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L’elezione divina, teologia o ideologia?

fra Francesco Patton
19 maggio 2026
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Nel racconto dell'Antico Testamento, Rut – una moabita figlia del popolo considerato maledetto per nascita ed escluso per legge – diventa il simbolo di chi incarna la virtù fondamentale dell’alleanza: la hesed, la misericordia e la fedeltà.


Da quando vivo al Monte Nebo (in Giordania) sono particolarmente interessato alla storia di questo luogo. Nella Bibbia è nominato più volte come parte del territorio di Moab.

Le cui steppe non sono legate solo alla figura di Mosè, ma anche a un’altra figura straordinaria dell’Antico Testamento: Rut la moabita, bisnonna del re Davide (cfr. Rt 4,13-17). Proprio dalla genealogia di Davide emerge la critica implicita verso la mentalità di un popolo che – dopo l’esilio babilonese – comincia a interpretare l’elezione secondo categorie di esclusione, più ideologiche che teologiche.

Scrive in un suo commento il biblista Luciano Manicardi: «Composto con tutta probabilità nell’epoca post-esilica, al momento in cui nell’Israele che si doveva riorganizzare dopo la deportazione babilonese, era vincente la tendenza propugnata da Esdra e Neemia di ridare un’identità al popolo attraverso misure drastiche di chiusura, “respingimento” e allontanamento nei confronti degli stranieri, di proibizione dei matrimoni misti, il libro presenta una donna straniera, una moabita, che sposa un ebreo e non solo viene elogiata per la sua rettitudine, ma di fatto svolge una funzione salvifica nei confronti di una famiglia di ebrei» (L. Manicardi, Rut, Piemme, 2021, pp. 10-11).

Da un lato abbiamo perciò la narrazione scabrosa della nascita del popolo moabita. In Genesi 19,30-38 si narra come le figlie di Lot, per garantire una discendenza al proprio clan, facciano ubriacare il padre e concepiscano da lui due figli, Moab («da mio padre») e Ben Ammì («figlio del mio popolo»). È un racconto che permette di giustificare l’esclusione di moabiti e ammoniti dalla «comunità del Signore»: «L’Ammonita e il Moabita non entreranno nella comunità del Signore; nessuno dei loro discendenti, neppure alla decima generazione, entrerà nella comunità del Signore» (Deuteronomio 23,4). Esdra e Neemia così imporranno il ripudio delle mogli straniere in nome della purezza/santità del popolo eletto. L’elezione comincia a essere concepita come privilegio escludente, con una connotazione marcatamente razziale/razzista.

Dall’altro lato, il libro di Rut racconta di una donna di Moab che segue la suocera israelita Noemi/Mara, rimasta vedova, a Betlemme ed entra a far parte del popolo d’Israele: «Il tuo popolo sarà il mio popolo e il tuo Dio sarà il mio Dio» (Rt 1,16). Rut sceglie liberamente e per amore, e nella sua scelta vive dentro la prospettiva dell’Alleanza che va ben oltre i limiti etnici e razziali. Paradossalmente, una moabita figlia del popolo maledetto per nascita ed escluso per legge, diventa il simbolo di chi incarna la virtù fondamentale dell’alleanza: la hesed, la misericordia e la fedeltà.

Sposerà Booz, darà alla luce Obed, padre di Iesse, padre di Davide. La bisnonna del re messianico per eccellenza è una moabita, figlia di un popolo i cui membri non avrebbero potuto far parte della comunità israelita! Se dopo l’esilio, le genealogie vengono utilizzate per legittimare la purezza della propria appartenenza al popolo eletto in una prospettiva di esclusivismo etnico, l’evangelista Matteo (cfr. Mt 1,1-17) le userà per dimostrare il contrario: l’elezione divina non segue logiche di sangue. Il re più idealizzato della storia d’Israele, e dal quale – per promessa divina – discenderà lo stesso Messia (Secondo libro di Samuele 7,11b-16), è nipote di una moabita (Rut) e pronipote di una prostituta cananea di Gerico (Rahab). Ma su questo torneremo un’altra volta.

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