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Rahab di Gerico, strumento di Dio

fra Francesco Patton
19 agosto 2026
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L’elezione, nella storia della salvezza, non è un privilegio ma un atto di divina gratuità. Non è nemmeno una barriera che isola un popolo dagli altri.


Dal «Campo degli osservatori», come veniva chiamato anticamente il Monte Nebo (cfr Libro dei Numeri 23,14), lo sguardo attraversa facilmente la valle del Giordano per posarsi sull’oasi di Gerico, la città delle palme, forse la città più antica del mondo. Questo luogo, che segna l’ingresso del popolo d’Israele nella Terra della Promessa, è legato a un episodio di vero e proprio spionaggio biblico. Giosuè, infatti, invia un paio di emissari in perlustrazione (cfr Gs 2) prima di lanciarsi alla conquista della città; conquista che poi avviene in modo miracoloso attraverso sette giri attorno alle mura (portando l’Arca dell’Alleanza in processione) e al suono delle trombe (cfr Gs 6).

Alla cosiddetta «presa di Gerico» – fatto della cui storicità dubitano gli stessi archeologi israeliani – è collegata un’altra figura straordinaria e provocatoria dell’Antico Testamento: Rahab, la prostituta di Gerico (cfr Gs 2; Gs 6,25). Il Libro di Giosuè narra che le due spie inviate in avanscoperta nella città vengono ospitate e nascoste proprio da Rahab, la cui casa si trova in posizione strategica, addossata alle mura. Grazie alla sua «collaborazione» non solo verrà risparmiata dallo sterminio a opera di Giosuè e del suo esercito, ma entrerà a far parte del popolo eletto.

Scopriremo poi che anche lei viene inserita dall’evangelista Matteo nella genealogia di Gesù: «La base storica per indicare Racab come moglie di Salmòn può essere trovata in 1 Cronache 2, 54-55 in cui si nomina la sua famiglia (…) Secondo l’esegesi rabbinica di 1 Cr 4,21 è moglie di un uomo della tribù di Giuda» (S. Grasso, Il vangelo di Matteo: Commento esegetico e teologico, Roma, 2014, p. 52).

È anche attraverso la sua presenza nella genealogia regale e messianica che – come nel caso di Rut la moabita  – emerge la critica radicale verso ogni tentativo di interpretare l’elezione divina come un privilegio esclusivo, fondato sulla purezza etnica e – verrebbe da dire – perfino sulla integrità morale.

L’elezione, nella storia della salvezza, non è un privilegio ma un atto di divina gratuità: in Deuteronomio 7,7-8 Israele viene scelto da Dio nonostante sia il popolo più piccolo e si trovi in schiavitù; in Ezechiele 16,3-14 Gerusalemme, figlia di padre amorreo e di madre hittita (quindi non appartenente al popolo eletto) è scelta perché scartata e buttata via. L’elezione non è nemmeno una barriera che isola un popolo dagli altri: in Isaia 49,6 il Servo del Signore ha una vocazione che va oltre Israele per essere «luce delle nazioni».

L’elezione ha perciò un risvolto di apertura universale. E Simeone, incontrando il bambino Gesù nel tempio, dà lode al Signore «perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli» (Lc 2,30-31).

La tentazione del nazionalismo religioso e della chiusura identitaria che ha attraversato spesso Israele, specialmente nelle epoche di crisi o di ricostruzione, che si riflette anche in testi biblici molto duri (Dt 7,1-4 che parla di sterminio e di esclusione), trova nella stessa Bibbia anche l’antidoto e il correttivo: una donna cananea, doppiamente marginale per la sua origine straniera e per la sua professione immorale, e una moabita (Rut) diventano strumento per l’adempimento della promessa di Dio. Matteo (cfr Mt 1,1-17) scardinerà definitivamente questa logica inserendo nella genealogia di Gesù Rahab e Rut. Il grande re Davide, e con lui il Messia atteso, recano nel proprio patrimonio genetico e spirituale il loro sangue.

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