul governo israeliano perché fermi la violenza dei coloni. «Riteniamo che il nostro governo – scrivevano – non solo abbia fallito nel proteggere le comunità palestinesi, ma abbia anche, in vari modi, favorito i responsabili della violenza. La violenza dei coloni non può essere separata da un programma più ampio di espansione degli insediamenti, annessione de facto ed erosione delle istituzioni democratiche liberali». Per quanto gli appelli per un coinvolgimento internazionale non siano mai stati visti di buon occhio dalla maggior parte dell’opinione pubblica israeliana, l’ampio sostegno alla petizione viene considerato «un segno della crescente condanna pubblica della violenza dei coloni». Del resto «gli impegni ideologici del nostro governo suggeriscono che affronterà il problema solo sotto pressione costante». Perciò la petizione «è un appello a unire le forze a sostegno di tale obiettivo».

La lettera, firmata da tutti i rettori delle università ebraiche e da moltissimi docenti ed esponenti del mondo scientifico, fa seguito a un’analoga lettera firmata da oltre 2.000 artisti ed esponenti del mondo della cultura. Altre petizioni sono in preparazione fra i medici, gli insegnanti e gli assistenti sociali. Segnali che sono solo la punta dell’iceberg di un malessere più profondo. Il 16 aprile scorso, il rabbino Arik Ascherman, da 21 anni a capo dell’organizzazione Rabbini per i diritti umani, una delle associazioni più attive nei Territori occupati come presenza di interposizione e difesa dei contadini palestinesi dagli attacchi dei coloni, ha scritto su Haaretz che «se solo almeno l’1 per cento di coloro che dichiarano di opporsi alla violenza dei coloni si offrisse volontario sul campo per almeno un turno di pattugliamento al mese, la situazione cambierebbe radicalmente: sia per le comunità palestinesi della Cisgiordania minacciate di sfollamento, sia per l’anima collettiva del popolo ebraico».

Le tensioni sempre più aspre che attraversano lo Stato ebraico rivelano una crescente spaccatura fra le diverse tribù che costituiscono il Paese e in particolare fra due comunità che in qualche modo sintetizzano le sue grandi contraddizioni. Lo Stato può essere in stragrande maggioranza ebraico, «ma è balcanizzato tra una popolazione ben istruita e con redditi elevati e una poco istruita e con redditi bassi», argomenta su Foreign Affairs l’economista dell’Università di Tel Aviv Eran Yashiv, che insegna anche alla London School of Economics ed è l’ex direttore del programma di Sicurezza nazionale ed economia all’Istituto nazionale di studi strategici israeliano.

C’è un Israele rappresentato da una popolazione qualificata e con un Pil pro capite di quasi 68mila euro, che è il più alto di tutto il Medio Oriente, con università eccellenti e un settore tecnologico altamente sviluppato, responsabile della maggior parte del gettito fiscale e della resilienza agli choc interni ed esterni, e che è sostanzialmente a favore della democrazia liberale. In particolare, i lavoratori dell’hi-tech costituiscono il 10 per cento della forza lavoro israeliana e generano quasi un quinto del Pil: ciò riflette l’impressionante capitale umano del settore, la sua profonda integrazione nei mercati globali e le sue solide reti di ricerca. L’industria rappresenta circa la metà delle esportazioni di servizi di Israele e circa un quarto del reddito fiscale del governo.

All’altra estremità c’è un Israele assai più in linea con gli indicatori socioeconomici del resto della regione, quello degli ultraortodossi: solo il 54 per cento degli uomini ultraortodossi ha un lavoro, e sono per lo più occupazioni poco qualificate. Il reddito pro capite non arriva a 30mila euro ed è meno della metà di quello della prima economia. La religiosità della sua popolazione varia da tradizionale a profondamente religiosa, e il livello di istruzione è relativamente basso. La maggior parte dei suoi residenti sembra indifferente o è apertamente contraria ai valori liberali. Le donne ultraortodosse hanno un tasso di occupazione dell’81 per cento, simile a quello delle donne ebree non ortodosse, ma guadagnano in media un terzo in meno; molti dei lavori che svolgono sono poco qualificati e su di loro grava un carico enorme, dovendo conciliare la gestione di famiglie numerose con lavori part-time. Circa un terzo delle famiglie ultraortodosse vive al di sotto della soglia di povertà, rispetto a circa il 14 per cento delle altre famiglie ebree. Poiché guadagnano relativamente poco, pagano poche o nessuna imposta e fanno affidamento sulla spesa sociale pubblica e sui finanziamenti delle comunità ultraortodosse di New York e Londra.

Il primo gruppo è responsabile della maggior parte della ricchezza del Paese. Ne fanno parte molti di coloro che dal gennaio 2023 manifestano contro il governo Netanyahu, contro la tentata riforma giudiziaria e altre leggi illiberali approvate dall’esecutivo. Il secondo è composto in modo sproporzionato da ultraortodossi, con i tassi di disoccupazione più alti del Paese, e da nazionalisti religiosi; entrambi i gruppi sono fortemente rappresentati nel governo Netanyahu e riflettono solo in parte gli orientamenti della maggior parte dell’elettorato israeliano.

«Questo divario economico – rimarca Yashiv – rispecchia la polarizzazione politica e sta già danneggiando la società israeliana. È uno dei motivi per cui il Paese è così instabile politicamente». Israele in effetti ha avuto cinque elezioni negli ultimi sei anni. Il timore è che nei prossimi anni questa frattura renderà sempre più difficile la vita dello Stato ebraico. La quota della popolazione liberale e ad alta produttività del Paese si sta riducendo, mentre quella della parte conservatrice e a bassa produttività sta crescendo. «Di conseguenza – aggiunge lo studioso – la base israeliana responsabile del reddito fiscale si eroderà. I politici religiosi di estrema destra continueranno a guadagnare potere. Israele, a sua volta, diventerà più povero e più repressivo al suo interno, e sta già diventando più aggressivo all’estero, come dimostra la guerra che ha lanciato contro l’Iran, in collaborazione con gli Stati Uniti. La campagna militare di Israele a Gaza, considerata da molti in Occidente come un genocidio, è stata un’altra dimostrazione di aggressività. Così come lo sono le crescenti provocazioni violente di Israele in Cisgiordania».

Gli ultraortodossi rappresentano oggi circa il 14 per cento della popolazione israeliana, ma il tasso di fertilità totale tra le israeliane ultraortodosse è di circa 6,5 figli, rispetto ai soli due delle ebree laiche e ai 3,7 delle religiose. Di questo passo gli ebrei ultraortodossi costituiranno più di un quinto della popolazione entro il 2045 e quasi un terzo entro gli anni Sessanta. «Questa tendenza – osserva Yashiv – renderà estremamente difficile per Israele mantenere alti livelli di Pil: un gruppo ad alta produttività in calo non può finanziare all’infinito uno a bassa produttività in rapida crescita. Alla fine, il governo inizierà a fare fatica a finanziare i beni pubblici, tra cui le istituzioni educative, il sistema sanitario, le infrastrutture fisiche e l’esercito». Gli individui e le imprese potrebbero reagire trasferendo capitali e manodopera all’estero, come già si vede dall’emigrazione negli ultimi due anni e mezzo di circa 150mila israeliani appartenenti, secondo un recente studio, ai settori altamente qualificati della medicina, dell’ingegneria, del mondo accademico e della tecnologia.

I pericoli maggiori provengono dalla constatazione che gli israeliani del settore ad alta produttività sostengono in modo schiacciante una magistratura indipendente, media liberi e limiti al potere esecutivo. Al contrario, i gruppi a bassa produttività sostengono sempre più i partiti che indeboliscono queste istituzioni e questi limiti. La deriva degli ultimi anni indica chiaramente gli obiettivi dell’alleanza fra i due partiti ultraortodossi e i due partiti religiosi ultranazionalisti, peraltro guidati da personalità estremiste come Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich: rappresentano meno del 20 per cento della popolazione israeliana ma stanno conducendo un attacco coordinato alla magistratura, limitando i controlli sul governo e reindirizzando le risorse di bilancio verso i sostenitori politici. Le proteste dei moderati e dei liberali israeliani non sono state sufficienti finora a fermare l’agenda dell’esecutivo.

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